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E’ quanto mai evidente che esiste ormai una forbice troppo
ampia in seno alla programmazione dell’Eurojazz
Festival
di Ivrea, giunto
quest’anno alla ventinovesima edizione. Esiste fra la parte per così dire
“satellite”, attenta a diversificare le proposte, anche in termini meramente
geografici (le località del circondario), e la monolitica certezza che informa
invece le due serate-clou ospitate al Teatro Giacosa, secondo cui il jazz-quello-vero si deve ancora battere rigorosamente
col piede, arabescando più o meno creativamente attorno ai soliti temi arcinoti,
attingendo da un vocabolario improvvisativo ormai vecchio – idiomaticamente
parlando – sessanta e rotti anni. Quest’anno, per la verità, fra i quattro set (due per
sera) andati in scena al Giacosa, c’era almeno quello di Sergio Cammariere, in solo, duo (con la pirotecnica tromba di Fabrizio Bosso) e trio (con l’aggiunta
delle percussioni di Bruno Marcozzi),
risultato alla fine (per distacco) il più apprezzabile della quaterna, ma il
prodotto non cambia granché: l’attenzione è comunque rivolta alla platea, a
lisciarle il pelo e, possibilmente, a riempirla. Il che è ovviamente accaduto
con Cammariere (comunque bravissimo, fra standard immarcescibili come My Funny Valentine, Summertime, Mack the Knife,
ecc. , affrontati con piglio da jazzista vero, e canzoni fra le sue più
gloriose, da Sorella mia a Per ricordarmi di te, da Tempo perduto a Dalla pace del mare lontano, dai due brani portati a Sanremo a Cantautore piccolino, offerta come bis),
cosa della quale si è giovato anche l’European
Organ Summit
di Alberto Marsico,
che aveva aperto (di puro mestiere) la serata, ma non per il doppio concerto
del drumless trio di Dado Moroni (omaggio a Oscar Peterson)
e del NYCQ Project (ormai tutto è un
progetto…), con, fra gli altri, il nostro Piero
Odorici
al sax tenore, per i quali il pur ridotto spazio del Giacosa
offriva un colpo d’occhio assai desolante. In altre parole: o riesci ad
agganciare (anche economicamente) gli ultimi grandi vecchi ancora in pista,
oppure puntare, nel 2009, su gruppi che affidano come tanti altri ogni loro
ardire alla vena solistica più o meno ispirata del momento, rimasticando
all’infinito un canovaccio ormai consunto, significa negare l’essenza stessa
della parola “jazz”. Che è miscuglio, rischio, ed evoluzione. Dovrebbe esserlo,
quanto meno, se non vuole sigillarsi entro gli angusti confini della musica di
repertorio. Col rischio che poi il tutto finisca magari anche per penalizzare
al botteghino…Certo altri itinerari devono aver battuto i citati concerti-satellite
(a cui non abbiamo assistito) disposti sul territorio (Chiaverano, Bollengo,
Banchette, ecc. ), protagoniste le chitarre di Maurizio Brunod (in solo) e del magiaro Ferenc Snetberger (col vibrafonista Dave Friedman), nonché il duo composto da Franco Ambrosetti alla tromba e Miroslav Vitous al contrabbasso. Un altro duo, quello tra il
polifiatista torinese Carlo Actis Dato
e il bassista spagnolo Baldo Martinez,
già autori di un bell’album in duo, “Folklore imaginario” (e Martinez pure di
un recente, notevole lavoro orchestrale, “Projecto
Miño”), ha firmato infine un’opulenta, apprezzata performance pomeridiana
sabato 21 nella chiesa di S. Marta (Ivrea). Per l’edizione del trentennale, urge
dunque una sana “rinfrescata” negli appuntamenti-clou.     

Artista:
Euro Jazz Festival 2009
Location Concerto:
Teatro Giacosa e altri luoghi, Ivrea
Data Concerto:
21/03/2009