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10-11-12 settembre: Musica da Bere 2020

  L’undicesimo appuntamento con “Musica da Bere” - che anch’essa ha dovuto fare i conti con il Covid19 - sarà una tre giorni, con un’anteprima e due serate finali con ...

Ricapitolando...

Non solo attraverso le riprese di repertorio passa un jazz (o lì intorno) che si guarda indietro, specie quando lo fa con occhio curioso e lontano da ogni forma di mainstream o scolasticità. Spesso mischiando abilmente le carte in tavola. 

 

Quello attuale è un jazz spesso di ricapitolazione, un jazz che si guarda alle spalle, non di rado allargando tale operazione ad altri ambiti, non ultimi rock e pop. Emblematico in tal senso era stato, un paio d’anni fa, “Monk’n’roll”, penultimo album del Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti, che ora torna in pista con un cd nuovo di zecca, il cui titolo, This Machine Kills Fascists (Cam Jazz), riprende la celebre “massima” che Woody Guthrie appiccicò alla sua chitarra (vedi foto in homepage). Un album fortemente didascalico, quindi, quello di Bearzatti e soci, come del resto spesso in passato (ricordiamo solo il lavoro su Tina Modotti, da cui il gruppo trae il nome). Qui la rilettura è “situazionale”, nel senso che, dopo una doppia, breve intro, emergono relitti di jazz d’antan  più che altre cose (in chiusura non manca peraltro la celebre This Land Is Your Land dello stesso Guthrie, dopo dieci brani firmati Bearzatti), fra solennità (Okemah), festosità, misura (specie allorché il Nostro passa dal sax tenore al clarinetto), danzabilità e turgori vari (peraltro meno spinti del solito), col sottofinale (One for Sacco and Vanzetti) in cui si aggiunge la voce di Petra Magoni.

Ruvidità schiettamente chitarristiche introducono da subito Infanticide (Auand), opera di un altro quartetto, per più versi speculare a Tinissima, Sudoku Killer della contrabbassista romana Caterina Palazzi (foto in alto), stessa conformazione, però, appunto, con una chitarra (Giacomo Ancillotto) al posto della tromba di Giovanni Falzone. Cinque brani per lo più ampi griffati Palazzi mostrano quanto certo rock duro, anche livido, monolitico (il richiamo a “Incesticide” dei Nirvana è voluto), possa incidere sul totale (del resto, in materia, i precedenti si sprecano). Disco massiccio, compatto, qua e là più sfumato (per esempio in Hitori, sorta di memento), eminentemente corale e dominato da un’idea forte.

Stesso organico, però con un’ancia (sax alto o clarinetti) più piana, tutto sommato più jazzistica (come lo stesso contesto), è quello diretto da un altro bassista, Matteo Bortone, in Time Images, il cui discorso può per più versi legarsi a quello su Flow, Home (entrambi Auand), firmato dal chitarrista di “Time Images”, Francesco Diodati (foto sotto), fra i più brillanti delle nuove leve. Qui è all’opera un quintetto con tromba, piano, sousaphone (singolarissima alternativa al basso canonico) e batteria, tuttavia una certa linea, quieta, molto composta, intenzionale, è comune fra i due album. Entro i quali la chitarra di Diodati, non di rado acustica, insinua sonorità molto più “educate” rispetto a Sudoku Killer. Momenti più cameristici abbinati ad altri più nervosi e tirati segnano “Time Images”, che include anche una rilettura, virulenta ma sorvegliata, di Houses of the Holy dei Led Zeppelin, mentre un maggior aplomb globale attraversa “Flow, Home”, di tratto anche contrappuntistico, liquido e prezioso, non senza qualche salutare impennata.

 

Maggiori asperità, dovute in primis all’intrecciarsi dei sax di David Binney e Dan Kinzelman, alto e tenore, e comunque intercalate da periodiche oasi refrigeranti dovute al pianista (e leader) Simone Graziano, contrassegnano il quarto e ultimo album Auand che incontriamo, Trentacinque, in quintetto senz’ombra di chitarre. Uno degli ascolti primari del pianista fiorentino sembra essere Tim Berne, per le strutture, dense e articolate, e il colore generale dell’album, notevole.

Intersezioni sassofonistiche ancor più spinte alimentano poi In limine (Almar) del baritonista (soprattutto) Rossano Emili, dove i saxes salgono a tre e sono affiancati da trombone (l’ottimo Massimo Morganti), basso e batteria. Il tutto ha un tiro talora da big band, ma è proprio l’alternarsi di umori (momenti più quieti, eleganti, di temperatura quasi cameristica), in presenza di un’organizzazione, un amalgama, una volontà di intendere la musica nella sua globalità, a costituire il maggior pregio di un lavoro che si coglie molto meditato, tutt’altro che banale.

Sette sono i musicisti presenti nella Fabbrica dei botti (Caligola) di Paolo Botti, viola, banjo e dobro, sorta di all stars con tromba, trombone, due saxes, basso e batteria (e in più fisarmonica negli ultimi due brani) a dirci quanto stretto possa essere il legame fra jazz primigenio e blasfemia free (Ayler in particolare, a cui del resto Botti dedicò anni fa un intero album), con quell’incedere pieno e spesso festoso, comunque generalmente opulento, non ritroso, con reminiscenze bandistiche e chiesastiche. Fra i brani in scaletta (per il resto tutti di Botti), uno dei più misconosciuti capolavori ellingtoniani: Angelica.

Tutto quanto appena detto torna all’ennesima potenza in MinAfric (Sud Music), l’orchestra creata e diretta dal veterano trombettista pugliese Pino Minafra (vedi foto sotto), in cui la festosità (talora al limite della simpatica gazzarra) si mischia alla ricerca (qui soprattutto nelle parti affidate alle ospiti, il quartetto vocale Faraualla), la banda al circo, una solare mediterraneità a costole jazzistiche varie (gli anglo-sudafricani, l’Art Ensemble of Chicago, di cui si cita Odwalla, Sun Ra, Trovesi, con cui Minafra ha suonato per tanti anni, persino qualche strana traccia di PFM, che jazzistica notoriamente non è). Il tutto servito da un gruppo di notevoli solisti, da Roberto Ottaviano a Minafra Jr. (Livio), Actis Dato, Caruso, Tramontana, Pisani, Partipilo... Una gioiosa sarabanda.  

 

 

P.S. Chiudiamo saldando un debito: avevamo dedicato un paio di arcipelaghi fa a un gruppo di album-tributi, fra cui uno collettivo a Billie Holiday, nel centenario della nascita. Bene: ci corre l’obbligo di aggiungere oggi il sorprendente Floating... Visions of B.H. (Leo) della pugliese Chiara Liuzzi, in inaudito trio voce/ancia/elettronica, per dieci song fra le più amate da Lady Day, comprese Don’t Explain, God Bless the Child, Lover Man e Strange Fruit. Chi si aspettasse un disco di standard avrà pane per i suoi denti...

 

Foto di Valentino Lulli (Palazzi), Roberto Cifarelli (Diodati) e Carmine Picardi (MinAfric).

 

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