Recensire un libro di poesie intitolato Letteratura rock è un’operazione duplice, un’esperienza da interessi eclettici che in effetti unisce due mie grandi passioni, letteratura e musica, e ancor meglio poesia e rock.
La prima disamina che si richiede è quella più letteraria, forse meno interessante per quelli che usufruiscono di questa rivista, o forse no, ma comunque essenziale per capire di cosa stiamo parlando.

Alessio Miglietta ha composto una silloge poetica compatta, senza sezioni o divisioni, con una forma molto omogenea, testi non brevi e senza interruzioni strofiche, nel suo stile da poema che si riscontra già in altre pubblicazioni come ‘Poema nero’, operazione azzardata nel nostro periodo storico bombardato da reel brevi e insensatezze quotidiane.
Per capire questa caparbietà vorrei citare una sua poesia di un libro precedente ‘L’immaginario deforme’, in cui si nota l’ostilità che abbraccia la resilienza, parola cara al nostro e che incontriamo anche in qualche verso di Letteratura rock. Si chiama appunto ‘Universi inesplorati e Resilienza VIII’: «Nella vastità del mondo, sottoposti alle incurie / Gli esseri umani affrontano sfide / E spesso sono ostili ad arrendersi».
E come a preannunciare il connubio orfico tra letteratura e musica aggiunge poco più in là, in un delirio positivo raro che sembra lo squarcio sul finale lirico di Innuendo dei Queen: «Getta la maschera e accettati, comprenditi / Accarezza l’incompiuto e quello che non c’è più / Nessuno torna dall’aldilà nonostante le lacrime»; e conclude la poesia con il verso-strofa «Sii tu stesso il ricordo di quella morte che hai schivato».
Ho citato così tanto la poesia di un altro libro perché è una delle chiavi con cui si deve affrontare Letteratura rock per non considerarlo un semplice campionario didascalico: infatti le poesie, come dicevo, hanno uno stile programmatico compatto, perché affrontano ognuna un artista, che sia cantante o gruppo musicale, a volte anche più componenti di una stessa band (John Lennon e George Harrison).
I titoli indicano semplicemente i nomi dell’artista o del gruppo. Ma non è una mera descrizione della loro musica, è piuttosto una ricerca di un senso ultimo nei gesti e nelle opere di quei grandi artisti. Un invito a carpire dai loro errori come si possa trovare il senso per accettarsi e riuscire a schivare quella morte che molti hanno trovato per loro colpa o per caso.

Se prendiamo ad esempio Kurt Cobain (p. 23) ci accorgiamo sicuramente dei tanti riferimenti tra i versi: il punk o grunge che si concretizza nell’imperfezione («Sospeso tra le corde di una chitarra stonata»); il tipico vestiario («camicia di flanella a quadri»); la propensione a sfuggire gli sguardi o in generale a nascondere gli occhi per la vergogna; la famosa massima “bruciare subito piuttosto che spegnersi piano piano”; il loop temporale inutile alla Sisifo… e poi c’è il momento in cui si deve trovare quell’attimo per resistere alla vita, quello scontro tra successo e decadenza espresso nei versi «Lotta eterna di successo e rovine / Sul palcoscenico hai consumato la vita / di quest’angoscia […]». La perla da estrarre dalla poesia è detta nel mezzo, nascosta quindi, in enjambement per non cadere in quel didascalismo che potrebbe scappare in un libro che presenta 40 poesie programmatiche.
E i riferimenti ad altre opere di Miglietta per carpire la perla è sempre molto utile: in ‘Requiem di vita e amori’ la poesia ‘Cuore fermo’ nomina il Grunge proprio come simbolo del grigiore di una vita vuota che se non viene superata ci porta all’autodistruzione.

Questo gioco della perla nascosta non avviene solo con fenomeni spettacolari che in una morte arcinota mostrano la loro esemplarità, ma anche nella descrizione sonora di artisti meno noti al grande pubblico, come gli Opeth (p. 73) di cui si scrive: «Qui le emozioni si vestono di rumori / trasformando il dolore in potenza / la speranza in melodia inconsistente»: l’heavy metal che mischia calma e rabbia in un eterno ossimoro creativo diventa potenza creatrice e metamorfizzante del dolore che diventa speranza.
Molto altro si potrebbe dire a livello poetico, per esempio sulla versificazione per lo più libera che cede all’enjambement solo per nascondere il senso, proprio come abbiamo notato per ‘Kurt Cobain’.
Ma probabilmente per molti qui è più divertente sapere: che artisti ci sono? C’è un senso? E perché non c’è quel tizio? No, ma dai, non c’è… eccetera.
Per conoscere la lista bisogna certamente comprare il libro; ma si può senz’altro affermare che il ventaglio delle scelte ha un unico senso, ovvero quello di coprire tutti gli stili che si possono contemplare nel genere rock.
Un esempio lampante potrebbero essere Oasis e Dream Theater, due band praticamente coeve ma distanti anni luce. Oppure il ben lontano di più di mezzo secolo Jimi Hendrix e i contemporanei Idles.

Insomma ce n’è per tutti i gusti in questo senso, ma un appunto lo devo fare: solo anglofoni, e in generale a parte qualche raro caso come gli Opeth, tutti artisti britannici o statunitensi. Per me che ho studiato la musica di tutto il mondo (mi dispiace per la sfortuna che ha avuto Miglietta nell’incontrare me) avrei gradito una componente sconvolgente come i macedoni Leb I Sol, i bielorussi Lyapis Trubetskoy, gli spagnoli Mago De Oz, o almeno dei francesi Magma. Aspettiamo un seguito!
Da segnalare che la prefazione di Paolo Benvegnù è una delle ultime cose scritte dal cantautore scomparso il 31 dicembre del 2024.

Alessio Miglietta
Autoprodotto
2024
100
7.28
