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Lucilla Galeazzi

Lucilla Galeazzi & UmbriaEnsemble in Donna, Voja e Fronna

Donna, voja e fronna non è semplicemente un disco particolarmente ispirato ma prima di tutto è un progetto di rivisitazione sonora di un importante viaggio etnomusicale, quale quello che condussero Diego Carpitella e Tullio Seppilli nell’Umbria del 1956. L’idea che ha portato alla realizzazione di questo lavoro di estremo fascino è di Piero G. Arcangeli che, nella duplice veste di etnomusicologo e compositore, ha ripreso dopo diversi anni l’argomento della sua tesi di laurea: le musiche e i canti rilevati ‘sul campo’ nell’area centro-appenninica. Parliamo di un’eredità di enorme valore etnomusicologico perché si tratta di un materiale vivo, raccolto in un periodo in cui i canti erano ancora legati alla loro funzione originaria. A conferire ulteriormente peso a questo esperimento nel quale la tradizione musicale contadina incontra suoni classici, è la raffinata  presenza di UmbriaEnsemble, gruppo di musica da camera umbro formato da Maria Cecilia Berioli (violoncello), Leonora Baldelli (pianoforte), Luca Ranieri (viola) e Claudia Giottoli (flauto e ottavino)  insieme alla grande voce di Lucilla Galeazzi, dagli anni Settanta intensa interprete dei canti di tradizione orale  italiani (e della sua Umbria, in particolare).
Questo felice connubio di musicisti di prestigio internazionale ha permesso di far incontrare la musica classica con l’altra musica, quella popolare; ne è venuto fuori un lavoro fecondo e di notevole equilibrio formale, nonostante l’accostamento potesse far pensare ad un approccio azzardato. Canti di lavoro (stornelli a dispetto, a vatocco, a saltarello), canti devozionali e paraliturgici insieme a ballate e ninne nanne, che hanno permesso alla donna di esprimersi, sono il nucleo di questo disco dalla grande ampiezza espressiva.
La validità della sperimentazione si è tradotta con l’assegnazione del Premio Nazionale Città di Loano 2020 per la musica tradizionale italiana, che ha voluto premiare gli artisti e l’editore Squilibri per la volontà di preservare una memoria storica e culturale oltre che musicale. Sulla scia di questo prestigioso riconoscimento, abbiamo incontrato Lucilla Galeazzi per porle qualche domanda.  

A tuo parere ciò che oggi possiamo ascoltare nel vostro disco è in larga parte merito del ricco background di Piero G. Arcangeli?
Sì, certo, è stato infatti proprio lui a mettere insieme le cose, perché voleva che questi due mondi così distanti potessero in qualche maniera ‘stare insieme’. Ci è stata lanciata questa sfida che io e gli altri musicisti abbiamo accettato con gioia. Chiaramente la mia appartenenza regionale ha influito molto sulla scelta di me come voce e poi UmbriaEnsemble per estrema stima, per il discorso regionale e soprattutto per una questione di conoscenza pregressa. Tieni conto che Piero ha già composto per UmbriaEnsemble e lavorare con loro significava farlo con musicisti incredibili ma trovare anche già una amalgama, un feeling costruito nel tempo.

Puoi raccontarmi brevemente come si è svolto il lavoro di scrittura?
Abbiamo lavorato davvero molto insieme, le prove sono durate circa un anno … anche perché tra i vari impegni era difficile far combaciare delle date in cui fossimo presenti tutti. Praticamente è stato come prendere in mano un ‘blocco’ di materia al quale con la carta vetra siamo riusciti a togliere le asperità. Oggettivamente unire queste due realtà è stato un lavoro complesso ma, senza dubbio, il fatto di conoscersi ci ha favorito, come anche la mia ben nota spregiudicatezza … oltre al fatto di aver lavorato molto in passato con musicisti che facevano improvvisazione.

Qual è stato essenzialmente il tuo ruolo nella gestazione di questo progetto?
Come dicevo, le mie origini umbre hanno giocato un ruolo preponderante, oltre al fattore non trascurabile di una già consolidata conoscenza del repertorio. Abbiamo optato per restituire i canti nella loro forma originaria perché non era possibile improvvisarli, mentre i musicisti hanno cominciato a sondare il terreno e a cercare soluzioni fino a che poi è stato necessario fermare le idee che man mano venivano fuori. Puoi facilmente immaginare che in una situazione del genere la scrittura non arrivi subito … ma poi arriva. La difficoltà maggiore sta nel riportare qualcosa di legato a doppio filo ad altri fattori che in fase di studio ovviamente difficilmente rintracci; prendi ad esempio il saltarello, è talmente legato al momento psicologico dell’esecutore che non è così semplice da riportare.

 

Mentre il tutto prendeva forma, quali sono state le maggiori fonti di ispirazione?
Beh, devo dirti che è stato molto utile fare degli incontri in forma di seminario, diciamo, dove ognuno di noi ha potuto riflettere sulla materia da plasmare. Ci siamo focalizzati sulle registrazioni contenute in ‘Musiche tradizionali dell’Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1956)’ ma anche su alcuni brani contenuti ne “L’Umbria Cantata. Musica e rito in una cultura popolare” di Valentino Paparelli e de “La Valnerina ternana” di V.Paparelli e Alessandro Portelli. Ognuno di noi ha potuto affinare l’orecchio e confrontarsi sulle idee e suggestioni personali. È stato un lavoro di squadra stimolante e gratificante che ha poi portato alla stesura di una partitura di musiche originali di Piero G. Arcangeli e Raffaele Sargenti che hanno saputo trovare la chiave giusta per far incontrare l’arcaico con il contemporaneo. 

 

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