Quattro anni dopo il disco d’esordio, il collettivo ZeroUno torna con ZeroUno.2. Abbiamo incontrato Luca Urbani, tra i fondatori del progetto, e LeLe Battista, voce in molti brani del disco, che ci hanno spiegato le novità che stanno dietro a questo ultimo lavoro.
Sono passati quattro anni dal
primo disco. Cos’è cambiato nel progetto ZeroUno? L. U. : Innanzi
tutto sia io che LeLe abbiamo fatto dischi solisti. Poi, l’altro “ZeroUno” era
completamente diverso da questo, nel senso che nell’altro cantavano diversi
cantanti, come Alice o Morgan, invece questo è diventato più
un collettivo fisso, dove i cantanti sono unici, cioè io e LeLe… principalmente
LeLe. È cambiata la formazione: il fulcro è rimasto, perché il primo ZeroUno
eravamo io, Simone Cattaneo e Pedro Fiammingo, e questi sono rimasti
fissi. Poi altri collaboratori, come Matteo
Agosti, che è il produttore di questo disco; il nuovo elemento è Marco Ferrara, che è stato il bassista
di Cristina Donà. L’assenza di grandi nomi,
rispetto al primo disco, è segno di una volontà di autonomia? È ancora presente
l’eredità di Morgan e Bluvertigo? L. U. : È stato un po’ un caso, più che altro
una scelta di Pedro, perché aveva l’idea di andar dal vivo, come se fossimo un
gruppo. Mantenendo l’idea del collettivo, dove può succedere di tutto, voleva
avere una sorta di gruppo live. Infatti, questo disco è stato fatto in maniera
totalmente diversa dall’altro, che è stato scritto in tre, nello stesso luogo,
e lo abbiamo fatto cantare da altri. Questo invece è stato studiato in sala
prove: abbiamo provato, abbiamo arrangiato, e poi siamo andati in studio tutti
insieme. Si tratta di un disco
sicuramente più suonato rispetto al precedente: questa scelta nasce da
un’esigenza particolare? L. U. :
Infatti, nel mix finale mi han segato quei quattro synth che avevo messo con
l’altro tastierista. L’esigenza era di provare tutto: a me piace molto la
musica suonata, specie quella inglese un po’ punk. Visto che ho sempre fatto
elettronica, si trattava anche un po’ di cambiare e lasciare un po’ tutto agli
altri: il mio ruolo come arrangiatore è stato davvero marginale. L. B. : Non
essendoci molta aspettativa e quindi pressione nei confronti degli altri, è
stato tutto molto spontaneo e in un clima di tolleranza nei confronti delle
idee degli altri, anche se sulla carta completamente in contrasto con il nostro
background. Durante la lavorazione e la
stesura, avete ascoltato, letto o visto qualcosa che vi ha influenzato? Come? L. U. : A
livello delle liriche, il disco è un po’ una ricerca spirituale e l’esatto
contrario. Lo dico anche in un testo di un pezzo che non è stato pubblicato, le
letture sono da Travaglio, quindi
politica, e dall’altra parte Jodorowsky,
Osho, Castaneda, eccetera. Nel disco c’è continuamente questa lotta: un
pezzo dice una cosa, inizia con La vita è
nel cervello e poi prosegue con Non
essere, che è una specie di ricerca spirituale, e così via. L. B. : La
cosa bella è che ognuno si è distaccato dai riferimenti precisi che ha avuto
fino ad oggi. Ad esempio, per Luca è l’opposto, avendo fatto elettronica. Io
avevo un’idea di collettivo che si distacca dalle origini di ciascun componente,
e mi piaceva che fosse un crogiuolo di vari background, e mi piace l’idea che
sia un collettivo slegato dai nostri percorsi, perché è stata una spinta
creativa nuova per tutti di noi. I testi sono ossimorici,
immaginifici. Cosa significa per voi scrivere una canzone? Qual è il vostro
“obiettivo” in una canzone? L. U. : In
realtà, non c’è un “obiettivo”: quando scrivo è una liberazione, solo in quel momento
mi godo la giornata, mentre il resto è il futuro, che sono anche cose banali,
come chissà se venderà, chissà se piacerà… tutto riferito al futuro. A me piace
molto scrivere, tutto qua. L. B. : Per
me la cosa strana è che lui non sente l’obiettivo: da interprete trovo che in
ogni canzone ci sia un messaggio ben preciso e a fuoco. Il paradosso è che per
lui è una liberazione vera, cosa che sento più vicina al mio modo di scrivere,
perché non penso mai a un messaggio, mentre ascoltando le sue composizioni
credo ci sia un obiettivo. L. U. :
Quindi come spesso accade l’autore non ha le idee chiare su quello che scrive. Parliamo delle canzoni. In L’individualista, c’è questo gioco di
ribaltamenti: “individualista” è un aggettivo con connotazione negativa, ma è
possibile che qui venga dipinto come una figura positiva? Fuori da ogni
polemica politica, scrivendola avete pensato a qualche personaggio pubblico… io
ci vedo molto Veltroni. L. U. : Quando
l’ho scritta in realtà avevo pensato a Bush, ma riferito solo alla parte finale
del ritornello. Era successo uno scandalo in cui non si capiva se lui avesse
fatto o meno il militare, e avevo proprio scritto “soldato semplice che governa
il mondo”. Ma perché Veltroni…Non è un giudizio, ma sembra
per certi spunti sembra parlare di Veltroni…L. U. : Tra
l’altro, senza parlare di politica, io son sempre stato un fan di Veltroni.
Ultimamente è un bel pasticcio, però quando è entrato in politica ero molto
contento. Comunque ravvisi questo aspetto
positivo/negativo della parola…L. U. : Io
direi che è più una cosa negativa che positiva, c’è un po’ una resa: artista e
politico, li ho messi tutti sullo stesso piano, è un po’ negativa. Altro e Naturale
sono incentrate sul tema della normalità, anche con ironia. Queste canzoni sono
finalizzate a individuare o a stigmatizzare la normalità? L. U. : Sai,
sono domande complicate, perché descrivere le canzoni a posteriori è veramente
complicato. Nel momento in cui lo canti il significato cambio: se senti il mio
provino di Altro e quello che poi a
registrato lui (indica LeLe, ndr),
cambia il senso. L’interpretazione, le pause cambiano molto il significato
della canzone. Anche se dice che il significato è preciso, comunque cambia,
evolve a seconda di come si interpreta. L. B. : Ci
sono pezzi che non afferro completamente, ma mi piace così, perché è talmente
una liberazione cantare un pezzo di cui non si capisce il senso, e che non si
vuole conoscere…L. U. : Beh,
c’era Battisti che faceva così:
cantava solo i pezzi di Panella che
non capiva, perché se poi li capiva non gli piacevano più. Invece in Intelligente, ne La vita nel
cervello e in Uomo Domestico
parlate di mente, di percezione saturata fino al nulla…L. U. : Tra
l’altro, La vita nel cervello e Uomo Domestico vanno insieme, perché
sono tutto quello che succede quando sei proprio sulla Terra, pensi alle cose
di ogni giorno, non c’è ricerca, quando il cervello lavora molto insomma. Dall’altra parte c’è Niente è per sempre: è un inno al
relativismo? Cercate certezze, o, appunto credete nella “trasformazione”? L. U. : Sì,
sì, assolutamente, credo nella trasformazione. LeLe, come hai vissuto questa
esperienza solo da interprete? L. B. : Esperienza
nuova, per me, mi è piaciuta molto proprio perché sotto un certo punto di vista
è stato più spontaneo: caricando meno di significato le parole ho trovato un
modo di cantare per me diverso, e il contrasto del cantare parole anche
“importanti” con un approccio poco investigativo. Credo che questo sia stato
positivo. Avete una tournèe in cantiere?
E i Soerba che fine hanno fatto? L. U. : Ci
proviamo, ma è complicato perché siamo in sette e dobbiamo gestirci, anche a
livello economico. Siamo in una situazione in cui dobbiamo andare in giro in
sette. Per i Soerba, siamo fermi,
ogni tanto ci sentiamo ancora per scambiarci dei provini, eccetera. Prossimi progetti, avete in
mente di portare avanti ZeroUno? L. U. : LeLe
vuole fare il suo disco solista, io vorrei farne un altro mio. Per ora gli
ZeroUno si fermano, bisognerà vedere come va. L. B. : Se va
bene poi si creano aspettative, la gente si accanisce (risate, ndr). L. U. : Se va
bene litighiamo e ci dividiamo (risate,
ndr). L. B. : Il
mio disco solista è da autore, ma questa esperienza mi ha aperto. Infatti nel
disco, che ormai è in fase di lavorazione abbastanza avanzato, è entrato
all’ultimo momento un pezzo di Luca.
ZeroUno
