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In un’epoca in cui tutto deve uscire subito, consumarsi subito, sparire subito, dieci anni sembrano un’eternità.

 

La tela di Pascouche non nasce dalla fretta di pubblicare qualcosa. Nasce dal bisogno di avere qualcosa da dire. Antonio Pascuzzo lo ha scritto nell’arco di oltre dieci anni, mentre fuori cambiavano le stagioni, i governi, le città, le persone. E forse è proprio questa lunga gestazione a renderlo un lavoro così particolare: non fotografa un momento, ma un attraversamento.

 

Ascoltandolo si percepisce subito una differenza rispetto al repertorio che lo precede. Pascuzzo continua a osservare il mondo con lo stesso sguardo critico, ma oggi sembra aver sostituito parte dell’invettiva con l’allegoria. La rabbia è ancora lì, ma ha imparato a raccontarsi in modo diverso.

 

Accanto a questa dimensione più meditativa affiora infatti un’altra tensione, meno evidente ma altrettanto presente: il desiderio di alleggerire, di lasciare spazio a una forma canzone che non rinuncia al gioco, alla leggerezza apparente, a quell’ironia che si insinua tra le pieghe delle cose senza mai svuotarle di significato.

 

La Tela Di Pascouche

 

Mi ritrovo nel suo modo di osservare il presente, nello sguardo di chi non ha mai smesso di credere che la canzone d’autore possa ancora essere uno strumento per leggere la realtà. Non una cronaca, ma una lente.

 

Una lente che mette a fuoco i tradimenti. Quelli privati e quelli collettivi. Quelli che arrivano dalle persone e quelli che arrivano dalle istituzioni.

 

In Rosa, ad esempio, la vicenda della maestra sospesa per aver parlato di memoria diventa qualcosa di più grande: una riflessione su un Paese che sembra aver smarrito il rispetto per chi insegna, per chi studia, per chi prova a costruire coscienza critica.

 

Ma la denuncia non è mai urlata; è amara: e proprio per questo arriva più lontano.

 

Lo stesso accade in La città dei supermercati, dove le periferie e i piccoli centri diventano il simbolo di un mondo che sostituisce le piazze con i centri commerciali, gli incontri con i consumi, le comunità con le corsie.

 

Non c’è nostalgia, c’è la malinconia di chi si accorge che qualcosa si è perso per strada e non sa più dove cercarlo.

 

È in questo equilibrio tra profondità e leggerezza che il disco trova la sua forza. Pascuzzo tiene insieme registri diversi senza forzarli, lasciandoli convivere come voci che non si sovrastano, ma si ascoltano. Una scrittura che non teme citazioni, riferimenti e stratificazioni culturali, ma li assorbe dentro un linguaggio personale che non cerca scorciatoie.

 

Dentro questa trama si inserisce anche il lavoro di Alessandro Chimienti, che contribuisce a dare alle canzoni una veste sonora che non è semplice accompagnamento, ma parte integrante della narrazione. Gli arrangiamenti non decorano: definiscono spazi, profondità e direzioni. Come se ogni scelta timbrica diventasse un ulteriore livello di lettura delle parole.

 

Il tempo che mi serve sembra racchiudere il senso più profondo dell’intero album: la felicità semplice di una canzone condivisa, di una tavolata, di un coro improvvisato tra amici.

 

Come se, alla fine di ogni riflessione, di ogni disillusione e di ogni ferita, restasse una sola certezza: che la vita accade sempre tra le persone.

 

Perché dentro queste canzoni non c’è soltanto il racconto di ciò che accade.

 

C’è il tentativo di capire cosa ci sta succedendo.

 

La Tela Di Pascouche

 

Foto di Angelo Trani

Artista:
Antonio Pascuzzo
Etichetta:
Vivodimusica
Elenco Tracce:
01. Cavalli
02. Il muto e il menestrello
03. Il ponte degli amanti
04. Rosa
05. Capra
06. L'ultima lama
07. Il condominio dei malandati feat. Simona Sciacca
08. La città dei supermercati
09. Il tempo che mi serve feat. Francesco Forni
Produzione Artistica:
Antonio Pascuzzo & Alessandro Chimienti
Musicisti:
Antonio Pascuzzo: voce Alessandro Chimienti: chitarra classica, elettrica, acustica, mandolino, programmazione elettronica Simona Sciacca: voce e arrangiamento cori Mario Dovinola: pianoforte e tastiere Marco Monaco: batteria; Marco Siniscalco: basso elettrico e contrabbasso Carmine Ioanna: fisarmonica; Pericle Odierna: fiati Raul Scebba: percussioni; Juan Carlos Albelo Zamora: flicorno, violino, armonica, mandolino Adriana Ester Gallo: violino Suvi Valjus: violino Giovanna Famulari: violoncello Adriana Marinucci: viola Puccio Panettieri: batteria Cavalli Simona Sciacca, Suvi Valjus, Adriana Ester Gallo, Giovanna Famulari, Adriana Marinucci: coro Capra Mago del Blocco: programmazione elettronica Il muto e il menestrello Mauro Menegazzi: fisarmonica Rosa Vincenzo Cavalli, Antonio Pascuzzo, Simona Sciacca, Alessandro Chimienti: coro Ave Maria Il condominio dei malandati Simona Sciacca, Alessandro Chimienti, Puccio Panettieri, Antonio Pascuzzo: cori L’ultima lama Francesco Forni: chitarra acustica, chitarra elettrica, basso, voci, arrangiamento Il tempo che mi serve Filippo Cornaglia: batteria e percussioni Il tempo che mi serve Matteo Scarpettini: percussioni aggiunte Il tempo che mi serve
Anno di Uscita:
2026