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Quando è inaspettata una sorpresa è ancora più ammaliante. Così Ricordarsi Di Annaffiare, album d’esordio del gruppo romano Caraserena, è più o meno come un autentico bagliore di luce in una notte di buio pesto, un bicchiere d’acqua fresca nell’assetato e disidratato panorama musicale nostrano. Undici canzoni che rivelano la sfrontata indole poetica del gruppo, la scrittura fresca in cerca di scorrevolezza e di affidabilità, il gusto per il gesto musicale, la sensibilità per le armonie, la ricerca (con la leggerezza) della bellezza. Li abbiamo incontrati per conoscerli meglio.

Caraserena alzatevi in piedi e presentatevi da soli….
Siamo due fratelli, due cugini, e altri due che non sono cugini né fratelli.
Semplificando Filippo Trentalance voce e chitarra, Vanni Trentalance
pianoforte, Giorgio e Manrico Andreozzi invenzioni vocali e altre diavolerie,
Fabio Penna basso, Carlo Balestreri batteria. In un ipotetico curriculum vitae
potremmo scrivere di una lunga gavetta fatta di esibizioni live, partecipazioni
e riconoscimenti a festival di musica d’autore (miglior gruppo al concorso “Solomusicaitaliana”,
finalisti ai concorsi “Senza Etichetta” e “Biella festival”, vittoria del
prestigioso “Musicultura Festival” del 2005”). Il vostro primo lavoro, “Ricordarsi Di Annaffiare”, è caratterizzato da
una grande attenzione per i dettagli ma allo stesso tempo da bella fetta
d’incoscienza e originalità.

In effetti prestiamo un attenzione quasi maniacale alla forma (questo vale per
la musica ma assai meno per la vita). Nelle nostre canzoni la forma è assolutamente
funzionale al contenuto. Cerchiamo di fare in modo che viaggino sullo stesso
binario, così come testo e musica, sperimentazione e rigore, incoscienza e
consapevolezza. Lo sforzo maggiore nella ricerca di questo equilibrio è che non
vada a scapito dell’aspetto emotivo e dell’espressività, che in fin dei conti
sono comunque le cose alle quali teniamo di più. Siamo convinti che sia proprio
la compiutezza di una canzone la caratteristica che la può rendere
misteriosamente “bella” E’ un approccio poco cantautorale se vuoi, più da
musicisti, perché di musica poi si tratta. Al primo ascolto si ha la percezione di una band con un suono ben
definito.
La ricerca di un “suono” è stata
da sempre una delle nostre priorità. Prima di diventare band ognuno di noi
aveva una osservazione sonora
profondamente differente e solo quando ci siamo incontrati e abbiamo suonato
per la prima volta insieme è uscito un suono d’incontro, diretto, puro, naturale, che  abbiamo cercato di snaturare meno possibile con
gli anni perché effettivamente ci piaceva allora e ci piace tuttora. Poi il
rigore formale di cui sopra e il tempo ci hanno portato a curarlo un po’ di
più. Il resto lo hanno fatto poi i nostri  produttori artistici, Filippo
De Laura e Guido Zen, due musicisti che stimiamo molto. I vostri testi sono piuttosto atipici, sembra che miriate a dare ad
essi una specie di personalità…
L’atipicità forse deriva ancora
una volta dal desiderio di forma e poi dalla discontinuità dei temi affrontati
e del tono usato, che anche quando magari nasce da un indole poetica
minimalista e introspettiva  passa attraverso un registro paradossale e
ironico che rimescola le carte in tavola e ribalta il punto di vista.   Sia
che si tenti di volare alto che di restare più leggeri, la cifra rimane
comunque quella dell’understatement. Ricatti esistenziali è in questo senso
l’esempio più lampante. Il ricorso disinvolto della parola «palle» che ricorre in tutto il pezzo non è
altro che un grido d’allarme contro l’uso indiscriminato e di retaggio
vagamente maschilista  dell’espressione “avere le palle”. Un’iperbole che
racconta con leggerezza di una società in cui si è costretti sempre e comunque
a dimostrarsi all’altezza della situazione. E con ironia parlate anche di argomenti difficili, come in Alta Pressione. L’ironia è una componente molto radicata
nei brani del disco: brani come La
certezza delle cose
,  più cinico e
scherzosamente nichilista,  L’implicazione molecolare, più romantico
e disimpegnato, e Franco Tiratore ne
sono l’esempio. Alta pressione  è
invece una canzone velatamente politica che denuncia un sistema d’informazione
che paradossalmente potrebbe manipolare anche uno strumento innocuo come le
previsioni del tempo facendo leva sulla nostra continua necessità di
rassicurazioni rispetto all’incertezza del futuro. Ma in mezzo a quest’atmosfera piuttosto disincantata si manifestano
anche desideri ed emozioni…
Nel disco fortunamente c’è più di
una canzone che parla d’amore e di sentimenti. Quella della canzone d’amore è
una sfida che devi accettare anche se sai di andare a sbattere contro tutti i
più grandi. Essere bravi in questo caso non può bastare, quando affronti
temi  richiedono sincerità e spudoratezza. Non per niente sono canzoni che
abbiamo scritto in una fase più recente,  quella che per far contenta la
mamma chiameremo matura,  in cui abbiamo cominciato a mettere da parte
narcisismi e vanità, cercando piuttosto di trovare forma e misura in un
linguaggio più essenziale. E il risultato ci sorprende ancora,  mostrandoci
come scrivere canzoni sia un lavoro lungo e faticoso. Due Minuti è una
canzone-videoclip nell’intreccio delle sue molteplici storie.
Due Minuti è una canzone che amiamo tantissimo pur con tutti i suoi peccati
di gioventù. C’è una voglia di raccontare che ancora ci travolge. Incoscienza,
irrequietezza, ci sono tutti gli elementi di chi comincia senza sapere cosa sta
per fare. Ha una veste molto cinematografica, si porta dentro un intrigo che ti
prende per mano. C’è qualcosa di misterioso in quella canzone che noi stessi
ancora non riusciamo a decifrare e che ci consente dopo alcuni anni di
eseguirla ancora con la curiosità delle prime volte. La versione che abbiamo
messo nel cd è quella originale registrata tre anni fa. Non l’abbiamo toccata
per paura di spezzare l’incantesimo. “Ricordarsi di Annaffiare” si presta molto a essere rappresentato nella
veste live. Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi concerti?
La cosa più difficile quando hai un cd in circolazione è trovare
l’equilibrio tra il suono che la gente si è abituata a sentire nel disco e
quello che un live deve avere per essere efficace.   Attualmente stiamo
lavorando proprio su questo aspetto. I nostri concerti, d’altronde, sono
abbastanza imprevedibili (si è mai sentito un artista che dice che il suo
concerto è prevedibile? ): cerchiamo di trovare il clima della serata , di
andargli appresso e di divertirci. Rimane il fatto che suonare per noi è 
ancora il momento in cui ci ricordiamo perché abbiamo deciso di fare i
musicisti. Speriamo che se lo ricordi anche la gente.

Artista:
Caraserena