Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

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Sono quasi quattrocento pagine ma il testo è di grande scorrevolezza tanto che, quando si comincia a leggerlo, non si smette più. E quindi, per apprezzare i passaggi letti d’un fiato bisogna ricominciare da capo. Ma le pagine sfogliate ed appese alle sorprese sono necessarie per comprendere la complessità e, quasi contraddittoriamente, la semplicità della vita di chi, davvero, per parafrasare la famosa scena del film Blues Brothers, ha visto la luce e per ben due volte. La prima quando è stato irraggiato dalla musa dell’arte, la seconda quando all’età di trentuno anni, è stato toccato da un’altra rivelazione…

La lettura del libro fa comprendere come Franco Mussida “contenga moltitudini”, come ben suggerisce un aforisma di Walt Whitman. Ma non perché la sua vita sia stata contraddittoria, bensì ampia, varia, con scarti improvvisi, con decisioni di grande impegno e spessore umano, artistico, sociale. Le parole del testo scorrono rapide in trentuno capitoli dove il protagonista non è solo perché, a parte la famiglia di origine, la sua famiglia, i compagni di viaggio nella musica, sono il Suono, la Musica, il Cuore, le Orecchie del Cuore, l’Occhio del Ricordo a sfilare come i personaggi principali della “rappresentazione”. Personaggi, questi, ricorrenti e fondamentali per conoscere la vita del musicista (e tanto altro…) milanese, che nel libro si identifica come “Il Bimbo del Carillon” (e lasciamo in sospeso la ragione di tale identificazione che si scoprirà nelle prime pagine del libro).

La storia narrata si presenta come una storia apparentemente semplice, con una famiglia modesta, un fratello molto più grande dell’autore, con una infanzia vissuta in un quartiere popolare di Milano, nel dopoguerra, dove le mamme generalmente erano casalinghe, i padri fuori casa a lavorare e i negozianti di prossimità (non esistevano ancora i supermercati…) a “segnare” gli acquisti dei clienti su un quaderno in attesa del fatidico 27 del mese. Un quartiere milanese come tanti, quindi, dove viveva una famiglia come tante, con un papà che dopo il lavoro si arrangiava con la chitarra e si scatenava, il giovedì sera, nell’incontro con un altro papà che abitava nella stessa scala e che suonava il mandolino. Era un momento di gioia tra due famiglie che, festa dopo festa, fece emergere nel protagonista della storia il desiderio di scoprire il mistero dell’origine del suono che scaturiva dallo strumento suonato da suo papà. E quando il mistero venne svelato, al bambino curioso si aprì, letteralmente, non solo un mondo, quello della musica, bensì il mondo nella sua accezione più ampia.

Ogni passaggio della sua vita, della sua storia, è inscritto nella capacità di dialogare con il Suono, nel saperlo cogliere nella sua potenza evocativa, nel saper ritagliare e cucire le note affinché il risultato non fosse solo qualcosa di accattivante o affascinante ma, soprattutto, che si fondesse con gli ascoltatori trasportandoli in un mondo in cui potessero cogliere, nel profondo, i propri sentimenti più veri. Non solo la ricerca, benedetta, dell’applauso ma quella del proprio “Se”, consegnando al pubblico una chiave di lettura della loro personalità, delle loro profonde emozioni. Il Suono e la Musica come Medium potenti, ancestrali, vitali, balsami di salute psichica. Questo aveva compreso Il Bimbo del Carillon e questo sarà, all’inizio inconsciamente e in seguito coscientemente, la scoperta fondamentale della sua vita. Una scoperta che lo renderà capace di utilizzarla anche per il bene comune.

Scorrono, affascinanti, le pagine della sua iniziazione alla musica, delle lezioni da un maestro di chitarra a cui, intelligentemente, la famiglia lo aveva “consegnato” avendone compreso il talento musicale. Illuminanti le pagine del suo apprendistato di musicista da balera e in locali di varia natura, anche famosi ma dove, oltre una certa ora, sparivano gli strumenti ed apparivano i dadi insieme ad una fauna umana di vario spessore, originalità, disperazione e, anche, pericolosità. Scorrono gradite e gradevoli le pagine che ricordano la storia di musica, vita, crescita con i componenti della Premiata Forneria Marconi (qui sotto in una foto d’epoca) dove a portarti dentro il racconto non sono tanto gli aneddoti (che pure, immaginiamo, sarebbero infiniti) ma l’affetto con cui ciascuno di loro viene descritto (con un soprannome per ognuno) e dove emerge il rispetto per le capacità strumentali e umane unitamente alla gioia e alla gratitudine per aver vissuto con loro momenti irripetibili dal punto di vista professionale e, soprattutto, per avere condiviso i momenti più belli della gioventù. Viene ricordato anche il periodo vissuto con Fabrizio De André, come accompagnatori di studio prima e come co-protagonisti sul palco poi, e dove la sua figura viene salutata senza discorsi agiografici o con aneddoti inediti ma con la sobrietà e il rispetto dovuti a questo grande artista della musica e cultura del nostro Paese, che con la PFM condivise palchi e novità musicali che hanno lasciato il segno.

Non potevano mancare le pagine sulla sua collaborazione con il Progetto Exodus e con quello della Comunità San Patrignano, ambiti in cui sono state spese, con buon frutto, tante giornate. Così come fondamentali sono le pagine in cui vengono descritte le emozioni dei suoi decenni vissuti a contatto con i detenuti del carcere milanese di San Vittore (ma non solo in quello) che ha portato allo sviluppo di un progetto che, attraverso la musica, facesse emergere gli stati d’animo dei detenuti e li educasse ad una maggiore conoscenza di se stessi e, di conseguenza all’inizio di un cammino di presa di coscienza delle proprie responsabilità indirizzandoli, con l’aiuto di psicologi e quant’altri preposti, al reinserimento nella società. Scopo primario del carcere, al di là della pena della limitazione della libertà. Nelle pagine dedicate a questa esperienza emerge la parte umana e sciamanica del Bimbo del Carillon, capace di esternare compassione (“cum patire”: patire insieme) verso i reclusi (generalmente quelli, ma non solo, legati all’uso o allo spaccio di sostanze) attraverso la diffusione di un progetto originalissimo proposto attraverso mezzi digitali in molti Istituti di pena del nostro Paese.

Insieme a questa (anche traumatica) esperienza, non poteva ovviamente mancare quella della scuola di musica fondata da Mussida nel 1984, il CPM – Centro Professione Musica, nato con l’obbiettivo primario di “formare musicisti sempre più consapevoli”, diventato in seguito CPM Music Institute, scuola riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca come Istituto di Alta formazione musicale. In questo ambito di conoscenza il Bimbo del Carillon ha investito decenni di passione al fine di trasferire gli allievi – diverse migliaia sono quelli che nel tempo sono passati da quelle aule per imparare a suonare uno strumento, a cantare, a produrre, a gestire un service audio/luci – vedessero nel loro impegno non solo quello, pur benemerito, di proseguire in una professione musicale ma anche quello di conoscere se stessi attraverso lo studio della musica affinché anche loro, come il Bimbo del Carillon, potessero (e possano) incontrare il mistero celato nel Suono e nella Musica. L’idea iniziale di Mussida, valida ancora oggi, non era quella di costruire “solo” una scuola per imparare a suonare al meglio uno strumento, ma fornire una dimensione in cui scoprirsi come persone adulte e mature, affascinate dal Suono e della Musica, certo, ma soprattutto desiderosi di incontrare sé stessi in un percorso pedagogico in cui Suono e Musica sono i medium ideali.

 

Pensando alla vita dell’autore del libro, tra palchi, studi di registrazione, esperienza nelle carceri, gestione del CPM, si possono immaginare in migliaia di migliaia gli incontri vissuti, le persone con le quali ha potuto entrare in contatto. Per momenti fugaci oppure per relazioni approfondite e di collaborazione. Per progetti comuni o per semplice affinità. Centrale, però, nella vita del Bimbo del Carillon, è la presenza della sua compagna di vita, Loredana, con la quale condivide vita e progetti da decenni. Una relazione, questa, essenziale perché la sua vita potesse possedere un particolare “swing” positivo e che, pure in mezzo alle tante fatiche del quotidiano, con la sua presenza è stata (ed è) il faro ideale affinché le idee suggestive del Bimbo del Carillon trovassero il giusto equilibrio per attraccare sempre al migliore approdo. Una relazione che ha saputo cogliere, si potrebbe dire, la congiunzione tra lo yin e lo yang, completando, in maniera efficace e potente, due personalità differenti ma capaci di accettarsi mettendo in comunione le proprie risorse, la propria inventiva, il proprio affetto.

 

Questo, comunque, è un libro che non finisce con l’ultima pagina perché è evidente che nel Bimbo del Carillon, in Franco Mussida, l’ultima nota non fa terminare il concerto ma è quella che prepara il successivo. Per questo in ogni trama del suo scritto si intravede sempre lo sguardo proteso verso il futuro con la concretezza del presente in cui emerge, potente ed inesauribile, il desiderio di trasferire verso gli altri quella luce di potenza infinita che ha lo inondato, in tenera età (ed inconsapevolmente) e che in età matura lo ha attraversato quando si è affacciato alla finestra di una stanza di Hotel in quel di Taormina, dopo un viaggio estenuante alla guida del furgone della band. Si, proprio quella band… Leggere per credere…

Artista:
Franco Mussida
Anno:
2024
n° Pagine:
394
Prezzo:
20