La riflessione sullo scorrere del tempo e l’idea che esistenza umana sia sospesa tra sogno e realtà percorrono Dream Life, il nuovo album di Marta Del Grandi recentemente pubblicato da Fire Records. Il disco esce a distanza di tre anni da “Selva”, che era valso alla cantautrice milanese l’inserimento nella cinquina delle Targhe Tenco come miglior opera prima, riscuotendo inoltre consensi a livello internazionale in un tour che nel 2024 aveva toccato persino Hong Kong. Rispetto al precedente full-length, il nuovo disco presenta una narrazione personale più intima, ma guarda anche al mondo esterno, toccando problematiche come il cambiamento climatico. Riferimenti al contrasto tra passato e presente e termini come “dream”, “memory”, “real/unreal”, “time” ricorrono nelle liriche, per le quali anche questa volta Marta ha scelto la lingua inglese come mezzo espressivo.
Così la stessa cantautrice ha commentato a proposito del mood che caratterizza l’album:
«Coincidenze e incontri mi riportavano sempre al tema del sogno, dei ricordi e delle memorie, una dimensione in cui la percezione del reale e dell’irreale è sbiadita e spesso indistinguibile. Le canzoni riflettono questa atmosfera e la articolano in direzioni diverse, con momenti più introspettivi e parti più surreali ed ‘esagerate’. Tutte le tracce hanno un legame con il tema, con un’interpretazione ampia».
Il disco si apre con You Could Perhaps, brano caratterizzato da un arrangiamento che mette in evidenza la suggestiva componente vocale. Il testo allude al fatto che in una relazione, a volte, non è possibile adeguarsi alla dimensione immaginaria nella quale il partner vorrebbe limitarci: tra la realtà e i nostri sogni e desideri, infatti, c’è sempre un salto quantico. Segue la title track, in cui sonorità sognanti e solari rivestono un testo introspettivo: in esso la songwriter rivela il proprio temperamento emotivo (“ever since I was a child I tend to cry too much”) e riservato (“I prefer to be quiet and keep it to myself”), ma anche l’aspirazione a rivivere episodi della propria vita per rifare tutto da capo (“If I could go back in time and do it all over again”). Da segnalare il videoclip della canzone, girato a casa di Marta e in una tabaccheria di Abbiategrasso, la sua città: nel filmato, diretto da Sara Moschini, possiamo idealmente seguire la cantautrice nelle stanze della sua abitazione, tra pile di libri, mentre gioca con il suo cagnolone o prepara un pasto, fino all’intimità della sua camera da letto.

Antarctica è una canzone che spazia dal funky all’elettronica, con i fiati in rilievo ed echi di Talking Heads e Laurie Anderson. L’io lirico affianca alle considerazioni esistenziali la consapevolezza che gli ecosistemi sono in pericolo: mentre cerchiamo di rompere i legami con il nostro passato nel tentativo di evolverci, infatti, il riscaldamento globale mette a rischio i ghiacci dell’Antartide. In Alpha Centauri non si parte per un viaggio interstellare, bensì si intraprende un percorso a ritroso nella nostalgia dell’adolescenza, con chitarra acustica e fiati ad accompagnare i ricordi. Dopo la meditativa e struggente Shoe Shaped Cloud – che rimanda un po’ a Creep dei Radiohead – si cambia decisamente registro con Neon Lights: qui le liriche che ancora una volta alludono all’indagine del sé e all’anelito al cambiamento (“You could be whoever you desire be the way you feel. No burdens from the past, let’s rewrite our history”) si immergono in un vortice di suoni, con le chitarre distorte e un basso incalzante che si fanno protagonisti.
Uno degli episodi più evocativi è Some Days, un duetto con Fenne Kuppens, in cui si indaga il contrasto tra le fasi più dinamiche della vita e gli istanti in cui tutto sembra rallentare, nodi e legami si sciolgono e le lancette degli orologi cessano la loro futile corsa. Ma proprio in queste occasioni di isolamento e di apparente paralisi è possibile accedere alla comprensione del senso dell’esistenza:
When time stops and bones unwind
and there’s no-one else around,
we could leave it, move ahead, find new purpose.
L’album si chiude con una traccia molto intima, Oh My Father, che ha inizio con voce e chitarra e poi monta in un successivo crescendo. Qui prevalgono, come altrove, toni di nostalgia e di rimpianto: la protagonista si chiede se sia diventata colei che il genitore si aspettava e nel contempo si rende conto di essere abbastanza adulta da potersi liberare da ogni condizionamento.
“Dream Life” è un lavoro in cui Marta Del Grandi riesce a spaziare tra atmosfere musicali differenti in una sequenza di brani legati dal filo rosso della memoria, del sogno e dell’introspezione. Essenziale sarà poi la dimensione live, in cui questi pezzi dimostreranno tutto il loro spessore. Attualmente la cantautrice è impegnata in una serie di showcases, due dei quali si terranno a Bruxelles e Parigi, mentre il tour vero e proprio nei club partirà ad aprile, con tappe lungo tutta la penisola e in diverse venues europee.

Marta Del Grandi
Fire Records
01. You Could Perhaps
02. Dream Life
03. Antarctica
04. 20 Days of Summer
05. Alpha Centauri
06. Shoe Shaped Cloud
07. Neon Lights
08. Gold Mine
09. Some Days (feat. Fenne Kuppens)
10. Oh My Father
Marta Del Grandi e Bert Vliegen
Marta Del Grandi: voce, synth, chitarre aggiuntive e programmazione - Fenne Kuppens: voce in Some Days - Artan Buleshkaj: chitarre - Kobe Boon: basso - Simon Raman: batteria e percussioni - Heleen Andriessen: piano in Dream Life - Benjamin Hermans: sassofono baritono e contralto - Frederik Heirman: tuba e trombone - Bert Vliegen: synth
2026
