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Si può ben dire che la cantautrice genovese Flavia Ferretti rappresenti uno di quei rari casi di autore/autrice che parla al pubblico solo quando ha qualcosa da dire. Dopo aver vinto il Premio Ciampi nel 1999 e il Premio Ricaldone nel 2005, ha pubblicato il suo primo album, “Fuoco veloce”, nel 2006. Dopo, il silenzio, intervallato giusto qua e là da qualche partecipazione live. Ferretti torna oggi, a distanza di ben 19 anni, con un nuovo lavoro – Vieni vento vieni scalzo – che conferma ciò di quanto di buono si era sempre scritto di lei. La struttura rock potentissima del primo disco viene qui ampiamente confermata, anche se il lavoro presenta al suo interno molte sfaccettature in fase di arrangiamento. Così come è confermata l’ottima capacità di scrittura testuale, in cui dimostra una grande maturità “poetica”. Non a caso i testi si presentano per lo più brevi, con un impianto metrico a cui spesso la musica deve adattarsi, e che Ferretti tragga “ispirazione” nella scrittura testuale dalla poesia – di cui è grande lettrice – lo dimostra anche la ricerca di parole essenziali e spesso poco usate nelle canzoni, l’uso di metafore, così come l’inversione normale delle parole (la cosiddetta anastrofe).

 

Dieci brani essenziali – per la durata di poco più di 30 minuti – e spesso dolenti. Si avverte un’urgenza comunicativa che passa anche attraverso l’uso della voce che sembra in più punti diventare anch’essa “strumento”. Questo nuovo album si può considerare una sorta di concept in cui l’Io lirico mette a nudo i propri tormenti, i propri dolori, nella ricerca costante di una luce e di un calore che possa dare un senso all’esistere. Per certi aspetti un lavoro di morte e di rinascita.

 

 

Il disco si apre con Veleno, una delle vette dell’album. La voce di Flavia è sussurrata e “coperta” dall’arpeggio di chitarra. Quasi si volesse dare conto del timore di un amore che è presenza e assenza. E quindi veleno, appunto: “Si chiama veleno quando dici: Non aspettarmi alzata”. D’altronde tutto il disco, come detto precedentemente, sembra pervaso da questa ricerca di un’assenza (non necessariamente concreta) che diventi presenza. Una ricerca del senso più profondo dell’esistere che spezzi le mortali incertezze: “Cos’è che mi stanca?/ E’ quello che brucia o quello che manca?”.

 

Ancora assenze e squarci di possibile luce (nel cielo) in Cinque, in cui la vicenda (se di vicenda si può parlare) si svolge “quando la notte era alta” e poco importa se essa dura cinque giorni o cinque mesi. Perché ognuno ha il suo tempo per trasformare i lividi in meraviglie lungo la via. Con Sottopelle abbiamo il primo cambio di mood musicale, l’intro della batteria elettronica e delle tastiere danno, infatti, una struttura decisamente molto melodiosa al brano. La presenza qui si manifesta attraverso tutto ciò che è corporeo, dalla danza alle mani… per arrivare appunto sottopelle. Tara uccide presenta un intro a cappella da brividi in cui la voce di Flavia viene giusto accompagnata da un lieve canto di uccelli. Abbiamo quindi l’entrata prima di una chitarra acustica e di suoni distorti che rendono il brano rapsodico e vieppiù inquietante. Quando non bastano le parole una voce interiore ci dice che è tempo di passare alla violenza.

 

Arriviamo così a metà disco e incontriamo Nina, brano che ha invece un andamento decisamente più “tradizionale”, una bellissima ballad con un ritornello coinvolgente e dolente. Le percussioni e un arpeggio di chitarra molto Doors (The end) la fanno invece da padrona in Saluta, in cui si evoca un’infanzia dominata da una rigidità educativa priva (apparentemente) di empatia e amore. I saluti sono dovuti non voluti. Una ferita che attraversa diverse generazioni. Un tappeto di tastiere molto etereo sorregge Vieni vento in cui predomina la voce della cantautrice, quasi si avvertisse la necessità di rendere ancora più chiaro il testo: una sorta di preghiera rivolta al vento, entità capace di allontanare le brume e le brutture della vita. Un vento che deve entrare scalzo, perché la sua presenza deve essere silenziosa.

 

Cerchio di fuoco sembra uscita come sonorità, invece, dalla più profonda America tra chitarra acustica ed elettrica molto “western”. Ancora una volta un richiamo al fuoco e alla luce che si contrappongono all’inverno (“Che ha già dissipato la traccia”).
Ancora atmosfere d’oltreoceano ne L’anello della sposa, dove è evidente come la voce è anche forza espressiva. Nella seconda parte del brano, però, tutto sembra mutare, persino la lingua che diventa l’inglese. Dagli States siamo catapultati di colpo dalle parti di PJ Harvey. Da brividi.
La conclusiva Luce in qualche modo ha in sé, se così si può dire, tutto il mondo cantato nel disco: la luce, una presenza che sottrae e aggiunge, la ricerca della parola essenziale che possa definire tale presenza, carnalità e spiritualità.

 

Un disco, insomma, importante, che invita l’ascoltatore da una parte a farsi da parte e dall’altra a prestare la massima attenzione a ciò che viene cantato. Tutto l’opposto di ciò che oggi ci propina la musica mainstream.

 

(Foto Marina Mazzoli)

Artista:
Flavia Ferretti
Etichetta:
Autoprodotto
Elenco Tracce:
01. Veleno
02. Cinque
03. Sottopelle
04. Tara uccide
05. Nina
06. Saluta
07. Vieni vento
08. Cerchio di fuoco
09. L'anello della sposa
10. Luce
Produzione Artistica:
Flavia Ferretti
Musicisti:
Flavia Ferretti: Voce, chitarra acustica, tambourine, claps - Francesco Zaio: Chitarra acustica, chitarre elettriche, sitar, backing vocals, percussioni - Carlo Cheldi: Chitarra elettrica in Cinque, Saluta, sequenze elettronica, loop, chitarra elettrica e archi in Vieni Vento - Silvano "Zilva" Meneghelli: Basso, organo, disturbi e gorghi sonici, bells, percussioni
Anno di Uscita:
2024
Durata:
31:57