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Per una volta procediamo in senso opposto rispetto a solito: dall’infinitamente grande (l’orchestra) all’infinitamente piccolo (il solo).

 

 

Lo diciamo già nel titolo: per una volta – come il treno di Azzurro – all’incontrario andiamo. Sì, perché oggi non progrediamo dal piccolo al grande, ma in senso inverso. Perché? Semplice: perché vogliamo partire dal nuovo cd, come sempre orchestrale, di Dino Betti van der Noot (foto sopra), che puntuale come un orologio svizzero (anche se nelle sue molte ascendenze non ci pare figuri la Svizzera), a due anni dal precedente “Let Us Recount Our Dreams” se ne esce con questo Brahm Dreams Still (Audissea), che sempre il sogno c’è di mezzo, e a noi pare proprio che il suddetto sogno sia quello di un compositore/bandleader che, alle porte degli 89 anni (18 settembre), continua a produrre musica nuova, appunto sempre ogni biennio, supportato da un manipolo di fedelissimi (Mandarini, Visibelli, Cerino, Begonia, Tononi, Gusella, Parrini, Zitello…) che lo seguono in alcuni casi da decenni, convinti che ogni volta qualcosa di nuovo e di bello ne verrà fuori. Quest’ultimo lavoro non fa che confermare una linea poetica ormai consolidata, identitaria, fatta di eleganza di impasti, masse che si giustappongono più che scontrarsi, di una lucidità e un senso delle geometrie e degli equilibri che da sempre alberga nella scrittura bettiana.

 

Scendendo di parecchie unità (da 22 a 8, spesso neppure presenti tutte insieme), eccoci a Xenia (Dodicilune) cofirmato dalla vocalist Matilde Sabato e dal chitarrista Leonardo Vita (entrambi anche all’elettronica), di fatto coloro che – metaforicamente – portano la croce, confezionando un album sufficientemente eterodosso da farcelo ascoltare con interesse rinnovato di brano in brano, non tutti perfettamente riusciti ma comunque mai banali o scontati, prevedibili, giocati invece nel segno del rischio e anche di una certa sfrontatezza, con un gruppetto di “seguaci” fra i quali ci fa piacere citare Vittorino Curci al sax alto.

 

Sei sono gli artefici di Resta chi va (We Insist!), a firma Antonio Borghini & Banquet of Consequence, gruppo internazionale col leader al contrabbasso e, fra gli altri, Thomas Delius a sax tenore e clarinetto. Il clima ricorda non poco certe produzioni inglesi degli anni d’oro (Settanta e giù di lì), ma anche un po’ di Olanda e altro ancora. Una certa ritualità epico-solenne attraversa in effetti i 55 minuti del cd, pieno di belle invenzioni, coeso e perfettamente logico, lucido, anche se certe sortite dei solisti (Delius in primis) lo dotano della giusta dose di follia (salvifica). Quella che non troviamo, pur in mezzo a tanti pregi, in Giraffe (Jam/UmJam) del trombonista Matteo Paggi, nuovo talento praticamente per acclamazione all’ultimo Top Jazz, sia grazie al suo album d’esordio che alla militanza nel gruppo di Enrico Rava. L’opera seconda, si sa, è carica di insidie, e Paggi ne risente, intanto per il fatto di affiancare, fifty-fifty, materiale nuovo (autunno 2024) con cose del 2020 (due diversi quintetti) cui evidentemente voleva ridare vita, ma non è neanche questo il punto, perché il cd ne esce fuori comunque coeso, consequenziale: è che proprio un po’ troppo grava sulle pur solide spalle del leader, denunciando un minimo di carenza in fatto di creatività pura e semplice. Lo aspettiamo fiduciosi all’opera terza.

 

 

Il Rebus Quartet della pianista Eugenia Canale è per parte sua protagonista di Turandot (Abeat), che all’opera di Puccini rende un omaggio molto rotondo, devoto ma anche sufficientemente aperto, elastico, non rinchiuso in penalizzanti steccati, anche se non tutto appare memorabile (il jazz sfoggiato è un po’ troppo quello “di mezzo”, un po’ povero di invenzioni reali), il che vale anche per Folk Traffic (Encore Music), opera a sua volta di un quartetto, stavolta capitanato dal contrabbassista Pietro Paris, attraversato da un bel senso di quieta pensosità, che però si fa via via un po’ troppo univoca, quindi incapsulante, pur rimanendo il cd di assoluta dignità tecnico-artigianale, oltre che in possesso di un’identità piuttosto precisa, il che fa ben sperare per il futuro.

 

Lo stesso senso identitario, però con ben altra maturità, poetica e concettuale, contrassegna The Billia Session (Dodicilune), fatto del resto quasi ovvio (ma non scontato: non lo è mai) considerato che il cd (live) coglie all’opera il trio Gulliver (Brunod/Gallo/Barbiero) rinforzato per l’occasione dal sax soprano di Roberto Ottaviano. La materia tematica proviene da tutto un vasto serbatoio di temi popolari debitamente rigenerati (reinventati) con mano decisamente felice, rispettando il canto in quanto tale (cosa in cui soprattutto Ottaviano è maestro) ma aggiungendoci parecchio di proprio, in modo tale che tutto assume una dimensione nuova e avvincente, dovuta – va da sé – ai quattro nuovi “riproduttori”.

 

Altri due trii (senza ospiti) dalle molte frecce al proprio arco sono quelli che seguono. Il primo è protagonista del doppio Imaginary Songbook (Dodicilune), 64 miniature, fra originali e standards più o meno “riscritti” (la componente improvvisativa, anche proprio nel far sgorgare in quel preciso momento quello standard anziché quell’altro, ci pare dominante), “democraticamente” firmati da Sergio Armaroli, vibrafono, Elliott Sharp, chitarre ma molto spesso anche (abbastanza sorprendentemente, per gli esiti ottenuti) sax soprano, e Steve Piccolo, voce ed elettroniche varie. Il caleidoscopio è veramente scoppiettante, le mini-durate dei pezzi rendono tutto frizzante, una scoperta continua (anche se è ovvio, quasi fisiologico, che alla lunga un minimo ci si ripeta), il tutto da sorseggiare a dosi progressive.

 

Improvvisazione guidata (brani tutti di Roberto Bonati, foto sopra) per il Madreperla Trio del bassista parmense (con Luca Perciballi, chitarra ed elettronica, e Gabriele Fava, sax tenore e soprano) in Parfois la nuit (Parma Frontiere), ovviamente molto più calibrato, educato nelle forme (sì, al plurale, per una volta) quanto almeno altrettanto felice negli esiti, nel suo aplomb quasi magico (e comunque non univoco), il senso totale della forma (qui al singolare), la felicità lirico-narrativa dei passaggi tematici (cui specie Fava si coglie molto a suo agio). Gran bel disco.      

 

 

Siamo in dirittura d’arrivo: 3-2-1. Il 2 è la coppia formata da Alberto Braida, pianoforte, e Giancarlo Nico Locatelli, clarinetti, colti dal vivo nel maggio 2024 (foto qui sopra) da In movimento (We Insist!) attraverso due ampi brani di forte matrice contemplativa, senza troppi fronzoli o cascami retorici, così, nell’essenzialità di un dialogo a due carico di pudore. L’1 è infine, quasi a tradimento, Songs of Surrender (Da Vinci), tredici pagine per piano solo di taglio sostanzialmente classico composte da Roberto Laneri ma suonate da Massimiliano Scatena nel settembre 2024, cosicché, ci perdonerà Laneri, ma il clou del cd alle orecchie di chi scrive finisce per coincidere con i due brani corali (20 minuti e più, anche vociferanti) datati 1990, con Laneri della partita in brillante compagnia. Sic transit gloria mundi.

 

Foto di Alberto Bazzurro