Finalmente è uscito l’album di esordio di Bianca d’Aponte. Sarebbe accaduto ventitré anni fa, quando lei stava lavorando al suo primo disco e aveva appena firmato il contratto con un’importante etichetta, se un destino spietato non l’avesse portata via alla sua famiglia e all’umanità tutta in un battito d’ali, in un giorno d’estate. Oggi, grazie al raffinato e sofisticato lavoro in studio di Tommy Bianchi, con la supervisione del grande Foffo Bianchi, il disco è tra le nostre mani, con la voce di Bianca tornata in questo mondo in tutta la sua forza, dolcezza e personalità. Ci immergiamo subito nell’ascolto.

Asciutto, staccato, inconfondibile, parte l’arpeggio di Fausto Mesolella sulle corde della sua ‘Insanguinata’; è solo un momento, prima che la voce tonda e dolce di Bianca d’Aponte intoni il suo “girotondo-ninnananna”, intingendo l’inchiostro nel mondo dell’infanzia dove tutto ha inizio ma che troppo presto viene sporcato dalla frenesia della modernità, lontano dal candore di un’anima nuova, un’Anima scalza. La profondità del pensiero di Bianca riporta al Girotondo deandreiano, che ha però nel suo crescendo un rovinoso finale. Qui, invece, la corsa insensata del mondo – ben rappresentata dall’ingresso della batteria di Mimì Ciaramella, dal contrabbasso di Ferruccio Spinetti e dal violoncello di Andrea Beninati – si acquieta, tace, si arrende, infine, alla purezza della favola che danza la sua libertà di sognare.
Arriva poi Benvenuto anche a te, una composizione talmente poetica che anni fa Fausto Mesolella stabilì di recitarla, semplicemente, nella sua personale versione contenuta nell’album di cover “Anima Bianca”. Non per nulla, i curatori del disco lasciano che Bianca e Fausto duettino indisturbati così come fecero allora, nella sala di registrazione che lui aveva allestito in casa: è esattamente quel momento che il disco riporta, senza sfiorarlo. «Mi immagino la scena», aveva dichiarato Ferruccio Spinetti nel presentare il disco: «Fausto che preme ‘Rec’, cominciano a suonare e a cantare, e alla fine interrompe la registrazione e dice: “Va bene così». Contemplando un’umanità dimenticata, sparpagliata e nascosta nel buio delle strade (“una stella caduta su una vita perduta, dietro un pianto deriso, un meschino sorriso. […] un fantasma deciso a mostrare il suo viso, un borghese fallito, un barbone svestito…”, Benvenuto anche a te è un inno all’accoglienza, alla compassione, alla protezione di chi ha bisogno di amore, un’invocazione alla notte affinché si faccia rifugio e consolazione.

La melodia e il ritmo trascinanti del Cantico dei Matti restano un caposaldo nella produzione di Bianca, peraltro la sola canzone che circola sul web attraverso un video in cui compare l’autrice; perfettamente inserita dopo Benvenuto anche a te, il brano si colloca anch’esso nella tematica, cara alla giovane artista, dei reietti, degli ultimi della società civile, dei diversi, “quelli che i benpensanti chiamano errori”. La storia di questo canto è piuttosto complessa e include più versioni del testo; qui ci limitiamo a raccontarvi quella scelta per il disco, che è poi l’originale, qui arrangiato magistralmente con un’armonizzazione al pianoforte del maestro Giuseppe Gioni Barbera e l’aggiunta di basso (Sandro ‘Raff’ Rosati) e batteria (Giulio Proietti). Bianca si intrufola e si immedesima in questa umanità, che sa riconoscersi e poi guardare al mondo con occhi intrisi di poesia (“mano tesa a voi passanti, non chiediamo monete ma sogni in contanti”), ancora capaci di dare forma all’immaginazione (“una luna d’avorio […] che quando è piena sbadiglia assonnata, che se è a spicchio si culla beata”).
Un altro tema che torna in Bianca, nonostante la giovane età, è quello dell’amore, anche questo trattato in modo decisamente nuovo e personale. Nel disco, vi sono alcuni splendidi esempi di come lei si accostasse all’argomento. In Canto di fine inverno, qui proposto nella veste pensata da Cristiana Verardo, l’amore è un vero inno alla vita, alla rinascita, sintetizzato nell’incipit perfetto: “Mare di grano, pollini e spose, rondini aprile e maggio le rose; mentre un bambino corre e fa tana, butta per aria la sciarpa di lana”; poi il racconto si snoda elegante, come un dono offerto con cortesia d’altri tempi, delicatissimo, fatto di riti e di echi popolari: “Ho qui per te un mazzetto d’amore, ma voglio in cambio un cestino di more; ho qui con me tre ricordi e un soldino, se è testa vinco se è croce mi inchino”.

Di tutt’altro tenore è Respira piano, dove ritroviamo il tocco di Spinetti e Beninati che si aggiunge alla chitarra di Biagio Felaco, e in cui un amore grande, più maturo (“Amo ogni suono armonioso di te, ascoltane l’eco e capirai perché”), affronta il difficile momento del distacco, un dolore sul filo della disperazione: “Le tue sembianze, sfumate già, più indefinite il mattino le fa, schiava di questo sogno che non è, muore la luna e ti porta con sé […] ciò che la memoria conserverà è un labirinto che uscita non ha”. Per raggiungere poi una più posata consapevolezza in Clessidra (nell’arrangiamento di grande enfasi di Saverio Lanza con i cori di Cristina Donà): “… poi, partito, ti chiederai ‘Chissà se piangerà’, e amerai chi ha amato la tua libertà”.

Ritroviamo infine la leggerezza del sogno d’amore in Straniero: “Poi una chitarra scordata e persi pure il treno, ancora io non so se ti ho sognato o sei vero […] Straniero […] Vengo insieme a te, nel tuo viaggio nelle storie, guidami nel mondo che c’è in me”. Il brano preso in cura da quell’artista straordinario che è Bungaro e che riversa qui tutta la tenerezza, l’affetto e la presenza coltivati in tanti anni nella famiglia d’Aponte, qui presente con la sua chitarra insieme al piano di Max Calò.
Ma anche del valore dell’amicizia sa parlarci Bianca. Nel rapporto fraterno con una compagna di scuola di Bianca ci fu, come accade un po’ in ogni relazione, un periodo di allontanamento senza ragioni precise: si cresce, si cambia, si corre dietro alla vita. Ma non si dimentica.

E fu così che un giorno lei, anziché telefonare o inviare una lettera alla sua vecchia amica, le si rivolse in forma di canzone. Si aggiunsero le mani sapienti di Oscar Avogadro – personalità fondamentale nell’esperienza musicale di Bianca, anche lui scomparso troppo presto – e nacque Mary: “Ci pensi ancora a quei giorni? Sognare era il lavoro ufficiale, e la scuola era un hobby […] Ora sto pensando a te, lontanissima da me, e se ti concentrerai lo sentirai […] Volevo dirti che dentro di me, nei ricordi, resti incancellabile”. Qui l’arrangiamento è curato dal maestro Alessandro Crescenzo, con le sue sonorità che sono parte fondamentali del Premio dedicato a Bianca.
Trova accoglienza nell’album quel gioello di Ninna nanna in Re, la più dolce delle ninnananne. Sottolineato dallo stupendo arrangiamento di Mauro Palmas (liuto cantabile) e Marcello Peghin (chitarra), il canto esprime così tutto il suo potere evocativo, che trae ispirazione dai tempi andati, da un mondo antico; in questo testo, Bianca si immerge nell’universo delle paure del bambino che deve affrontare la notte e il buio, offrendogli innumerevoli appigli cui aggrapparsi, trovando parole che non potrebbero essere più efficaci, metafore il cui significato può facilmente essere non comprensibile al mondo adulto, ma che a nessun bimbo sfuggirebbe: “… e se ti addormenterai, avrai la chiave di tutte le porte che non hai aperto mai […] Se il buio ti fa paura ho un campanello per te, muovilo un po’ e verrà a farti luce un corteo di lucciole […] Non sarai solo stanotte, guarda più in alto e vedrai che il cielo si farà specchio e il riflesso di noi si incontrerà. Ma se il silenzio non tace, c’è già un’orchestra per te di grilli, cicale e di foglie nel vento e una ninna nanna in Re”.
Chiudiamo con il racconto di un altro brano proposto nell’incisione originale, in cui Bianca canta accompagnata dalla chitarra di Biagio Felaco. L’immedesimazione, in Come Dorothy, nel personaggio letterario protagonista de Il mago di Oz è quella di una giovane, profondamente sensibile e inquieta, che attende il momento in cui potrà esprimere tutta l’immensità che ha dentro. “Uragano, vieni giù […] rapiscimi e portami su. Due o tre cose avrò con me: la chitarra e una tazza da tè […].La chitarra equivale allo “zaino in spalla” pieno di musica di Anima scalza. E là, dove nei panni di Dorothy dichiara “La mia meta sono io, dopo anni in un posto non mio”, qui lascia un’immagine chiara di sé: “Sono musica che danza come pallida anima scalza”.

Ci auguriamo che questo album possa essere seguito da altri, ché tante ancora sono le canzoni – bellissime – che Bianca ci ha lasciato e poi donato attraverso l’amorevole generosità della famiglia che da tanti anni si impegna nella realizzazione del Premio a lei dedicato: papà Gaetano d’Aponte e mamma Giovanna Vitagliano, con l’imprescindibile, prezioso e appassionato aiuto di Gennaro Gatto.
Intanto, siamo grati a tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo lavoro straordinario, primi fra tutti i componenti del collettivo ‘Noi siamo un arcipelago’: Ferruccio Spinetti, Duccio Pasqua, Elisabetta Malantrucco, Enrico Deregibus, Mauro De Cillis, Cristiana Verardo; poi l’Ensemble per Bianca, cioè tutti i musicisti, gli arrangiatori e i produttori intervenuti nel disco; infine, John Vignola che ha curato le note di copertina, Clelia LeBouer per l’artwork e Rita Zunno per il design.
Foto tratte dai profili ufficiali degli artisti citati e dall’Archivio dell’Associazione Bianca d’Aponte

Ensemble per Bianca d’Aponte
G-Ro Dischi / IRD
01. Anima scalza
02. Benvenuto anche a te
03. Cantico dei matti
04. Canto di fine inverno
05. Clessidra
06. Come DOroty
07. Mary
08. Ninna nanna in Re
09. Respira piano
10. Straniero
2025
