Il tema del viaggio, con tutte le implicazioni che esso comporta, ricorre spesso nella poetica di Alice, e anche Lungo la strada, titolo del suo ultimo disco dal vivo, indica chiaramente una condizione. Quella di chi, come lei, si sente sempre in cammino e in ricerca, dal punto di vista musicale, spirituale, umano. Per questo ogni suo lavoro è una sorpresa, il frutto di sperimentazioni ed esperienze, e per questo chiacchierare con lei diventa una condivisione piacevole, incalzante e mai banale di opinioni, progetti, riflessioni.
Questo è il tuo primo live, ma se non mi sbaglio avevi intenzione di
pubblicarne uno diversi anni fa, quando avevi registrato un’intera tournée.
Cosa ti ha spinto a farlo invece proprio ora, in questo momento della tua
carriera? In effetti nel 1996 avevo registrato una tournée fatta all’estero con dei
musicisti favolosi, come Steve Jansen, Mick Karn, Robby Aceto
e Ben Coleman che suonava il violino elettrico, mentre io suonavo le
tastiere. Però non se ne è fatto niente e ormai è passato molto tempo, non so
se riutilizzerò quelle registrazioni, anche se ci possono essere delle belle
sorprese. In questo momento invece sentivo l’esigenza di essere presente
discograficamente perché erano passati troppi anni dall’ultimo disco, “Viaggio in Italia”. I tempi sono
sempre molto lunghi perché ci sono di mezzo mille difficoltà che non dipendono
da me. Però avevo registrato questo concerto e ho pensato che la cosa più
immediata fosse proprio la pubblicazione di un live. Tutto questo grazie al mio
attuale manager Paolo Santoli, senza il quale non ci avrei neanche pensato. Questo disco contiene brani che a mio parere ti rappresentano bene, anche
perché ci sono canzoni tue, di Battiato, di Camisasca, di Mino Di Martino, tutti
autori che ti accompagnano da sempre. C’è una canzone del tuo repertorio che
avresti voluto includere ma che per questioni tecniche è rimasta fuori dal
disco? Avrei desiderato inserire Il sole nella pioggia e Where will I be
di Crosby, però non c’erano i requisiti necessari. Hai detto che del concerto, registrato nella basilica di S. Marco a Milano,
in questo disco hai lasciato fuori alcune canzoni troppo legate alla dimensione
della preghiera, più adatte al contesto di una basilica, magari meno al cd. Ho fatto una scelta molto rigorosa dei pezzi. Ho sentito che non era giusto
inserirne alcuni perché avevano bisogno di un contesto diverso, come ad esempio
un progetto basato tutto sull’idea della preghiera. In quel caso avrebbero
avuto una loro forza, diversamente secondo me avrebbero perso molto. C’è in
effetti l’idea di un disco di questo tipo, ma per ora è abbastanza vaga, mentre
ci sono altri progetti più immediati che desidero realizzare. Anche se poi,
sai, nella vita ci sono delle occasioni che ti capitano improvvisamente, e
quello che ora ti sembra molto lontano è la cosa che invece realizzi per prima.
La vita è fatta di avvenimenti, di occasioni che uno può cogliere oppure no. Hai detto che in questo disco ci sono i temi fondamentali della tua poetica,
come l’esigenza di pace, la poesia, la ricerca del sacro, l’amore. Quale di
questi aspetti della vita è preponderante nella tua esistenza? Quello che per me comprende tutti questi elementi è l’Amore con la A
maiuscola. Riferendoti alla tua musica e alla tua vita parli spesso di ricerca del
sacro. A che punto ti senti su questo cammino? Mi sento in cammino. Non c’è un punto, sei sulla strada. È un percorso che
è iniziato molti anni fa, ma a che punto sono della strada non so proprio
dirlo. In questo disco ci sono due canzoni in lingue vernacole, il napoletano e il
friulano. Siamo in un’epoca di riscoperta delle proprie radici, non hai mai
pensato di inserire nel tuo repertorio qualche brano della tradizione italiana
o regionale? Sì, ci ho pensato, ma in una maniera molto superficiale. È qualcosa che mi
passa per la testa ormai da moltissimi anni, però non ho mai approfondito
l’argomento perché hanno preso il sopravvento interessi diversi. Nel momento in
cui decidi di fare una cosa di questo genere deve esserci un lavoro oculato e
accurato di ricerca, mentre per me per ora è un’idea che ogni tanto compare
come un acquerello, non ha ancora colori sufficientemente forti perché possa
metterlo a fuoco. Però credo che sia un mondo straordinario da riscoprire, e
del resto in Italia c’è chi lo fa molto bene. Cosa ti hanno dato, rispettivamente, la Romagna, Milano e il Friuli? La Romagna rappresenta le mie radici, la mia formazione. Quello che sono è
frutto di quello che mi hanno dato la mia famiglia, i miei genitori e
l’ambiente in cui sono nata e vissuta per oltre venticinque anni. Milano è
diventata la mia casa per tanto tempo, ed è la città in cui ho vissuto la
maggior parte della mia vita professionale. Poi per amore ho cominciato a
frequentare il Friuli pur vivendo a Milano e mi sono innamorata di questa
regione e di questa gente, fino a che poi mi ci sono trasferita. Il Friuli è
una regione meravigliosa, quasi incontaminata, con una densità di popolazione
bassissima, per cui ci sono delle oasi naturali incontaminate. È molto
coltivato ma anche molto lasciato allo stato naturale. È bello e salutare
viverci, c’è una qualità di vita molto alta. E il friulano è una persona molto
riservata ma contemporaneamente piena di calore e di umanità, se si riesce ad
andare oltre un primo atteggiamento di diffidenza, specie nei paesi. In questo disco canti Nomadi e L’era del mito, e poco fa hai
citato Il sole nella pioggia. Credo che le canzoni di Juri Camisasca si
adattino perfettamente alla tua vocalità e al tuo mondo artistico. In effetti mi piacerebbe che componesse qualche altra canzone per me. Gli
ho giusto fatto la richiesta pochi giorni fa, ma lui adesso si dedica
completamente alla pittura delle icone. Hai cantato in bellissime chiese e teatri. Quanto conta per te il luogo in
cui canti per lo spirito che avrà lo spettacolo? Il luogo è importantissimo. Quando preparo un programma per un luogo sacro
cerco di trovare nel mio repertorio o anche fuori da esso qualcosa che sia
adatto, che non strida con il posto in cui mi trovo. Ho un profondo rispetto
per l’ambiente, soprattutto quando è un luogo sacro. Ad esempio non mi sento di
cantare Per Elisa in chiesa, anche se me l’hanno chiesto diverse volte.
Io pur apprezzando la richiesta ho gentilmente declinato l’invito, da questo
punto di vista sono inamovibile. In questo disco e nei tuoi precedenti ci sono spesso poesie musicate, e
ricordo anche una serie di concerti (“Le parole del giorno prima”) in cui
alternavi brani letterari a canzoni. Quali sono i tuoi autori di riferimento? Ho sempre inserito la poesia nei miei lavori, da Anín a grîs e La
recessione in poi. Però non ho autori di riferimento. Poi soprattutto in
questo momento ho necessità di non leggere, se non determinate cose di tipo
spirituale, perché ho bisogno di avere una pulizia mentale tale da poter
percepire la vita senza influenze di sorta, per riuscire a trovare quel
silenzio necessario che consente di vivere la vita pienamente. Anche se
ovviamente in altri momenti ho fatto letture che sono state fondamentali, come
“Incontri con uomini straordinari” di G. I.
Gurdjieff, o ancora prima “Il monte analogo” di René Daumal. Daumal l’ho comprato io, mentre Gurdjieff mi è stato
regalato da un amico, l’ho tenuto sul comodino per tre anni senza riuscire a
leggerlo, e poi finalmente l’ho letto tutto d’un fiato nel momento giusto.
Perché ci sono libri che si fanno leggere solo quando tu sei in grado di
comprendere quello che c’è scritto, altrimenti sono inutili. Hai detto che questo tuo nuovo disco sta ricevendo molto interesse da parte
della stampa, ma che in tv ci sono pochi spazi per la musica d’autore. Cosa
pensi di trasmissioni come “X Factor”, con il tuo amico Morgan? Non so perché Morgan abbia
deciso di fare “X Factor”. Da un certo punto di vista ha fatto anche bene, perché
la musica non paga e quindi bisogna trovare modi alternativi per sopravvivere.
Come ti dicevo prima, ci sono delle occasioni che uno può cogliere o meno. Lui
ha colto l’occasione che ha ritenuto opportuna in un certo momento della sua
vita. Ho visto pochissimo di “X Factor”, solo le selezioni dei cantanti al
pomeriggio. Questi poveretti dovevano esibirsi senza musica con i giurati che
spesso non gli facevano cantare nemmeno una strofa. Li stroncavano sul nascere
con commenti che a mio avviso per un ragazzo o una ragazza così giovani, che
hanno delle aspettative e si mettono in gioco, sono terribili, e possono
veramente fare dei danni molto grandi a livello di demotivazione. Io trovo
allucinante tutto questo. Poi la televisione ovviamente fa spettacolo, ci sono
alcuni artisti che attraverso questi mezzi riescono a emergere, a esibirsi, e
questo è un bene. Una volta c’erano i talent scout, le case discografiche con i
direttori artistici che si muovevano e cercavano di scoprire nuovi talenti,
adesso loro non fanno più niente e queste cose sono appannaggio della
televisione, che però ne fa uno spettacolo utilizzando persone che hanno delle
aspirazioni artistiche. Io ho sentito ragazzi con delle voci straordinarie, ma
molto giovani, e che hanno quindi bisogno di qualcuno che li aiuti a fare
emergere le loro potenzialità, non che li trasformi in prodotti televisivi che
hanno delle caratteristiche imposte da altri. Certe trasmissioni non aiutano
questi ragazzi ad esprimere se stessi, almeno per quel poco che ho visto. E poi
è aberrante la forma del reality, trovo veramente orrendo questo nuovo sistema
di fare tv. Pochi giorni fa guardavo un dvd di spezzoni televisivi degli anni ottanta e
mi è venuta una gran nostalgia per una televisione che……che all’epoca ci dava fastidio, ma che rispetto a adesso è una cosa
meravigliosa! È verissimo. La musica aveva degli spazi diversi, ora si consuma,
ma non si ascolta più. I tuoi concerti sono sempre affollati, nonostante non si possa certo dire
che tu abbia una sovraesposizione mediatica. Diciamo proprio che non ho promozione di nessun tipo… Questo disco è
autoprodotto, distribuito EMI. La promozione è affidata alla Midas, che sta
lavorando molto bene, nonostante gli enormi ostacoli che trova. È vero, c’è
molta gente che mi segue e sono stupita che tra di loro ci siano anche parecchi
giovanissimi. Mi apre il cuore vedere le nuove generazioni che hanno fame di
qualcosa di diverso, o comunque di musica che non sia quella che arriva alla
massa in quest’appiattimento generale che c’è ora. Per fortuna c’è chi non si
accontenta e va a cercare qualcos’altro al di fuori di quello che viene
propinato dai mezzi d’informazione, in cui tutto è basato sulla notizia, per
cui solo se fai notizia hai la possibilità di avere un minimo di attenzione. Ma
per fare notizia ti deve succedere qualcosa di grave, qualche disgrazia, oppure
devi essere coinvolto in qualche gossip eclatante! Il livello è questo, anche
nei telegiornali. Anche i canali che hanno iniziato bene piano piano si stanno
sempre di più spostando sulla direzione della notizia e non dell’informazione.
È come se per attirare l’attenzione debbano alimentare una sorta di morbosità,
una vibrazione molto grossolana, della quale ormai la gente inconsciamente ha
bisogno per poter esprimere un minimo di interesse. Altrimenti non c’è più
attenzione per niente, siamo diventati degli automi, deambuliamo in un sogno
ipnotico per sottrarci dal quale ci vuole qualcosa di molto forte che ci scuota
emotivamente, ed è una cosa molto triste. Fortunatamente non tutti sono così,
c’è tanta gente sveglia, lucida, che capisce e si muove in un’altra direzione,
una parte di umanità che a mio avviso è più grande di quella che si immagina,
solo che non essendo in evidenza sembra che non ci sia. Ne sono convinta perché
nel mio piccolo chi viene ai miei concerti è gente che ha una motivazione, che
è sintonizzato con me su un certo tipo di vibrazione. Rispetto al tuo pubblico mi pare che negli ultimi anni tu abbia un
atteggiamento più serenoPerché sono più serena io. Adesso sono più disponibile e più aperta con il
pubblico perché lo sono in generale. Sono cresciuta, sono maturate tante cose,
non sono più schiava di un certo tipo di meccanismo e di insicurezze che mi
contraddistinguevano in passato, quando sentivo di avere continuamente qualcosa
da dimostrare e non mi accettavo. Ora la mia ricerca continua, il mio tentativo
di migliorarmi è perenne, però mi accetto per quello che sono, con le mie
debolezze e le mie mancanze, e questo mi dà molta serenità. E nell’accettare me
stessa accetto anche gli altri, ho un’accoglienza che prima non avevo perché la
severità che avevo nei miei confronti si esprimeva poi anche con gli altri. Questa serenità secondo me si nota anche nel tuo modo di interpretare, o in
certe scelte. Ad esempio in quella di cantare La cura. Altre canzoni di
Battiato, come Prospettiva Nevski o È stato molto bello, molti di
noi, io stessa, abbiamo capito quanto fossero belle ascoltando la tua versione.
Per quanto riguarda La cura, invece, ci siamo accorti tutti subito al
primo ascolto che si trattava di un capolavoro. Il fatto che tu l’abbia scelta
e in qualche modo cambiata, dandole un piglio e un pathos che non ha
nell’originale, mi sembra segno di serenità, di non aver paura di confrontarsi
con una canzone che ormai è un classicoEd è un classico riuscito straordinariamente bene. La cura l’ho
cantata per la prima volta nel 2004, alla fine del tour di “Viaggio in Italia”
al teatro Toniolo di Mestre, come bis. Curioso fare come bis un pezzo che non
avevo mai cantato nella mia vita! Però la gente è rimasta entusiasta, perché il
pezzo come tu dici è un classico, tutti lo conoscono. Io amo tutte le versioni
originali di Franco, diversamente non le avrei neanche prese in considerazione,
però cerco di cogliere un aspetto della stessa composizione secondo quella che
è la mia natura. Quando io ascolto una canzone che mi colpisce, immediatamente
la sento in un altro modo, cioè come la potrei cantare io. Probabilmente è come
per uno scrittore tradurre in parole le impressioni che riceve. Il mio mezzo
d’espressione invece è la musica, la voce, l’interpretazione. (18/05/2009)
Alice
