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GORAN KUZMINAC, UNO CHE

Ricordo di un artista fuori dal coro.

Un virtuoso della sei corde che sapeva emozionare

Goran Kuzminac (pronuncia Kuzmìnaz) era uno.

Era uno che negli anni ‘70 irrompeva sul palco di Lucio Dalla, o quello di Ron, attaccava con un blitz la chitarra all’amplificazione e cominciava a suonare, sferrando canzoni di rara fattura con l’arma non convenzionale del suo micidiale fingerpicking, con grande sconcerto dei fonici, che per un po’ lo lasciavano fare, poi, constatando che quel ragazzone non se ne sarebbe mai andato, gli staccavano la spina, anticipando di qualche anno quello che avrebbero fatto con lui gli illuminati discografici di metà anni ’80.

Era uno che una volta disse che fare musica era un mestiere più pericoloso del cacciatore di leoni, ma che voleva viverlo nel modo più semplice possibile, senza nevrosi, e infatti era uno che prima dei concerti si leggeva i romanzi Urania, in un’epoca che, se non avevi sottobraccio il Libretto Rosso dei Pensieri di Lucifero, potevano essere guai.

Era uno che, all’epoca della IT di Vincenzo Micocci, il discografico illuminato che lo scoprì (dirottandolo poi verso la sottoetichetta ‘Una Sors Coniuxit’), aveva preso una scuffia per Grazia Di Michele, e da questa infatuazione era nata, per gioco, una canzone, Hey ci stai, che ironizzava bonariamente su un certo femminismo di cui la Di Michele, all’epoca, era una delle rappresentanti.

Era uno che rimase sempre sorpreso da quel successo che gli consentì di spadroneggiare nei jukebox di quell’alba degli anni ’80, ed era il primo a ridere dell’assurdità di essere uno che da quel momento sarebbe sempre stato ricordato per una canzone buttata giù per ridere, in dieci minuti, senza la minima intenzione di metterla su disco.

Era uno che dopo quel tormentone da Festivalbar invece di battere sul pezzo e dargli giù a canzoncine scherzose, tirò fuori nell’81 un album come “Prove di volo” un disco che si librava con grazia fuori tempo massimo sul panorama di quegli anni con canzoni di sinuosa e malinconica bellezza (e se non conoscete quel capolavoro assoluto di Stella del nord sarebbe il caso di rimediare, cliccando qui per esempio), un disco che vendette poco e che lo mise ai margini della discografia, costringendolo, di delusione in delusione, al riparo di piccole etichette discografiche e un’esistenza artistica quasi carbonara, un culto di pochi adepti che continuavano a seguirlo, compravano i suoi dischi, alcuni molto belli, e andavano ad abbracciarlo ai concerti, dove scherzando si presentava spesso come un serbo, ma di quelli buoni.

Era uno che veniva voglia di abbracciarlo, Goran, anche se lo conoscevi poco e nulla.

Era uno che a un certo punto venne preso da Ennio Melis e chiuso in una stanza con due artisti già belli che affermati come Ivan Graziani e Ron (che, bastardi che non erano altro, lo chiamavano Heidi per le sue origini montuose), a scrivere una canzone potendo avere a disposizione solo il seguente materiale: A) due chitarre; B) Un pianoforte; C) una notte; D) due bottiglie di whisky (qui in alto una foto tratta dall'archivio personale di Anna Bischi Graziani)

Era uno che una volta lanciò ad Amedeo Minghi un portacenere pesantissimo, schivato per un pelo.

Era uno dei pochi, nel mondo della musica, che diceva bene di Amedeo Minghi

Era uno che due anni dopo l'esperienza del Q-Disc con Ivan Graziani e Ron, nel 1982 riparte con un nuovo "trio", compagni di viaggio questa volta Mario Castelnuovo e Marco Ferradini.

Era uno curioso degli angoli del mondo, uno laureato in Medicina che però sapeva anche dipingere, cucire reti da pesca, costruire chitarre, fare il formaggio, distillare birra, girare e montare video.

Era un trentino acquisito che, passando per il Veneto e Roma, aveva trovato nell’impervio Abruzzo, lo stesso Abruzzo del suo amico Ivan Graziani, il suo luogo dell’anima, da cui partiva, stipando chitarre e amplificatori sul suo furgonato, per andare a esibirsi, spesso per una manciata di euro (quello che c’era, insomma), in paesini spersi qua e là, in piccoli teatri, a volte in minuscoli locali a sfidare con la sua chitarra, la sua voce rasposa e profonda e il suo fare sornione il consueto chiacchiericcio di fondo, fino a conquistarseli tutti, alla fine.

Era uno che scrisse una canzone d’amore, Tempo, così intensa che Beppe Grillo in uno show disse che se portate a cena una ragazza e poi le fate ascoltare questo pezzo e, ciò nonostante, non ve la dà, vuol dire, semplicemente, che non ce l’ha.

Era uno che a Sanremo non c’è mai stato (non per sua scelta, ma perché le varie direzioni artistiche hanno sempre trovato, vedi la sfiga, sempre canzoni più belle e sempre artisti più bravi).

Era uno che tuttavia sul palco di un Sanremo fu effettivamente annunciato, ma da un Morandi che per un lapsus, nel 2012, presentò così Goran Bregovic.

Era uno che alla fine del primo album salutava, in serbo, e ridendo, il presidente Tito.

Nessuno ce l’ha detto che la giovinezza passa, Goran.

Già. 


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