Gerardo Balestrieri, cantautore di vecchia scuola e lungo corso, polistrumentista, più volte ospite sul palco del Premio Tenco, artista a tutto tondo con quindici album all’attivo, l’ultimo dei quali è questo Canzoni di rabbia e di guerra, una lucida galleria di orrori, soprusi e macerie che volteggiano su una derelitta e abusata umanità. Il motivo per il quale ad un certo punto della propria vicenda artistica egli si sia disposto a partorire un disco così profondamente in-commerciale è giusto lasciarlo spiegare a lui stesso, copiando e incollando dal “libretto” essenziale ma esaustivo, che equipaggia il cd: “Un disco di canzoni che non avrei voluto scrivere, perché vorrei cantare l’allegria, la festa e l’abbondanza. E invece non è tempo, ho scritto canzoni di rabbia e di guerra per le macerie di questi anni. Anni vissuti nell’angoscia della devastazione con l’afrore della morte e nessuna attenzione”. Noi aggiungiamo che il titolo dell’album rimanda per un verso alle Canzoni di rabbia di Claudio Lolli, per un altro a Di rabbia e di stelle del prof. Vecchioni (qua però di stelle non se ne trovano) e, per l’assonanza dell’urgenza, a Tredici canzoni urgenti di Vinicio Capossela.
E, poiché è un disco in qualche misura diverso dagli standard a cui siamo, ahimé, abituati, ci preme recensirlo in maniera insolita, facendolo parlare, brano per brano, non prima di averne riconosciuto la sua compatta natura di concept-album, dispiegata lungo otto tracce senza compromessi, e di aver apprezzato che le sonorità e le atmosfere musicali sono state tornite da un folto gruppo di tredici musicisti e tre vocalist, con arrangiamenti e direzione artistica dello stesso Balestrieri.

50 mila morti
Prima traccia del disco, è un rock elettronico, impreziosito dalla voce di Pierpaolo Capovilla, una denuncia spietata contro l’economia degli armamenti, al servizio dell’accaparramento di gas, petrolio e terre rare, fra l’indifferenza generale: “è un deserto di morti / e la chiameranno pace”.
Festival
“Se un giorno dovessi andare a Sanremo / dovrei vivere almeno un’annata da scemo”. L’intro ci spiega bene la strada che prenderà il brano. Non salva niente Balestrieri, il festival viene incenerito, “tra i violini, le prove, promozioni e tik tok”. E conclude rimarcando il fatto che “su quel palco ci sono già stato”, con evidente riferimento alla Rassegna Tenco, rievocata con la nostalgia di chi aggiunge “era un’altra storia…. era la mia / era un’ altra stagione”.
Kurtz
Una porta che scricchiola aprendosi, un gocciolio d’acqua, un attacco di sax, l’ambiente sembra quello di una prigione. Kurtz è Walter Kurtz, disertore dell’esercito statunitense nel famoso film Apocalypse Now, e quindi siamo in Vietnam, e questa non è una generica condanna della guerra, è la contrapposizione etica tra l’accusato, che è sì un criminale ma espone i suoi motivi, e l’accusatore, Willard, che non è poi mica così perbene. Il brano riflette il mood dell’album, un crudo confronto, intriso della spirale di spietatezza, all’incrocio fra etica e raziocinio, crudeltà e rispetto delle regole di guerra.
Neanche una parola in occidente
Intro mediorientale, elettrico, incalzante, raccontato più che cantato, indignato più che raccontato, il brano non lo dice espressamente, ma siamo a Gaza, in pieno bagno di sangue, e nessuna attenzione, nessuna iniziativa per placarlo. Disattenzione e indifferenza. “Neanche una parola in occidente” è la strofa che piomba come un masso, ripetuta, e ancora, e ancora, a scandire l’urgenza di una reazione della parte opulenta del mondo, che non vuole guardare nell’abisso, e volta, con ipocrisia, lo sguardo altrove.
Chissà
Restiamo in Palestina, e anche questo brano è un campionario di orrori dell’occupante contro i civili, i bambini, le donne. L’artista si domanda sgomento “chissà come si fa a tessere la tela del ragno / ad inchiodare qualcuno su una croce di legno / ad accorgersi poi di aver preso per sbaglio / l’ospedale civile per un tiro a segno”. Non c’è risposta, solo desolazione, in questo pezzo che rimanda a Numeri da scaricare del Principe De Gregori.
La paura
Un valzer beffardo ed ironico, introdotto da un implacabile ticchettio di orologio, sulle cui note si dipanano tutte le paure indotte da chi racconta la storia su libri, giornali e programmi TV, trasferendoci quella paura che ci sovrasta, ci manovra ed incombe.
Si fa presto a cantare d’amore
Scalpiccio di passi, un brano lento, che apparentemente allevia la tensione. Apparentemente. Perché il concetto guida è che “si fa presto a cantare d’ amore / se non si ha altro da dire / se non si ha altro a cui pensare / se questo mondo ti sembra normale”. E’ un richiamo all’urgenza di un impegno consapevole, guardando in faccia il nostro tempo senza sconti, perché “si fa presto a suonare un flamenco / se non si hanno le dita mozzate / a calciare un rigore sbilenco / se le gambe te le hanno spezzate”. Il punto di vista personale dell’autore che se ne ricava è che l’amore sia un sentimento fatuo e frivolo, o almeno lo sia il cantarlo, in tempi di rabbia e di guerra, e a tale estrema conclusione non vi era giunto neppure il compianto maestro Claudio Lolli, per il quale, malgrado gli sfregi dell’esistenza, l’amore leniva e confortava l’uomo in crisi.
Mare
Il brano che chiude il disco è un triste requiem del mare che annega il migrante. Un recitativo triste e struggente, ornato dalla bella voce di Filomena D’ Andrea. Il mare che separa, il mare camposanto, il mare implacabile, che concorre al lavoro sporco contro l’umanità in fuga da miseria, orrori e disperazioni.
Non ci sono luci, nessuno spiraglio in questo bel lavoro di Gerardo Balestrieri. Si avvertono tensione, urgenza, rabbia, ribellione, ma anche sorpresa e sgomento. Gli arrangiamenti sono ben suonati, tuttavia le parole, così dure, aguzze, scolpite, finiscono per metterli un po’ in ombra, rendendoli funzionali al servizio della parola, o al massimo contestualizzando luoghi e fatti.
Un disco impegnativo e maturo, l’antitesi di quanto le nostre orecchie atrofizzate sono sovente costrette a mandare giù. Assunto in dosi appropriate, tratteggia la nostra quotidianità col graffio nero, scuro, realistico di un dipinto del Caravaggio.
Gerardo Balestrieri
Autoprodotto / IRD
01. 50mila morti
02. Festival
03. Kurtz
04. Neanche una parola in occidente
05. Chissà
06. La paura
07. Si fa presto a cantare d’amore
08. Mare
Gerardo Balestrieri
Garlo Di Gennaro: batteria Daniele Vianello: contrabbasso, basso elettrico Gerardo Balestrieri: voce, piano elettrico, sintetizzatori, hammond, harmonium, chitarra, fisarmonica, daf, sonagli, armonica, catene, loop, effettistica, noise, incudine Pierpaolo Capovilla voce in 50mila morti Stefano Ottogalli: chitarre classiche, acustiche, dobro, elettriche Filomena D’Andrea: voce, cori Michele Signore: mandoloncello Massimiliano Sacchi: sax baritono, clarinetto Antonio Crispino: voce, armonica, cori Enrico Masiero: voce, cori Gianfranco Coppola: violoncello Massimo D’Avanzo: zourna Said Chavoshbaran: tombak Alvise Seggi: oud Virginio Tenore: cori
2025
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