Astronave. Così Roberto Cacciapaglia ha definito la sala concerti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Un luogo che lui conosce molto bene perché, ha ricordato, vi ha studiato e si è diplomato grazie all’insegnamento di valenti “maestri di musica”. E i risultati sono stati all’altezza delle speranze del musicista e delle aspettative dei suoi insegnanti.

La prima volta che ho visto all’opera Roberto Cacciapaglia è stato nel marzo del 1973. Non aveva ancora vent’anni e suonava nel gruppo che accompagnava Franco Battiato all’epoca dell’album “Pollution”. Una gavetta molto importante che ha dato la possibilità al giovane musicista di fare quell’opportuna esperienza che in seguito gli ha dato modo di focalizzare la sua carriera, prima nell’ambito della sperimentazione elettronica e, in seguito, di compositore e concertista originale e di straordinario talento. Sono venticinque gli album prodotti dal musicista milanese (più un live) nella sua ultracinquantennale carriera e rappresentano la sua capacità di proporre musica di alta qualità che affascina e avvolge l’ascoltatore.
Il concerto del ventinove aprile scorso, organizzato in collaborazione con Baobab Music, si è basato sui brani del suo nuovo album, Aural, e il risultato è stato davvero eccellente. Una risposta di pubblico che non lascia altre interpretazioni, un pubblico che ha gremito l’auditorium con attenzione e partecipazione, tributando applausi intensi e calorosi ad un artista a cui, nonostante l’esperienza, non è mancato un momento di emozione per il tanto affetto che ne ha gratificato il lavoro.
Da citare il supporto musicale di Clarissa Marino al violoncello e Giampiero Dionigi agli effetti sonori, oltre a Simone Mondati, mixer e luci e Fabio Galeotti, disegno luci. Tutti impegnati a concorrere nel creare un’atmosfera di particolare eleganza sonora e potenza emotiva. Se non è semplice parlare di ciascuno dei brani sciorinati in quasi due ore di esibizione (e tutti senza leggere uno spartito…) è opportuno sottolineare che questo concerto (come quasi sempre accade con Cacciapaglia) è stato una sorta di respiro sonoro, un mantra costruito dalle note, una preghiera, da “umanesimo integrale”, pacificata e pacificante, uno scorcio di serenità in un periodo in cui le parole dominanti sono guerra, distruzione, sofferenza, morte, odio.

L’auditorium, invece, trasudava volontà di pace e del bisogno di mettersi in sintonia con il cosmo e l’atteggiamento del pubblico si è sintonizzato sulla ricerca di quella vibrazione che, attraverso le note, ha il potere di mettere in comunicazione l’anima delle persone. Si è trattato, quindi, non solo di un concerto in cui la musica ha ovviamente predominato, ma come la metafora di un inno alla vita dove la necessità di entrare in uno stato superiore di coscienza era il non detto del rapporto tra il pubblico e i musicisti.
Cacciapaglia ha interpretato il ruolo di Maestro nel senso più ampio del termine, dove anche gli sguardi, verso il pubblico e verso il pianoforte, sono stati un elemento importante del concerto stesso. Per non parlare poi dei movimenti della mano sinistra, quasi fosse una sorta di mantice atto a frenare, o amplificare, le note scaturenti dalla mano destra, rendendo il corpo parte delle note che fuoriuscivano dal pianoforte.
A chi scrive, questa dinamica ha “materializzato” la figura di Josef Knecht, il Maestro protagonista de ‘Il gioco delle perle di vetro’, il capolavoro di Hermann Hesse che valse allo scrittore tedesco la spinta finale per ricevere, nel 1946, il Premio Nobel per la letteratura. Un testo da rileggere per capire il valore della bellezza e della matematica che si fa vita e che, come le note, insieme alle note, pongono interrogativi sul senso della creazione e degli elementi/strumenti che arricchiscono il nostro transito terrestre (come diceva il Maestro di Milo…).

Nel pensare a questa similitudine si è come soggiogati dal flusso imponente delle note che hanno riempito ogni particella dell’Auditorium del Conservatorio. Note a volte lievi e a volte potenti, note squillanti, note gravi, in un magma incandescente di emozioni e di riflessioni, in una dimensione sonora ipnotica ma rivelatrice attiva e attenta di mondi ai quali siamo spesso alieni, troppo presi da strumenti che tendono a farci chiudere gli occhi sulla nostra umanità profonda, sul bisogno di sentirsi vivi ed originali e non schiavi di apparecchiature digitali che, come anestetici, rendono il nostro animo come una sorta di marionetta i cui fili vengono mossi da interessi a noi alieni.
No more violence, proposto alla fine del concerto, è l’unico brano che possiede non un testo bensì un’invocazione lanciata dalla voce di Cacciapaglia. Non più violenza, di cui è intriso il mondo. Non più violenza, di cui talvolta siamo incauti portatori. Non più violenza per dare voce alla pace. Non più violenza perché quando si distrugge è poi arduo ricostruire. Non più violenza perché questa genera odio e rivalsa in una spirale di morte e rinascita del e nel dolore.
La musica ascoltata stasera, così come tutta l’opera del Maestro Cacciapaglia, è un’evidente volontà di immergere la coscienza di chi ascolta in una dimensione in cui, ridando voce all’umanità di ciascuno, si possa riaccendere quella speranza, mai doma, di pace interiore, di pace necessaria, di pace capace di ringraziare il creato che ci è stato donato. E mai come in questi tempi “oscuri” dobbiamo ringraziare quei musicisti che, come Roberto Cacciapaglia, utilizzano le note come esorcismo contro la violenza e in favore della liberazione della dignità umana. I sinceri applausi tributati dal pubblico nel corso e alla fine del concerto sono la prova che il messaggio è stato percepito e recepito…

foto tratte dai canali ufficiali dell’artista
Roberto Cacciapaglia
Conservatorio di Milano
29/04/2026
