In una sera di fine dicembre, sul
palco del piccolo Teatro “Monteverdi” di Cremona, quattro personaggi di mondi
diversi leggono brani, raccontano, cantano intorno a una emozione o
un’esperienza cardine della loro vita. Protagonista della serata risulterà alla
fine Alfredo Dilda ma tutti i
protagonisti, seppur in modo diverso, lasceranno essere questo “giovane” di
penna poeta, recitando sue poesie tratte dal piccolo libro “Essenze” (ed.
Tannini, Brescia), troveranno assonanze con la loro personale ricerca poetica
come Alberto Fortis, che recita con coinvolgimento Un angelo e Essenza, converseranno lasciando trasparire anche un certo “disagio”
come Alda Merini. La serata
organizzata e promossa da Fondazione Sospiro in collaborazione con il Comune di
Cremona, ha inteso far conoscere un progetto di promozione e
valorizzazione del lavoro dei suoi
“ospiti”. Tempo fa Alda Merini affermò che Basaglia è stato l’uomo che ha
sancito che anche i vecchi hanno il diritto di fare l’amore. E nei giorni dello
spettacolo al cinema il bel film interpretato da Claudio Bisio, “Si può fare”,
ripercorre l’esperienza della nascita di cooperative per l’integrazione delle
persone diversamente abili, ma, come sottolinea con lucida ironia la Merini, ci
si ricorda di loro solo a Natale sor-ridendo della loro follia. Alfredo Dilda e
Alda Merini hanno diversi elementi in comune; dal travaglio della loro vita
traggono versi senza però credere che quel vissuto sia la condizione necessaria
del loro scrivere. «Io non so più pregarti lo sai bene / e non so più parlare /
ma il mio cuore / sembra rompersi sotto la pressione / delle cose che mi urgono».
È questa urgenza a muovere il vero poeta, come conferma la Merini in modo ancora più efficace in
questi altri versi: «Benedetto colui /che guardando verso l’alto / fa scaturire
l’acqua del cielo, / fa piovere sentimenti verso la folla / e manda acqua a
refrigerare». In una intervista
rilasciata per la rivista Orizzonti, la Merini affermò che il valore della
poesia nella società contemporanea è quello di esplicitare l’essenza dell’uomo, la condizione del suo
esistere, comunicare il sentimento
quale che esso sia, come chiosa la canzone di A. Fortis La sedia di Lillà, eseguita durante la serata con
l’accompagnamento alla chitarra di Pacifico che ha anche presentato in versione
acustica Le mie parole e il suo
ultimo singolo Tu che sei parte di me.
«Ecco la poesia è un poco come la morte, sa toccare vette altissime senza paura
del precipizio» ha ancora affermato la
Merini lasciando intendere la sua attrazione per la
vertigine. Si dice che il poeta è un poco un mistico, ma questa parola che
significa “stare davanti alla cosa nascosta”, rimanda a M. Heiddegger che
commentando un verso di Georg Trakl “Il folle è morto” nel saggio “Il
linguaggio della poesia”, scrive “Follia (Wahsinn)
non vuol dire un pensare che fantastica cose insensate. Wahn deriva dall’antico alto tedesco wana e significa: senza. Il folle pensa (sinnt); anzi pensa come nessun altro: non però con la logica degli
altri. Egli ha un altro modo di pensare. Sinnen
significa originariamente: viaggiare, tendere a, prendere una direzione”. Al termine della serata,
l’impressione è di pensare che se accettiamo la follia non come una patologia ma una possibilità nel cammino
dell’esistere, il “diverso” orientamento e direzione non sono strade secondarie
ma tensioni dialettiche vive, del nostro comunicare: «E sempre nella mente mi
raggiro / uno strano pensiero di vergogna / verso l’anima mia, / verso le mani
che soffrono / in grembo inoperose. In
questo verso della Merini ci si sorprende per la scorrevolezza musicale, la
finezza dell’autoritratto, l’acutezza nel cogliere un atteggiamento e una
sensazione così comune a tutti, eppure così poco consapevole in tutti ed forse
è per questa ragione che Roberto Vecchioni per Lei nel 1999 scrisse “Canzone
per Alda Merini”.
Alberto Fortis
Pacifico
Teatro Monteverdi, Cremona
19/12/2008
