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Ci sono incontri che cambiano tutto. Basta un istante, un intreccio di vite, e il destino prende una direzione nuova. Nel mondo del rock, questi momenti hanno spesso dato origine a rivoluzioni sonore, segnando l’inizio di epoche indimenticabili. ‘Nice To Rock You’, edito da Hoepli e firmato dal veterano del giornalismo musicale Ezio Guaitamacchi con Jessica Testa e Leonardo Follieri, racconta proprio questi snodi cruciali.

Il libro si addentra in una trentina di episodi fondamentali, dove il destino ha messo in contatto le vite di icone del rock. Da Jimmy Page e Robert Plant dei Led Zeppelin a David Gilmour e Syd Barrett dei Pink Floyd, ogni incontro ha contribuito a riscrivere la storia della musica.

Abbiamo incontrato Leonardo Follieri per sapere da lui qualcosa di più in merito, come è nata l’idea di questo libro, su come ci hanno lavorato e qualche altra curiosità utile ad entrare meglio nelle pieghe del volume.

 


 

Partiamo quindi dai fondamentali, come è nata l’idea?

Il libro nasce, in un certo senso, da un’idea per un podcast. Io e Jessica volevamo realizzare un podcast che avremmo chiamato proprio ‘Nice To Rock You’. Era il classico convenevole in inglese che si dice quando ci si presenta, “Nice to meet you”, al quale avevamo sostituito “meet” con “rock”, mantenendo comunque il significato di presentarsi, ma con un richiamo quindi al mondo della musica rock. Abbiamo proposto l’idea a Ezio, che oltre ad essere stato il nostro docente, maestro e mentore durante il Master in Giornalismo e Critica Musicale al CPM di Milano, è anche il nostro attuale direttore di Jam TV e della collana Musica della Hoepli. Quando gli abbiamo parlato del podcast, ci ha risposto: “Bella questa idea, ma prima fate un libro. Un libro secondo me è una buona idea, e il titolo mi piace molto”. Ezio è rimasto particolarmente colpito dal titolo che avevamo pensato, e da lì è nato il progetto. Gli avevamo presentato il concept iniziale, ideato per il podcast, che raccontava l’incontro tra i Velvet Underground, o comunque tra Lou Reed e John Cale, e Andy Warhol scritto da Jessica. Partendo da quell’idea, abbiamo poi sviluppato il libro.

 

Come vi siete mossi per scegliere quali incontri trattare, nel mare magnum della storia del rock?

Alla fine il nostro approccio è stato soggettivo, ma ci siamo basati su alcuni cardini fondamentali della storia del rock. Ad esempio, nel libro parliamo sia dei Beatles che dei Rolling Stones, due gruppi simbolo, spesso dipinti come rivali, anche se quella rivalità fu in gran parte costruita ad arte all’epoca. Non ci siamo soffermati su episodi mitici, come l’incontro tra John e Paul alla famosa festa nella chiesa di Woolton, ma abbiamo scelto di esplorare altri momenti chiave. Lo stesso vale per i Rolling Stones: abbiamo ricordato figure centrali, come Brian Jones, il fondatore della band, che ne scelse il nome e indirizzò il loro stile musicale.

Nel caso dei Beatles, abbiamo analizzato l’incontro con George Martin, spesso definito il “quinto Beatle”. Fu lui a riconoscere il talento collettivo del gruppo e a modellarlo, comprendendo la dinamica unica della band: un gruppo senza un vero frontman, con John e Paul come principali compositori e una perfetta alchimia tra tutti i membri. Martin è stato fondamentale nel trasformare quel talento grezzo in qualcosa di rivoluzionario per la musica.

Per i Rolling Stones, oltre a Brian Jones, abbiamo ricordato la formazione storica e l’importanza di personaggi come Mick Jagger e Keith Richards, ancora oggi attivi, nonostante la perdita di Charlie Watts. La loro energia e il loro spirito restano un simbolo del rock, e per noi era importante raccontare questa storia, non solo per gli appassionati, ma anche per chi magari li conosce meno o non ha mai avuto l’occasione di vederli dal vivo.

 

 

Rispetto a tutte le informazioni raccolte e approfondendo i vari incontri raccontati nel libro, c’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente o che non conoscevi?

Uno degli incontri che mi ha colpito di più tra quelli che ho raccontato è stato, senza dubbio, quello che segna le origini di una grande collaborazione musicale. Parlo dell’incontro tra Annie Lennox e Dave Stewart. È una storia tanto bizzarra quanto affascinante, soprattutto per il contesto in cui è avvenuta. Lennox, scozzese, lavorava in un ristorante vegetariano a Londra per mantenersi e per pagarsi le lezioni di pianoforte e altri strumenti alla Royal Academy of Music mentre inseguiva il sogno di vivere della sua passione. Dave Stewart, invece, era un chitarrista profondamente immerso nello stile di vita ribelle del “sesso, droga e rock ‘n’ roll”. I due vennero messi in contatto da un amico comune, che insistette affinché Dave conoscesse Annie, sottolineando il suo talento come cantante e musicista.

L’incontro avvenne nel modo più imprevedibile: Dave, passando davanti al ristorante in cui Annie stava lavorando, scrisse con un dito sulla condensa di una finestra del locale, formatasi per l’umidità di quel giorno, una frase provocatoria e surreale: “Vuoi sposarmi?”. Annie, il proprietario del ristorante e probabilmente chiunque fosse presente rimasero spiazzati, non avendo mai visto Dave prima di allora. Pur declinando quella proposta stravagante, Lennox rimase incuriosita dall’uomo dietro quel gesto. Questo momento inusuale segnò l’inizio di una conoscenza, di un’amicizia, di una relazione amorosa e di una collaborazione artistica che avrebbe cambiato la loro vita e, in parte, anche la storia della musica. I due scoprirono rapidamente di avere una passione comune per la musica. Dopo aver militato insieme in un gruppo, The Tourists, decisero di continuare a collaborare dopo lo scioglimento della band e nonostante fosse finita anche di lì a poco la loro relazione sentimentale. Fu così che nacquero gli Eurythmics (qui in una foto di repertorio tratta dal loro sito ufficiale), uno dei duo più iconici degli anni ’80.

 

Come mai la scelta di associare QRcode con due canzoni a incontro?

Ad esempio, nella storia sui Sex Pistols, non troverai due loro brani, ma uno dei due pezzi è di Alice Cooper. Questo perché, come spiegato nel libro, quella canzone ha un legame diretto con il provino di Johnny Rotten nel negozio di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren, un evento chiave per la nascita della band.

L’idea è stata quella di offrire ai lettori non solo un approfondimento, ma anche un punto di partenza per scoprire o riscoprire certi artisti. Due canzoni per artista non bastano a raccontare un’intera carriera, ma sono un primo passo per immergersi nelle atmosfere e nelle connessioni che hanno definito quegli incontri. Inoltre, questi brani servono a dare una prospettiva diversa, più personale e meno convenzionale, su storie che magari già si conoscono, oppure su artisti che meritano di essere riscoperti sotto una nuova luce.

 

Insomma, i QR Code non sono solo un elemento tecnico, ma un vero e proprio invito a esplorare la musica in modo parallelo e complementare alla lettura.

Esatto. Nel caso dell’incontro tra David Bowie e Tony Visconti abbiamo scelto di includere The Man Who Sold The World nella colonna sonora perché Tony, figura chiave nella storia di David, era parte della formazione che suonò in quell’album. In quel periodo, i due vivevano insieme, consolidando un’amicizia che sarebbe diventata fondamentale per la carriera di entrambi. Visconti, oltre a essere un talentuoso musicista (in quell’album suona il basso), è stato soprattutto produttore, manager e persino portavoce di Bowie, specialmente negli ultimi anni della vita dell’artista.

Dal 2013, quando Bowie tornò a sorpresa con l’album “The Next Day”, Visconti assunse il ruolo di mediatore con il pubblico e i media, visto che Bowie aveva smesso di rilasciare interviste. Era Visconti a raccontare come avevano lavorato insieme, spiegando le idee e il processo creativo dietro i loro progetti, un compito che svolse con grande cura e rispetto per il suo amico.

 

 

Sempre parlando di Bowie, nella playlist c’è anche Lazarus, una delle ultime canzoni di Bowie…

Questo brano non è solo un testamento musicale, rappresenta gli istanti finali della sua vita artistica, ma anche una testimonianza della complessità del rapporto tra Bowie e Visconti, un’amicizia che nel corso degli anni ha conosciuto alti e bassi. Dalla loro prima conoscenza nel 1967, non furono sempre vicini, ma ogni volta che si ritrovavano scoprivano di condividere qualcosa di profondo. Come raccontiamo nel libro, questa connessione fu alla base di una collaborazione straordinaria, che univa professionalità e amicizia. È stato proprio il superamento dei ruoli tradizionali – artista e produttore – a permettere loro di lavorare con una libertà creativa che ha dato vita ad alcune delle opere più significative di Bowie. Guardando al loro percorso, viene naturale chiedersi cosa avrebbero potuto ancora creare insieme se il tempo non avesse posto fine alla loro collaborazione. Quello che ci hanno lasciato, però, è sufficiente a capire quanto unico e potente fosse il loro legame.

 

Per finire usciamo un attimo dal racconto del libro. Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica?
Un ricordo musicale molto personale che mi porto dietro è legato a un mangiadischi rosso, è questo uno dei primi ricordi della mia infanzia. Era il mio giocattolo preferito: un dispositivo portatile in cui si inserivano i 45 giri. Non c’era una selezione musicale precisa – poteva trattarsi della sigla di un cartone animato o di altro – ma per me era magico. Quando non sapevo ancora leggere, mi raccontano che riuscivo già a usare i giradischi di casa per mettere i 33 giri, sapendo istintivamente da che lato si trovava una determinata canzone. Era un’epoca diversa, in cui lo stereo era un elemento immancabile in casa. La musica, però, non era solo un sottofondo: faceva parte del mio mondo. Mio nonno materno, grande appassionato di jazz, aveva una vasta collezione di dischi. Spesso passavo del tempo con lui ascoltando dischi e queste melodie hanno influenzato il mio gusto musicale. Crescendo, la scoperta del rock ha lasciato un’impronta indelebile.

 

Ricordo la prima volta che ascoltai i Pink Floyd: era una cassetta originale di “Wish You Were Here”. Rimasi affascinato dalla copertina – quell’uomo che stringeva la mano a un altro in fiamme. Scoprii in seguito che si trattava di uno stuntman che prendeva fuoco per davvero, immortalato in uno scatto ideato da Storm Thorgerson, una figura chiave per le copertine dei Pink Floyd. Musicalmente, quella cassetta fu una rivelazione. Ascoltando Shine On You Crazy Diamond rimasi incuriosito da quell’intro lunghissima, un’esperienza che mi spingeva a voler scoprire cosa sarebbe successo dopo. Un altro ricordo significativo è legato ai Queen, che scoprii su CD, e a mio cugino, che suonava la chitarra. Vederlo suonare mi spinse anche me a provare,

ma non sono mai stato costante. Ho però seguito delle lezioni di canto per comprendere meglio il mio rapporto con la musica.

Ad oggi, il mangiadischi rosso resta un cimelio prezioso, anche se non funziona più. Lo conservo come simbolo di un’epoca in cui la musica era un’esperienza intima e speciale. Se qualcuno sapesse come ripararlo, mi piacerebbe riportarlo in vita, per tornare, almeno per un attimo, a quelle prime emozioni legate alla musica.