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Voce elegantissima già dagli anni 80, da cui, parafrasando il suo amico Manuel Agnelli, è uscito vivo, leader di una band che più di altre rappresentava un’alternativa alla musica degli anni 90, anche alla stessa musica alternativa, dove la già citata eleganza rendeva i La Crus un gruppo notturno e caldo, Mauro Ermanno Giovanardi ha ravvivato la primavera passata con un disco di notevole fattura, senza dimenticare, anzi ribadendola, la dote già nominata un paio di volte in poche righe.

 

Agnelli e Giovanardi, due icone che hanno segnato in maniera indelebile gli anni ’90 e 2000. Nella foto insieme dopo una data di Gio al Germi di Milano (12 maggio)

 

Un lavoro che già dal titolo mette in chiaro le intenzioni del suo autore: bisogna scegliere con attenzione le parole, perché le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti.

Per scegliere, Gio si affida a quello che ha denominato un ‘collettivo della parola’, collaborando con Francesco Bianconi, Colapesce, Vasco Brondi, Giuseppe ‘Peppe’ Anastasi, Kaballà, Cheope e lo storico compagno di viaggio Alex Cremonesi.

 

E alle parole, scelte con cura, ci si deve abbinare la musica adatta, affinché il messaggio sia valorizzato e amplificato.

 

 

Giovanardi con Colapesce, Giuseppe Anastasi (in alto a dx) e Cheope

 

Tutto questo accade nel suo nuovo album, 50 minuti scarsi durante i quali Gio si mette a nudo e si lascia andare a riflessioni agrodolci sul suo ruolo nella scena musicale odierna, sull’importanza della musica, sul passare del tempo, su questo tempo balordo.

 

Proprio sull’oggi si sofferma la prima canzone, Il buio nella pelle, un momento di sconforto, di fronte a un mondo che forse non ci appartiene più. Se i post o le foto contano di più dello scrivere canzoni, sembra chiedersi Gio, cosa ci faccio qui?

Nominata diverse volte, la disillusione sembra averla avuta vinta.

 

Si resta nello stesso mood con Veloce, che se possibile ribadisce quanto già espresso: velocità come superficialità, come poca attenzione al senso vero delle cose, situazione inaccettabile per chi ama ancora filosofeggiare, per quei pochi che ancora possono permettersi di scegliere e di non delegare ad un algoritmo le proprie istanze. Deve essere traumatico, come vivere una vita lenta (termine molto in voga oggi proprio da chi ha contribuito e non poco alla assurda velocità del presente) e vedersi catapultati da un giorno all’altro nel caos. Sembra di essere alla Stazione Centrale di Milano all’ora di punta, correre verso l’uscita o verso il treno deve essere l’unico pensiero.

 

 

Ci si ferma a riflettere nei due brani successivi, accoppiata meravigliosa, che riporta profondità di pensiero e di cuore nel nostro ordinario.

La coscienza della mia generazione racconta di Luca e Laura, che quasi stupiti troviamo innamorati e soprattutto felici a fine brano, nonostante siano passati ed abbiano vissuto in prima persona quello di cui parlano le due canzoni precedenti. Dal Patto di Varsavia ai western di Sergio Leone, la storia da sempre lascia sul campo eroi e sconfitti, ma a volte concede una seconda possibilità. Il gioco delle citazioni qui parte da (nata) Sotto il segno dei pesci di Venditti, con cui condivide l’analisi socio-generazionale, ai protagonisti di Heroes a Berlino, con gli Stones a guardare di nascosto. Come sempre, più indiani che cowboy.

 

Anni zero era nella cinquina finale del Premio Tenco come canzone singola ed è onestamente la mia favorita per questo scorcio di 2026. Una storia verticale, che parte da Caterina e procede in avanti, fino ad Annalisa, sua figlia, con cui la semplice condivisione di un brano dei Velvet Underground crea un legame che suscita speranza. Si certo, ci saranno altre musiche, il nostro tempo finirà, ma torneranno valori e sentimenti che ora sembrano nascosti o forse che al momento la nostra generazione non riesce a scorgere, nelle macerie non solo metaforiche dei nostri giorni. Forse non è ottimismo, ma è presa di coscienza che anche senza di noi il mondo proseguirà.

 

Ascoltare questo brano mi riporta sempre alla scena finale di ‘I love Radio Rock’ ed al commiato del Conte (un meraviglioso Philip Seymour Hoffman): “Non muore niente di importante questa notte! Solo quattro brutti ceffi su una nave di merda! L’unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!”

 

 

Una piccola parentesi personale: questo pezzo mi ricorda terribilmente Massimo Cotto, ma non so dare una spiegazione, è questione di atmosfera, di sensazioni; poco prima dell’uscita di questo album, ho visto a Teatro ‘Chelsea Hotel’ che Massimo scrisse ed interpretò proprio con Mauro Giovanardi; insieme a Gio, oltre al fido Marco Carusino alle chitarre, c’era Chiara Buratti, la moglie di Massimo. Io rimasi sconvolto dalla capacità di entrambi di non farsi travolgere dalle emozioni, quella sera, tra l’altro nemmeno in un posto qualunque, ma proprio ad Asti. Ho avuto il privilegio di parlarne con entrambi un paio di mesi fa e la risposta di Gio alla domanda “Come avete fatto quella sera?” forse sta in pezzi come questo, dove l’amico e compagno di palco non viene citato direttamente ma è presente nelle parole, pregne della sua capacità di raccontare storie e di fartele vivere come se ne fossi tu il protagonista.

 

Massimo Cotto e Gio

 

L’album continua in un sali-scendi di emozioni, spesso opposte tra loro, amore, disillusione, orgoglio, rassegnazione: sembra che questo mettersi a nudo dell’autore, lo porti ad una riflessione altalenante, dove gli è difficile capire davvero cosa stia provando e quale sia il suo posto.

 

Amore Giuda è una velenosa satira contro chi tradisce, quasi ad avvisare “il traditore” per eccellenza, che oggi le sue azioni sono quasi considerate se non virtuose, per lo meno accettate. Subito dopo però l’amore da Giuda diventa Struggente, con una preghiera a chi può portarlo altrove, può proteggerlo dalle inquietudini, offrirgli, per dirla come Bob Dylan, “un riparo dalla tempesta”.

 

La necessità di affermarsi e di affermare la propria esistenza riemerge in Fermami e in Per cantare più forte, dove sono lampanti la voglia ed il bisogno di non fermarsi e sentirsi vivo facendo quello che si è sempre (e molto bene) fatto. La fretta criticata in Veloce diventa qui un limite personale, causato proprio dalla necessità creata ad arte di muoversi troppo rapidamente. “Perché ho sempre troppa fretta di vedere come va a finire?” si chiede Gio, perché ci hanno tolto il gusto del percorso e ci hanno obbligato a considerare importante solo il traguardo.

 

Altra accoppiata di grande effetto è Il numero che viene dopo e Un errore: la prima se la prende con gli arresi e gli stessi disillusi a cui diceva di appartenere ad inizio album; che fine ha fatto la nostra grinta, la nostra voglia di cambiare, il nostro talento da coltivare a qualsiasi costo? Davvero accettiamo che tutto si riduca ad un numero per decidere la fila come al supermercato? Davvero cambiamo la nostra personalità con un codice a barre? Abbiamo davvero scelto di accettare “Ceneri calde per alberi? Aria calda per una brezza fresca? Un freddo conforto per cambiamento?” davvero preferiamo “Un ruolo da comparsa in guerra, per un ruolo da protagonista in gabbia”?

I Pink Floyd se lo chiedevano 51 anni fa, Gio rende questo dilemma interiore ancora maledettamente attuale.

Talmente attuale che Un errore è un chiamarsi fuori da questo gioco squallido e perdente, identificarsi con l’eccezione, con l’imprevisto, con la nota stonata in un’orchestra perfettamente noiosa.

 

20 giugno ’26 – Festival ‘Dei Suoni i Passi’ a Scamperia (FI) – ph_Monia Pavoni

 

Si arriva alla fine dell’album senza avere le idee chiare forse, ma con un bel po’ di domande, quelle che la musica ultimamente sta rinunciando a porre a chi la ascolta.

L’errore diventa ruolo, chi sa di non essere “cool” se ne fa una ragione e smette di credere ai miracoli, ma anzi, si alza sui pedali (nota autobiografica molto emozionante per chi scrive) e affronta l’ennesima salita come il proprio idolo, che di ostacoli ne ha trovati davvero troppi.

 

Ultimi due brani, altro apparente contrasto: Ogni voglia di noi due racconta ancora di amore, di passione, di fiducia reciproca e in sé stessi: “Cos’altro importa, se il Paradiso è qui” canta Gio, pochi secondi dopo aver detto di non credere ai miracoli. Perché spesso i miracoli avvengono, senza chiederci il permesso.

 

Ma per quanto ancora si chiede a fine brano, quasi ad introdurre la traccia finale “Ha ragione Schopenhauer”. Racconto di un momento decisamente negativo, appena dopo la fine di una storia, con la ferita ancora bene aperta, che non vuol saperne di rimarginarsi. “Non esiste nessuna emozione che sia totalmente sotto controllo” certo, non possiamo controllare il cuore, né l’anima, però la conclusione è davvero dura: “la felicità la cerchi, ma lei non esiste. Ha ragione Schopenhauer”.

 

 

Si esce dall’ascolto di questo disco storditi, incantati da tanta bellezza, ammaliati dai suoni mai eccessivi, con arrangiamenti che rimandano ad un pop intelligente, ben suonato, che funziona alla grande nonostante l’assenza voluta delle chitarre, con l’elettronica a farla da padrone, senza mai essere invadente, anzi sottolineando ottimamente l’importanza dei testi.

Si esce dall’ascolto di questo disco con tante domande ed altrettanti dubbi, a dimostrazione di come le parole usate siano state scelte, davvero, con cura, perché aveva ragione Michele Apicella “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”.

 

 

Foto tratte dai profili social ufficiali dell’artista

ad eccezione dell’ultima foto-frame tratta dal film ‘Palombella Rossa’  di Nanni Moretti (1989 – Sacher Film)

Artista:
Mauro Ermanno Giovanardi
Elenco Tracce:
01. Il buio nella pelle
02. Veloce
03. La coscienza della mia generazione
04. Anni zero
05. Amore Giuda
06. Di struggente amore
07. Fermami
08. Per cantare più forte
09. Il numero che viene dopo
10. Un errore
11. Non credo nei miracoli
12. Ogni voglia di noi due
13. Ha ragione Schopenhauer
Produzione Artistica:
Leziero Rescigno e Mauro Ermanno Giovanardi, tranne “La coscienza della mia generazione” di Roberto Vernetti
Anno di Uscita:
2026