Nell’era della musica globale, dove la comunicazione è esasperata ed è caratterizzata prima che dal contenuto musicale dalla necessità di presentare un’immagine accattivante, un personaggio come Luigi Maieron, friulano scolpito nella pietra che il giornalista Gianni Mura ha definito “l'uomo che canta come un albero”, può apparire ai soliti distratti come antico e fuori luogo. Ma Maieron è un artigiano della musica, costruisce canzoni centellinando le parole e dosando i suoni; la sua voce sa scaldare attraverso un canto quasi recitato con un’estensione contenuta che però sa essere vera, “barricata”, di quelle che cantano solo ciò che hanno vissuto. Une primavere è il suo terzo disco, prodotto da Michele Gazich come il precedente “Si Vif” (che vantava anche la presenza di Massimo Bubola ai comandi). Ne parliamo con l’autore, il quale tra le altre cose ha anche in cantiere anche una personale rilettura del Vangelo di Marco, che leggenda vuole sia stato scritto ad Aquileia...
Cominciamo dagli inizi. Prima di due dischi importanti come “Si vif” e
“Une primavere” hai pubblicato un album tutto al femminile, “Anime femine”, che uscì molti anni fa
esclusivamente in Friuli. Io produco molto poco, solo
quando sento che le cose che ho da dire hanno ottenuto la giusta maturazione.
“Anime femine” ha un titolo femminile, ed è nato partendo da questo principio:
la mia anima è donna, sono come un bambino, che sa quante cose ha pianto, ha
taciuto. Questo era il senso che mi ha spinto a comporre quel disco, al quale
tengo molto. Un lavoro nato da cose incomplete, da frasi dette e non dette, da
dolori lasciati a maturare in attesa. Il dolore mi pare sia una delle coordinate della tua poetica, insieme
al mondo femminile, al silenzio, al legame con la tradizione…L’universo femminile è una
maniera per scavare dentro il mio intimo. In Une primavere questo aspetto è riassunto dal brano Une mari (Una madre). C’è questa grande
testimonianza che ci viene dal mondo femminile: il sostegno del dolore. C’è
sempre una donna dietro a chi ha bisogno. Nella mia esperienza personale il
fatto di avere vissuto in una famiglia con una forte presenza femminile, così come l’aver vissuto in un nucleo rurale,
mi ha dato la possibilità di assistere al sostegno costante che la donna dà
alla famiglia e di conseguenza alla società. Ci racconti come è nato il nuovo disco, nel quale suonano tra gli altri
Michele Gazich, Giorgio Cordini ed Ellade Bandini, batterista di Francesco
Guccini? C’era la volontà di raccontare
alcune cose. Il discorso femminile di cui dicevamo prima, ma anche quello sui
tanti fatti che arrivano, ci feriscono, rallentano il nostro percorso, ma che
vengono dalla vita e ci danno anche molta forza. L’idea di primavera nasce
proprio dal desiderio di riprendere sempre il cammino, la vita è in fondo una
lunga ripresa. Di ciò che ho composto in cinque anni ho tenuto solo le cose che
avevano dentro questa idea. Nel disco ogni canzone parla di un aspetto diverso
che è sempre legato a questa idea. Ognun
bale cun so agne, che significa “Ognuno balla con sua zia”, rappresenta la
commedia della vita e descrive i vari comportamenti che uno mantiene durante
essa. Ognuno in fondo conosce il perché dei suoi atteggiamenti e conosce cosa
c’è dietro le sue rughe. C’è poi l’attenzione al mondo femminile soprattutto
rivolta al passato, come per la vicenda di Anna in “La neve di Anna”, oppure
all’amore, come in Dal cjalt al freit,
(Dal caldo al freddo) che racconta cosa succede se mettiamo il nostro cuore dal
caldo al freddo, come se fosse un elettrodomestico, insomma quando non abbiamo
più la forza di amare. C’è poi una canzone centenaria tratta dalla tradizione
locale di questo paesino nascosto nei monti della Carnia, Mieli. Il protagonista è cresciuto a Mieli e oggi abita in città,
ha molte cose, ma pensa spesso a quel paesino dove ha conosciuto il suo primo
amore. Anche oggi che la sua vita è piena e ha tutto, non riesce a spiegarsi
come mai ogni volta che passa davanti a quel paesino da nulla prova sempre tanta
nostalgia. Tra quelle che hai citato “La neve di Anna” è a mio avviso una canzone
capolavoro. So che è nata come un racconto e poi è diventata una canzone. Si. Il libro racconta il
passaggio dalla cultura del risparmio, quella della mia infanzia, alla cultura
del consumo. E lo fa attraverso un’epopea musicale, che parte dalla canzone che
ha segnato il mio debutto a undici anni, con mio nonno e mia madre. Io ho avuto
in famiglia questi importanti maestri e nel libro ci sono una serie di aneddoti
sul mondo poetico di questa straordinaria coppia di musicanti. Era un mondo
molto duro, dove la sopravvivenza era messa a dura prova. Nonostante ciò le
anime fragili di questi poeti impersonificavano un altro mondo. Io ho avuto
questa formazione, che mi sono sempre portato dentro. Sono anch’io un
musicante, nel mio cuore e nella maniera di esprimermi. Io posso amare allo
stesso modo Bruce Springsteen e Pacai, un musicista della mia terra. Li
amo allo stesso modo perché per me i folksingers delle mie zone rappresentavano
qualcosa di assolutamente straordinario. Nel libro racconto la storia di Anna
che mia nonna mi ricordava sempre, una storia di famiglia (Anna era una mia
bisnonna) che poi è diventata la linea guida della canzone. Quella di Anna è
una delle tante storie alle quali in qualche modo le persone dell’epoca erano
soggette. Anna Divora era sposata con Boschetti Daniele, che faceva il
boscaiolo stagionale in Austria, partendo in marzo e tornando a casa in
dicembre. Un anno non tornò. Qualcuno le disse che in Austria aveva conosciuto
un’altra donna e allora lei il 3 gennaio 1911 Anna partì a piedi e si fece otto
ore di cammino, attraversando una montagna, con la neve e il freddo pur essendo
cagionevole di salute, per andare a vedere come stava la questione. Arrivò al
cantiere, bussò alla porta dove stava suo marito ed uscì proprio la donna che
stava con lui. Lui da dietro, in carnico stretto, le ha detto «Cosa fai qui,
gira i tacchi e torna a casa». Allora Anna fece una cosa molto forte: gli
riconsegnò la fede, girò i tacchi e tornò a casa. Ma non ce l’avrebbe fatta a
tornare quel giorno stesso, così decise di trascorrere la notte in quella terra
che l’aveva tanto ferita. Si fece buio, raccolse del fogliame e si sdraiò, con
le lacrime che raccontavano alla neve il suo dolore, mentre la neve cadendo
sembrava carezzare quella bambina sperduta. Una canzone poi parla anche di “Mago tiraca” e della sua gamba
amputata…Parla delle tante amputazioni che
subiamo nella vita. Questi colpi che il destino ci dà, portandoci via molte
cose per sempre. Allora mi sono ricordato di questa poesia di Leonardo Zanier
che racconta la storia di Bortolo Del Negro, che viveva in Austria e faceva
il boscaiolo e che perdette una gamba
tra due tronchi. Ora vive in Carnia e fa l’oste e ogni tanto, battendo questa
sua gamba tagliata, nella quale i nervi le procurano ancora dolore, grida «si
proiot ploia», «si prevede pioggia». Ma nella canzone l’io narrante guarda
invece verso quel cerchio nudo di freddo sull’anulare, per una fede che non c’è
più. Nel brano faccio confinare le due amputazioni, quella esistenziale, che è
quella del matrimonio che non c’è più ma anche quella dei rapporti che non ci
sono più, e quella fisica, della gamba di Bortolo Del Negro, che si collega al
dolore della separazione. Per concludere vorrei che ci dicessi due parole sulla tua religiosità,
che si esprime anche attraverso le canzoni del “Vangelo di Marco”. Il progetto mi stava molto a
cuore, volevo per così dire esprimere la mia parte religiosa, sempre molto
forte e presente. In Friuli c’è una leggenda che sostiene che nella chiesa
aquileiense sia stato scritto il Vangelo di San Marco. E’ una leggenda molto
forte, che ci testimonia però ciò che pare essere un dato reale, cioè che San
Marco ci sia stato realmente ad Aquileia, come comprovato da alcuni documenti.
C’è quindi questa paternità spirituale molto intensa che lui esercita. Per
questo mi è sembrato lecito e doveroso rapportarsi con la sua scrittura, che
riporta la parola di Gesù. Ho fatto un lavoro molto attento e rispettoso. La
mia intenzione è di non pubblicare nulla perché quello è Vangelo e non c’è cd
che possa rinchiuderlo. Certo è che mi interessava riuscire ad evidenziare
questa parola, attraverso la musica e attraverso il canto. Non a caso il
progetto completo prevede un coro di bambini, proprio perché i bambini sono
importantissimi nella parola di Gesù e la presenza di un coro al femminile.
Abbiamo quindi creato diverse fasi nelle quali dopo la lettura interviene il
canto a sottolineare la parola. La parola, dalla forma di prosa, si trasforma
così in un distillato, che riesce ad esaltarne la parte spirituale, grazia alla
presenza della musica. “Il Vangelo” lo rappresentiamo sempre in un ambiente
sacro, perché mi sono accorto che solo in quel contesto riesce ad arrivare con
tutta la sua forza, grazie al veicolo musicale. La musica, se utilizzata con
equilibrio, riesce a riflettere tutta l’intensità della parola che a volte, per
distrazione o per poco tempo, non riusciamo a cogliere come dovremmo.
Luigi Maieron
http://www.maieron.it
