La matrice filosofica che marca il nostro tempo sta scivolando sempre più verso l’invisibilità intellettuale. Se da un lato la società cerca di mettersi in mostra e denudare sempre più il proprio corpo, coloro che si accostano alla cultura per vocazione e invocazione, si nascondono e abbassano la voce. È in questo clima culturale che si deve inserire Orione di Matteo Nativo, chitarrista che ha messo finora il suo fingerpicking al servizio dell’artigianato e adesso è pronto per spiccare timidamente il volo.
Un volo spaziale se si seguono le rotte di Ultima stella del mattino e della canzone finale che dà il nome all’album. Qui e in altre composizioni la sua chitarra viene messa al servizio di un’ascesa, di un’apertura sonora e verbale, che si staglia verso altezze siderali pur rimanendo ben al di qua di strutture prog di tipiche di metafore spaziali; piuttosto la spazialità è garantita alla Bowie, un David più blues e americano, dal senso soprattutto delle parole umanizzate di un’universalità nella concezione più ampia. Più chiusa è la forma di quei pezzi che rimangono sulla Terra, perché, come si diceva, nella nostra realtà quotidiana non si può far altro che nascondersi: non si riescono ad affrontare i problemi da “adulti” che affastellano il nostro tempo.
L’atteggiamento a quel punto può essere di due tipi: quello più ironico di Fantasma, in cui l’autore vuole semplicemente scomparire pur rimanendo in questo mondo, senza ribellione o strepiti poiché non è il rancore che lo fa fuggire («senza sangue né violenza / un tranquillo poltergeist»). L’altro modo di fuggire è lo spaesamento pirandelliano: come un Vitangelo Moscarda che deluso dalla vita non si rende conto di dove e quando è, così Nativo si lascia trasportare da semplici immagini senza tempo nella spaesante Che ora è. Questo è sicuramente il pezzo più riuscito dell’album, perché l’effetto straniante non è affidato solo al testo, ma a anche a una musica trasognante che non segue il normale quattro quarti; in più di un’occasione si tronca la battuta sul tre confezionando in definitiva un 7/4, pur concludendo la frase in maniera abbastanza lineare, alla Soilsbury Hill di Peter Gabriel, anche se qui in Nativo non tutto il pezzo è costruito sul ritmo dispari; per cui in questa parte sì che si azzarda in qualcosa di più art-rock, per rendere appunto il senso dell’abbandono dalle cose terrene in maniera quasi involontaria.
La matrice di Nativo si diceva non è del tutto rock, piuttosto di quel misto tra rock, blues e canzone d’autore che viene ben condensato da un mito americano quale Tom Waits, di cui ci sono ben 2 cover su 9 tracce, tradotte dalla cantautrice Silvia Conti, anche lei presente a tratti con la sua voce. Sono traduzioni che cercano più che il senso del discorso, una riproposizione della stimmung alla Tom Waits; delle due, Clap Hands mi sembra la più riuscita.
È un’opera prima che condensa quindi le esperienze di questo chitarrista e autore, da tenere sottocchio per il futuro.

Matteo Nativo
RadiciMusic Records
01. Che ora è
02. Clap hands
03. Ovunque tu sarai
04. Oradur
05. Un’altra come te
06. Fantasma
07. Ultima stella del mattino
08. Jockey full of bourbon
09. Orione
Gianfilippo Boni, Matteo Nativo
2025
34:28
