Nascere e chiamarsi Ornella non può donarti una vita qualunque. Forse, con altra scelta, non si sarebbe trovata una quadra così perfetta e al contempo sghemba, disegnando a mano libera una donna dalle caratteristiche uniche e – diciamolo – irripetibili. Doveva essere scritto da qualche parte che quel nome, sul passaporto dell’esistenza, le avrebbe consegnato le chiavi di un cammino per nulla affidato al caso.

Un nome che fa i conti con la letteratura, inventato da Gabriele D’annunzio per un personaggio minore de La figlia di Jorio, e mutuato dal vate stesso direttamente dalla botanica, ispirato all’uso popolare di chiamare il frassino, l’olmo, orniello, albero snello, flessibile, la cui linfa dolce e benefica regala benessere e la cui eleganza ricorda forza e individualità. Per 91 anni queste credenziali sono state incise nel Dna della Vanoni come una dote, un insieme di virtù lasciate libere, in materia purissima, che lei ha plasmato consapevolmente con tempo e fatica e che ha portato in giro, ovunque, come si porta un bracciale estroso, un calice di vino tra le dita, un rossetto (e cioccolato) rosso lacca, un pigiama di seta o un abito di Dior per una soirée (l’ultimo, quello che ha scelto lei per salutare tutti noi).
Ci siamo abituati a vederla, negli ultimi anni, senza alcuna remora, passare da un salotto all’altro, da un palco a una laurea ad honorem, da un duetto a un’intervista, con la leggerezza di chi la vita l’ha mangiata a bocconi, tutta. Amava tutto, e sapeva star dentro ogni cosa, nel bello e nel brutto, nella corsa e dentro la sua pigrizia molto chic, quasi ostentata. Amava fare l’amore, libera, sempre, anche in tempi molto più bacchettoni, nel desiderio e nella ricerca del piacere come altissima forma di espressione di sé, senza schemi, paura di giudizi, costrizioni. La passione l’abitava, la frenesia pure, ma l’eleganza la teneva in piedi con una forza quasi tutta sua. Forse all’inizio molto meno ha amato sé stessa, e questo le ha permesso di fare passi poco ponderati, oscillando sempre tra la voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria (che mai titolo fu più giusto per raccontarla con quattro sostantivi), dicendo senza dire, cantando con una sensualità che stendeva, lavorando coi grandissimi, innamorandosi, dando tutto e anche di più, per poi planare, serena, negli ultimi anni, su un paio di Sneackers indossate sotto l’abito da sera, abbandonando tacchi e sovrastrutture. All’inferno, diceva, non ci sarebbe potuta finire: per il troppo caldo la pressione bassa non glielo avrebbe permesso e di questo ne siamo certi anche noi, ma, per una ragione di più, che esula dalle temperature proibitive.
Ornella Vanoni ha fatto della sua etimologia un cammino di verità, lasciando in ciascuno di noi un pezzo, un insegnamento, un monito. Negli occhi grandi, sempre scintillanti c’erano più stelle che puoi e una profondità che solo l’intelligenza e il dolore possono darti. Trasformare questo in arte, e in un’aria fintamente svampita per non dare troppe spiegazioni, la cifra di chi guarda bene tutto e sa come tradurre la malinconia in amore, senza farsi bloccare le gambe e il fiato. Una eredità, su tutte? Passare per il buio senza paura. Una domanda da farci, oggi, noi tutti, davanti allo specchio? Cosa e quanto di Ornella c’è in ognuno di noi. Di quel frassino alto, snello dalla linfa benefica e dal portamento elegante. Per lei, che non ha ieri e non ha domani, fiori gialli e una tromba dolcissima suonata come saluto; per noi, un appuntamento eterno in sospeso da onorare con la nostalgia, che, come ben si sa, è forte più del pianto.

Ornella Vanoni
