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L’Isola della Musica Italiana

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L’Italia e le sue canzoni nel mondo

Serata dedicata ai duetti internazionali quella di giovedì, che nello spirito originario di Mazzi & C. dovevano dare un’immagine meno canzonettara del solito fuori dai nostri confini. Dallo sterminato repertorio nostrano c’era solo l’imbarazzo della scelta, ma sinceramente qualche scelta si è dimostrata imbarazzante.

Ma non è di questo che vi voglio raccontare, visto che quando si tratta di classifiche, scelte, valorizzazioni, ognuno diventa “opinionista” e si crea i personalissimi gusti. Facendo scorrere i nomi internazionali chiamati a condividere quei brani, dobbiamo ammettere che c’è stato un grande sforzo organizzativo ma più ancora penso al devastante lavoro del service che ha dovuto gestire decine e decine di cambi palco e mettere nelle condizioni ottimali ospiti internazionali per provare, ri-provare pezzi per loro nuovissimi. Un plauso sincero.

Il racconto delle canzoni lo lasciamo come sempre ad Ambrosia che – più piccante del solito – ci riassumerà quattro ore di musica, dispensando giudizi fin troppo duri in taluni casi, ma sempre farciti con ironia e profondità critica. Prontezza di spirito, battute taglienti e sarcasmo british troviamo invece nella coppia Davide Pilla-Paolo D’Alessandro, che con la loro lunghissima “diretta” su Twitter stanno movimentando le ore di trasmissione, interagendo in tempo reale con nuovi e vecchi navigatori de L’Isola. Una vis polemica andrebbe sollevata per quel che è successo “a notte fonda”. Mi riferisco all’assoluta incongruità del televoto finale in cui sono incappati i quatto “esclusi” di ieri. L’ora impossibile (erano le 00. 40 quando Morandi ha dato il via al Televoto, che ha dato il suo verdetto alle 01. 15!!!!) rende ridicola questa gara, se non altro perché non serve a nulla, visto che se si fosse fatta partire prima almeno avrebbero incassato più soldi. Ma messa a quell’ora…. Per la cronaca rientrano comunque la coppia Bertè/D’Alessio e Carone/Dalla.

E, sempre per la cronaca, mi aggiungo anch’io al coro di quanti stanno puntando l’indice (non in senso accusatorio, tutt’altro…) verso Rocco Papaleo. È un artista a tutto tondo (canta, scrive, conduce, interpreta da più di vent’anni…) e alla sua prima occasione di forte visibilità l’ha sfruttata fino in fondo. Ma avremo modo di riparlare di lui prima di sabato. Chiudiamo dicendo che la formula “cantante in gara/canzone famosa/ospite straniero” effettivamente può essere una buona occasione per diffondere la nostra musica su canali extranazionali, lavorando però ancora meglio su repertorio e “accoppiate”. Ma dando continuità a quello che dicevo ieri sera, se vogliamo accorciare le serate forse bisognerà scegliere tra questo tipo di serata e quella di stasera, dove saremo di fronte ad altri “duetti”, questa volta tutti nostrani. Due serate simili proprio non ci stanno, o perlomeno se si vuole allungare il brodo d’accordo, altrimenti ne basta una.

Un ultima nota vorrei spenderla per Peppe Vessicchio. Ieri sera lo abbiamo visto dirigere almeno quattro canzoni, vado a memoria. Nulla da dire sulla sua duttilità (lo vediamo passare tranquillamente dalla sedia di Amici ad un disco di canzone d’autore, arrangiare un pezzo classico, dirigere un brano sanremese…) e sulla sua comprovata capacità professionale. Ma non esiste un ricambio anche in questa casta? Ma come è possibile che con quattordici artisti in scaletta debba tornare più volte lo stesso direttore d’orchestra? È bene evidente a tutti che dirigere un brano, tra l’altro con un ospite internazionale, in una vetrina come quella dell’Ariston farebbe gola a chiunque. Abbiamo una marea di nuovi professionisti che hanno speso anni, spesso decenni, sulle corde di un violino o sulla tastiera di un pianoforte che vogliono avvicinarsi alla musica “leggera”. Molto si è fatto in questi anni, ma forse uno sforzo di equità e sobrietà (termine in voga ultimamente) nelle scelte andrebbe fatto in questo campo. Con buona pace dei poteri precostituiti e inossidabili.

Ma se vento nuovo deve (e può) essere, che passi anche da queste piccole cose.

Francesco Paracchini   –

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La musa, le comparse e la matematica

di Ambrosia J. S. Imbornone

Sanremo, terza puntata della strage della musica italiana, in diretta, in eurovisione, dal palco dell’Ariston. ‘Strage’, sì, perché questa volta è difficile addormentarsi tra i vari duetti in programma per il tributo Viva l’Italia nel mondo (e neanche la pubblicità progresso ministeriale avrebbe osato adottare un titolo così originale).

Ovvero l’esecuzione di brani italiani famosi all’estero dei 14 Big + ospiti stranieri. Il risultato della somma? Personalmente ho provato brividi, indifferenza e orrore. Perché alcuni ospiti sono i primi stranieri in saldo. Stupisce non abbiano pescato qualche sconosciuto grande talento di San Marino, ma tant’è. >E si parte subito con l’orrore.

Shaggy (sì, sì, quello di Boombastic, Mistrlobalobammmm) dovrebbe accompagnare Chiara Civello in You Don’t Have to Say You Love Me, ovvero Io che non vivo (senza te) invece introduce (per un errore tecnico che inverte i pezzi) con il suo indimenticabile successo interplanetario, provocando epidemie di pelle d’oca. Poi mentre la Civello prova a fare finta che sia una prova di coraggio e sopravvivenza e a cantare comunque il brano, finalmente esplicando l’eleganza della sua voce, la vera e unica leggenda del reggae al mondo (? !? ) incita la folla, fa intermezzi hip hop da condanna all’ergastolo per violazione di capolavoro o canta con un vocione rauco che spezza le note. E prova quasi ad allungare le mani nella scollatura della cantante. Povera Chiara: il suo sorriso resiste, con molta ironia, però avrà avuto gli incubi stanotte.

Subito dopo è tempo di aprire uno scrigno che conserva e mescola tradizioni antiche: Samuele Bersani, Goran Bregović  e l’Orchestra per i matrimoni e i funerali si lanciano in quella che dovrebbe essere My Sweet Romagna, versione inglese di Romagna mia: usiamo il condizionale, perché in realtà si sottraggono all’obbligo dell’inglese in un crogiolo di lingue (italiana e gitana, per la prima volta all’Ariston) e suoni, vocalizzi e fanfare ad avvicinare le due sponde d’Europa. D’altronde Bersani aveva premesso, motivando la scelta: «Era un modo per asciugare l’Adriatico in un giorno, per farlo diventare una distesa di cemento» fino ai Balcani.

>Nina Zilli finalmente ha l’occasione di imitare Mina senza che sia un punto da rinfacciarle: ci canta infatti Grande, grande, grande/Never, never, never interpretato dalla tigre di Cremona, con la compagnia di Skye (ex Morcheeba). La voce di Mina Zilli può mettersi in bella mostra, mentre distribuisce sorrisi da Mirandolina. L’arrangiamento in pompa magna toglie invece alla cantante inglese la possibilità di valorizzare la sua voce ora onirica, ora dotata di un vigore squillante e suadente, ma si riscatterà nella sua Rome Wasn’t Built in a Day. Matia Bazar e Al Jarreau si arrischiano anche loro nel campo minato dei capolavori, con Speak Softly Love di Nino Rota, tema d’amore del film Il padrino nella versione cantata, ma ci pensa l’ospite a salvare l’esibizione con i fuochi artificiali: la sua voce si fa strumento e ne cambia diversi, anche se qui e lì ricorda Dalla; controcanto sono gli acuti della Mezzanotte, mentre pure Cassano si butta nella mischia e prova a duettare e quasi persino a rockeggiare con l’ospite, che però li surclassa tutti. Al Jarreau è eclettico, istrionico e ben più vivace dei Matia; ad ogni modo valorizza anche la voce di Silvia.

Con buona pace di signora Letizia, contraria alle cover sanremesi da rigida vestale e amministratrice dei diritti d’autore e d’immagine del marito, Emma Marrone si cimenta con il primo brano firmato da Battisti della serata, (If Paradise Is) Half as Nice, la versione inglese de Il paradiso,  originariamente scritta per La ragazza 77 (Ambra Borelli), ma poi portato al successo dagli Amen Corner in U. K. e in Italia da Patty Pravo. Con lei Gary Go, impeccabile con l’enfasi elegante e chirurgica della sua voce; Emma, dal canto suo, pure ha modo di liberare l’energia black della sua voce, rivelando che forse se si dedicasse all’ r‘n’b in inglese farebbe di meglio… Ma se questi momenti non cambiano la storia della musica, per riequilibrare gli umori della serata ecco un duetto completamente inutile, quello di Arisa e José Feliciano, ospite jolly ormai solo nelle trasmissioni italiane con canzoni vintage e parterre di cantanti identico per decenni fino alla morte degli stessi (sopravvenuta per esigenza di sottrarsi al rito). I due interpretano ovviamente Que serà per fortuna senza né i Ricchi e Poveri, né i Cugini di Campagna (che non c’entrano nulla, ma frequentano quel tipo di programmi tv), ma la canzone appunto è abusata e ne avremmo fatto a meno. Comunque Arisa canta bene, ma sempre in modo anonimo; prova anche ad alzare il volume, quasi a gridare per farsi notare, ma è sempre una cantante in cerca di nuova identità o in attesa di ripristinare in modi meno imbarazzanti e più convincenti la sua cifra stilistica di un tempo.

Francesco Renga non arriva da solo neanche lui: con sé porta una gola infiammata (e la sua voce suona stranamente nasale) e il cantante pop-rock spagnolo Sergio Dalma per Il mondo/El mundo; Renga è sempre a suo agio quando si misura con il pathos grandioso dei brani degli anni Sessanta e Dalma gigioneggia con una buona potenza vocale con fondo graffiato, anche quando si misura con una vigorosa Bella senz’anima. Nel regno delle cover sanremesi non indispensabili arriva anche una Anema e core cantata da Pierdavide Carone, Lucio Dalla e il danese Mads Langer, che provoca catene di gomitate in sala (e anche davanti alla Tv…) all’insegna del «Ma tu sai chi è? ». Carone interpreta sempre l’innamorato disarmato-Bambi nel paese delle Meraviglie. La voce di Langer (che, a proposito di cartoni e di quiz sulla sua identità, nonostante l’assonanza, non è un personaggio di Holly e Benji, ma il cantante di una cover di You’re not Alone degli Olive) ha un buon appeal soul-pop, mentre Dalla, al piano, purtroppo canta solo all’inizio.

Finalmente ci si può preparare ad un po’ di brividi veri (? ): è il momento di Brian May (Queen), ospite di Irene Fornaciari con Kerry Ellis, voce del musical We Will Rock You. Il terzetto si dedica a I (Who Have Nothing), primo singolo degli Status Quo, cover di Uno dei tanti interpretata da Joe Sentieri. La voce di Irene suona nasale anche senza raffreddore: tenta di dedicarsi con passione al pezzo, però la Ellis rivela un timbro più pulito e un piglio più energico, mentre il brano prende un’inattesa piega dance-tamarrock proprio sulle note della straordinaria chitarra elettrica di Brian May. Nella pausa rallentata comunque la Fornaciari riprende un po’ terreno, prima di commuoversi. Ok, filed under kitsch, ma Brian May è Brian May e Irene per poco non ci fa piangere tutti quanti con lei.

Riproviamo a prepararci ai brividi ed è la volta buona. Signore e signori, siamo lieti di presentarvi l’apice probabilmente inarrivabile del Festival: Marlene Kuntz e Patti Smith interpretano Impressioni di settembreThe World Became the World. La Smith ha la stessa voce ipnotica e rapita di sempre; recita anche alcuni versi dal suo ideale ambone di sacerdotessa dell’esito art rock della beat generation. Androgina come una figura mitologica, la nostra musa è regina emaciata e statuaria di un carisma scabro e sacrale, che non ha bisogno di farsi scabroso con scollature e abiti da sera con spacco; scarica un cielo di brividi sui synths orchestrali e i Marlene Kuntz in versione prog e il trio può mettere in luce passione, tecnica e anima anche quando fa da cornice alla successiva Because the Night. Godano è così preso che finisce persino per ballicchiare.

Poi è ora del tributo a Mia Martini con Flame, versione inglese di Almeno tu nell’universo, proposta da Gigi D’Alessio, Loredana Berté e Macy Gray. Loredana parte con la voce rotta dall’emozione, che sembra incidere anche su D’Alessio, al piano a cantare le strofe. Poi la Berté riesce comunque a fare la sua dedica graffiata a Mimì, cantando come di consueto il ritornello al femminile. È un po’ un parapiglia, ma il pensiero va ai meccanismi sballati e agli stupidi pregiudizi medievali che hanno emarginato quella voce dolorosa che sapeva levarsi sulle ali dell’illusione o della speranza di quel «Tu che sei diverso…». Poi Eugenio Finardi, Noa e Solit String Quartet ci cantano Torna a Surriento/Surrender : Noa si adagia sulla melodia della tradizione napoletana, mentre Finardi scarta e sorpassa Elvis e propone una versione inglese un po’ stravolta, ma impetuosa, tra il glam-rock e quasi l’hard rock. Giovani che avete un terzo dei suoi anni e siete nati stanchi e mosci, prendete appunti sulla carica che ha a sessant’anni. Finale melodico per entrambi, in cui Finardi nuovamente sembra quasi “bocellizzare” come in E tu lo chiami Dio. Dolcenera e Professor GreenMy Life is MineVita spericolata; la cantante salentina nelle vesti di Vasco può mostrarci la sua vena pop-rock, ma per emulazione si sente costretta a gridare: il risultato è imperfetto e allontana dalla precisione delle esibizioni precedenti. Il tocco international dell’hip hop di Professor Green fa molto hit, ma il tutto è archiviabile come carino-non indispensabile.

Infine la voce di Sarah Jane Morris apporta colori scuri e notturni a To Feel in Love, versione anglofona di Amarsi un po’ della premiata ditta Mogol-Battisti, e queste sfumature si intrecciano ai colori più brillanti della voce di Noemi, che ci offre una buona performance blues, a conferma di alcune potenzialità forse finora poca valorizzate in lei, ma già individuate da Morgan ai tempi di X Factor. L’arrangiamento del brano è un po’ sfarzoso, ma sinuoso e filologico è il basso in primo piano e ottimo l’arazzo dei vocalizzi un po’ da jam session. Si riesibiscono poi a notte fonda i quattro artisti eliminati dalla giuria demoscopica ieri, ovvero Pierdavide Carone-Lucio Dalla, Gigi D’Alessio-Loredana Bertè, Irene Fornaciari e i Marlene Kuntz.

La vittoria del premio della sala stampa per il miglior duetto e l’addizione di Samuel dei Subsonica non cambia il risultato già presagito della sicura eliminazione dei MK e d’altronde il collega cantante, più che l’ultima carta da giocare, era un regalo ai fan in vista del precoce abbandono dell’Ariston, che non avrebbe consentito oggi l’ospitata nelle nuove versioni duettate dei brani rimasti in gara. Il brano parte con un fascino da cantautorato folk-rock, grazie anche all’aggiunta della chitarra di Samuel; Godano riabbassa la voce nel ritornello, mentre il frontman dei Subsonica è un po’ sacrificato in un brano dall’attitudine e dalla metrica differente dalle sue canzoni, ma in una performance altalenante non mancano momenti in cui la voce soffiata di Godano e quella acuta e lancinante del suo ospite sanno toccare nuove vette interpretative per Canzone per un figlio. E poi la somma di due figure storiche della scena underground degli anni Novanta in teoria poteva fare la differenza. Ma la matematica dei voti delle fan con t-shirt dalessiane e delle adolescenti in calore per il povero, timidissimo Carone non è un’opinione.

. Passano i primi due ad esibirsi e tornano in gara i due artisti tra i 14 maggiormente in grado di rimpinguare le casse del televoto…Insomma, tutto va come previsto.

… Dove? Citando ovviamente il Baglioni di Mille giorni di te e di me e pensando a Nanì, diremmo «a puttane»…