Strumento melodico ma a percussione, caratterizza fortemente i contesti in cui è inserito: qualche esempio in mezzo a tutto il resto

Fra l’aprile e il novembre 2022, il milanese Sergio Armaroli (foto sopra), di professione vibrafonista, ha messo insieme due incisioni estremamente qualificanti, poi edite su Ezz-Thetics, entrambe di respiro – come si dice – internazionale. Nella prima in ordine di tempo, I Dream I Was An Earopean, gli fanno compagnia il nostro Giancarlo Schiaffini al trombone e gli inglesi Roger Turner, percussioni, e Phil Minton, voce. Un gran bel parterre davvero, per un disco di spiccata ricerca, intelligente e vario, anche se naturalmente idoneo a chi non sia schiavo di troppi preconcetti verso le (plurale d’obbligo) avanguardie musicali. Stesso discorso per Dialog, cofirmato con un altro gigante del jazz europeo (inglese pure lui), Evan Parker, che peraltro un dialogo non è, visto che brani (i dispari, più ampi) di solo vibrafono, ricchi, spesso addirittura fluenti, si alternano a più brevi sgroppate (brani pari) per solo sax soprano, della solita stringente, a volte quasi crudele, logica intestina. Il totale si risolve in un netto squilibrio (oltre 55’ per Armaroli contro i 12 di Parker), ma il risultato globale è comunque di grande livello.
Ancora un vibrafono, quello di Paolo Peruzzi, caratterizza Palladio a palla! (nusica.org) del trio (più ospiti) Gogoducks, i cui altri due terzi sono Luca Zennaro, chitarra, e Francesca Remigi, batteria. Ne vien fuori un album vitale, pieno, mai banale, quindi di temperatura altra rispetto ai cd di Armaroli. Del quale riandiamo allo pseudo-duo di “Dialog” per riferire di due accoppiate invece reali, cioè simultanee, a partire da quella formata da Gabriele Mirabassi, clarinetto, e Simone Zanchini, fisarmonica, che in Un ballo con la luna (Egea) suonano una musica per più versi antitetica rispetto ai due Ezz-Thetics, di una docilissima fragranza popolare, su pagine per lo più altrui cariche di profumi soffici e seduttivi. Tre brani sugli undici totali sono comunque di Zanchini, laddove si devono tutti al chitarrista Federico Casagrande quelli presenti in And Then Winter Came Again (Cam Jazz), a due voci con Francesco Bearzatti, lui pure al clarinetto, nonché al sax tenore. Qui le temperature, sempre molto calibrate, sono più strettamente jazzistiche, in un interscambio costante, mai supino, ora vagamente ipnotico (tipo Nihgtwalker), ora contrappuntistico (Orchidée), o altro ancora.
Di taglio più squisitamente contemporaneo (o post-moderno) ci appare Good Morning World! (Losen) del trio Pericopes+1, sax tenore tastiere e batteria (più elettronica varia), dove quel +1 sta probabilmente per le prestigiose ospiti presenti un brano a testa: Anais Drago, violino, e Rosa Brunello, cello. Il totale è un album pieno, vivace, ricco di spunti stimolanti, in ciò lontano da Something Bluesy and More (Parco della Musica), in cui Franco D’Andrea, autentico monumento del jazz italiano, riunisce a sua volta un trio, con Gabriele Evangelista al basso e Roberto Gatto alla batteria, per riappropriarsi di una serie di suoi amori, col blues come denominatore comune, da St. Louis Blues (appunto), Caravan e Tenderly fino al coltraniano A Love Supreme. Il risultato è un album con tanto buon gusto e nessuno di quei rischi che D’Andrea, alla tenera età di anni 83, siamo certi ricomincerà a prendersi appena girato l’angolo.
Altro piano trio, a livelli altissimi, in Hindsight – Live at La Seine Musicale (Cam Jazz), firmato da Enrico Pieranunzi (foto qui sopra), Marc Johnson e Joey Baron, vale a dire tre mostri sacri del settore (e non solo), qui in grande spolvero (souplesse, dinamiche impeccabili, grande verve improvvisativa) su brani per lo più del pianista romano. Il quale ha di recente preso parte (stendendone anche le note di copertina) a Heroes (Abeat) del giovane flautista barese Aldo Di Caterino, cd in quartetto di estremo rigore, fino a risultare qua e là un po’ ingessato, per quanto formalmente ineccepibile e ottimamente suonato.
Un altro quartetto, col sax alto di Francesco Cafiso al posto del flauto, figura in Reverse Motion (Jam/UnJam) del pianista fiorentino Alessandro Lanzoni, ex-enfant prodige, come spesso accade rimasto un po’ nel suo bozzolo in quanto a originalità (è un po’ lo stesso discorso di Cafiso), uscito di recente anche con un piano solo dedicato a Bud Powell che illustra in pieno tale concetto, ma che in questo cd mette insieme nove brani scritti dai membri del quartetto (gli altri sono Matteo Bortone ed Enrico Morello) di buona fattura, sufficientemente ispirati sia sul piano compositivo che nell’apporto dei solisti (ovviamente Cafiso in testa). Sempre fiato più piano trio per La persistance du rêve (Abeat) del trombettista Mario Mariotti, cd a sua volta di bella fattura, ben calibrato, con dentro più di un’idea brillante, specie nei brani in cui ci si prende qualche rischio in più (tipo i tre Untitled, di fatto improvvisazioni collettive).
Molta costruzione, a volte persino soverchiante ma sempre di un rigore ferreo, contrassegna Alisei (Alfa Music) del quintetto Media Res (in due brani più orchestra) del tenorista romano (d’adozione) Gianni Savelli, con dentro una musica molto descrittiva, anche narrativa, frutto di intenti compositivi chiari, decisi, con implicazioni e suggestioni diremmo anche extra-musicali. Molta intenzionalità è cogllibile anche in Mustras (Da Vinci) del batterista sardo Andrea Ruggeri alla testa di un ben singolare quartetto completato da voce, violino e chitarra, il tutto ammantato da discreti fondali elettronici. Disco molto originale, certo frutto di un corposo lavoro di messa a punto collettiva (musiche tutte di Ruggeri, testi anche della cantante, già molto apprezzata altrove, Elsa Martin).
Un altro quartetto di conformazione non troppo dissimile (doppia chitarra, basso e batteria) è Kubri, artefice di Due (Aut), però di segno ed evoluzione più lineari, discorsivi, a tratti persino un po’ troppo dimessi e iterati, pur sempre entro un perimetro espressivo ben delineato, tratti per più versi comuni a Opus Two (nusica.org) del quartetto guidato dal pianista Piero Gaddi, con ospite il chitarrista norvegese Bjørn Solli, peraltro con maggiori aperture, ma anche qualcosa in meno – proprio in questi frangenti – in quanto a tratti originali, identitari.

Dal vibrafono eravamo partiti e – come promesso dal nostro titolo – al vibrafono torniamo in chiusura, con l’album più importante del lotto Plays Dolphy (Red) di Nexus, gruppo ad assetto variabile ma sempre sotto la direzione di Daniele Cavallanti, sax tenore, e Tiziano Tononi, batteria, che al grande polistrumentista scomparso non ancora trentaseienne sessant’anni fa esatti dedica un omaggio sentito e inventivo (come già accaduto con altri giganti del jazz), rileggendo una serie di suoi cavalli di battaglia, in parte tratti dal suo capolavoro (estremo, a pochi mesi dalla morte), “Out to Lunch”, una delle cui voci era appunto il vibrafono di Bobby Hutcherson, qui evocato da Luca Gusella (foto sopra), con Achille Succi alle ance, Emanuele Parrini al violino, Alessandro Castelli al trombone e Andrea Grossi (già nel cd di Mariotti) al basso. Jazz d’alta classe e alto propellente (ove necessario), da parte di un gruppo che, attorno ai due fondatori, macina grande musica dal lontano 1980.
Foto di Cristian Filippelli (Armaroli) e Alberto Bazzurro (Gusella).
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https://www.egearecords.it/product/un-ballo-con-la-luna/
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