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Trombe e tromboni sugli scudi sotto il simbolo natalizio per eccellenza, non senza una significativa presenza di flauti, sassofoni e tutto il resto

Puntata natalizia, nonché – come di consueto – di pre-Top Jazz (in quanto a esiti, perché la scadenza per il voto era il 10 dicembre). Partiamo decisi, perché il materiale è – come sempre – ottimo e abbondante. L’avvio è decisamente flautistico, a iniziare da Fuoco sacro (Aut), dove i flauti, nelle fogge più varie, sono appannaggio di Stefano Leonardi, in duo con Antonio Bertoni alle percussioni, anche qui di varie etnie e profumi. Disco ottimo, in effetti, profumatissimo, di suggestioni forti nel suo perlustrare fondali che definire puramente jazzistici sarebbe assolutamente riduttivo, il che vale almeno in parte anche per i due cd in cui i flauti (più canonici) sono in mano a Massimo De Mattia (foto in alto). Il primo, Passaggi paralleli (Palomar), è ancora un duo, stavolta col bassista Giovanni Maier, lungo nove improvvisazioni svarianti dai tre ai dieci minuti abbondanti, di estremo rigore e felicità creativa, evidentemente mai doma nei due musici made in Friuli. Per De Mattia, il concetto è ulteriormente ribadito da Beneath the Forge (Sazas), sempre free impro (otto, dal vivo) in trio con ben due percussionisti, liberissimi, il parigino Lê Quan Ninh e lo sloveno Gal Furlan. Il risultato è elettrizzante, ricco di colpi di scena, adatto a chi ama rischiare nell’ascolto quanto sanno rischiare i performers suonando.

Cambiamo paesaggio sonoro (timbrico, almeno) per parlare di due album di casa Caligola. Il primo, Cortado, si deve al trio chioggiano-modenese HachOut!, cioè Manuel Caliumi, sax alto, Luca Zennaro, chitarra elettrica, e Riccardo Cocetti, batteria. Sonorità più squisitamente jazzistiche, qui, di bella freschezza, e tiro non indifferente (magari può esser migliorata la varietà delle situazioni proposte). Sempre un trio è protagonista di Spiritus Spiritus (Live at Jazz in Bess), a tripla firma ma di fatto ascrivibile in primis al batterista Francesco D’Auria (suoi quattro brani su sette), con Michel Godard, tuba e serpentone, e Tino Tracanna, sax soprano e tenore. Belle geometrie e ventaglio timbrico, per un ascolto avvincente e mai banale.

Ottoni sugli scudi nella terna di dischi che seguono. Il primo, Sliders (Hora), ancora live, vede al centro del villaggio tre tromboni, unaccompanied, Lorenzo Manfredini, Federico Pierantoni e Filippo Vignato (foto qui sopra), fra brevi episodi solitari e più frequenti brani corali, in cui si ha tutto l’agio possibile di gustare la bellezza di questo strumento (poi ognuno ha le sue preferenze, è ovvio), attraverso composizioni sempre molto puntuali, calibrate, che denotano un lavoro d’insieme assolutamente esemplare. Vignato torna nel secondo dei due cd (senz’altro il migliore) che formano Kind of Miles (Tuk), appunto un doppio (con titoli singoli: Shadows e Lights) dovuto a Paolo Fresu, con evidente dedica a Miles Davis, di cui vengono riesumati – appunto uno per cd – due gruppi (e relativi periodi) nodali: il quintetto “modale” e la band elettrica, con focus specifico sul capolavoro assoluto Bitches Brew, di cui si riprende in qualche misura il procedimento: nastri aperti a ruota libera e poi costruzione del prodotto finito in fase di editing. Degni di nota i risultati, non così il dischetto acustico, troppo rispettoso del modello di partenza.

Un davisiano DOC è anche il grande vecchio del jazz italiano, Enrico Rava (foto in basso), che in questo 2024 si è presentato con un gruppo nuovo di zecca, Fearless Five, titolo anche del cd edito dal Parco della Musica, notevole come quasi tutto ciò che fa Rava, anni 85 e qualche acciacco di troppo, ma creativamente ancora freschissimo, come dimostra appunto questo notevole album in cui la sua tromba è doppiata ancora da un trombone (per chiudere il nostro cerchio), magistralmente suonato da Matteo Paggi, con in più il trio (ritmico?) Diodati/Ponticelli/Polidoro. E se di freschezza creativa parliamo, come non citare il coetaneo (di Rava) Claudio Fasoli, che in Hasard (Abeat) – cioè caso, azzardo, opportunità… e sarà un caso? – guida ancora il suo NeXt 4et con chitarra, basso e batteria (lui come sempre sax tenore e soprano) lungo nove brani nuovi di zecca che, appunto, ne documentano la sempre vivace verve compositiva e la voglia di rimettersi costantemente in gioco.

Un altro veterano del jazz italiano, anche se assurto ai riconoscimenti dovutigli ben più di recente, è il pianista cremonese Giancarlo Tossani, che alla testa del quartetto Synapser – organico simile a quello fasoliano (Succi/Mangialajo/Calcagnile), sempre con un uso sapiente degli ausili elettr(on)ici – firma Nightrumor (Auand), a sua volta frutto di una mente compositiva avanzata (anche proprio come linguaggio), in possesso di una precisa identità poetica e climatica. A metà strada tra questo cd e il precedente si pone poi Cronosisma (Hora) dell’esordiente sassofonista Marco Cerri Ciommei, con chitarra e pianoforte insieme (più contrabbasso) ma senza batteria. Album di tono composto, spesso anche discorsivo, leggibile ma non per questo pedissequo. Mai.

Chiudiamo con due cd per organico allargato, entrambi con la presenza della voce, che nel primo caso, K/024 (Filibusta) dell’Eugenio Renzetti Group Zero è quella, detta, di Federico Sanguineti, figlio di Edoardo, fra i massimi poeti del secondo Novecento, anima del Gruppo 63, a interagire con un settetto in cui tornano tromba e trombone (quello del leader), per un album che, come sintetizza il titolo, è un omaggio a Kafka, morto giusto un secolo fa (non molti se ne sono ricordati, per cui onore al merito), nel 1924. Il cd scorre un po’ come un atto unico teatral-musicale, intelligente e mai ovvio, il che vale anche per Another Way for Meditation (Improvvisatore Involontario) del batterista siciliano Francesco Cusa, in nonetto con Rosalba Benvoglio alla voce e senza batteria, visto che Cusa ne cura unicamente la conduction, quindi molto coloristico-atmosferico, quieto, riflessivo, contemporaneo tout court prima ancora che jazzistico. Comunque coraggioso e condotto felicemente in porto.

Foto di Luca D’Agostino (De Mattia) e Alberto Bazzurro (Vignato, Rava).