In un sabato sera di metà settembre il vento comincia a insistere forte, quasi a mettere fretta ad un tramonto rossissimo scuro e a ricordare che la bella stagione sta per finire. Una ragazza attende fuori da una libreria, tra le mani un Cortazar infiocchettato e lo sguardo fisso, inamovibile, diretto su un punto esatto tra un portone e il suo citofono.
Il sole quella sera scompare persino lì, in Puglia, a Conversano.
Il vento strattona il ki-way della ragazza e lascia appassire quel sorriso che aveva con sé fino a poco prima. Lentamente, come cadendo, quel suo libro si affida ad una mano sola allineandosi lungo il fianco. Anche gli occhi cambiano forza, cercando intorno qualcosa di più prezioso.
In quella via, intorno a quei due piedi immobili su una mattonella sola, un mite flusso di persone si indirizza verso un edificio dai bordi rossi, la cui insegna dice senza troppi giri di parole: ‘Casa delle Arti’. Lei si fida di quel nome e di quella folla altrettanto discreta: così segue il flusso, sale quelle brevi scale e supera l’ingresso.
In quel locale di Conversano, quella sera di metà settembre, è previsto il concerto in solo di Giovanni Truppi, ma quella ragazza non lo sa. Non ancora.
Dai volti del pubblico, prima del concerto, si legge una certa serenità: come un sollievo o una pace vicina più alla vulnerabilità che alla forza, alla pelle più che ai muscoli.
Giovanni Truppi giunge con discrezione quasi posandosi sul palco, con la naturalezza che lo contraddistingue. Canottiera grigia, jeans scuro e chitarra elettrica: è già tutta lì la direzione della sua arte, in quella silhouette, in quella postura esistenziale che scinde quello che basta da quello che serve per poi riassemblare e creare il nuovo, in un’osmosi tra l’interno e l’intorno.
La scaletta comprende un avvio decisamente punk con il lamento cieco di Ti ammazzo, il soliloquio motivazionale di Stai andando bene Giovanni, il ritratto divertente e divertito de Il mondo è come te lo metti in testa seguito da altri brani più simili alle conversazioni tra amici (I miei primi sei mesi da rockstar, Nessuno, Superman, Conversazione con Marco sui destini dell’umanità, La domenica).
Le sue canzoni hanno la caratteristica di essere singolari e totali allo stesso tempo, in quanto anche un racconto, un siparietto, una fattispecie ben precisa riesce ad essere universale, come un’ombra che cade, si dilata man mano che ti avvicini e poi non ti molla più. Questione di sensibilità e di scrittura, certo, ma anche dell’ironia come chiave prudente per accedere alle porte e avvicinarsi così alle verità.
“Ed è finita così, hai messo incinta una scema […] /
Sì, è vero, è carina, non puzza, è educata, è brava in cucina […] /
È solo che la tua vita è per sempre /
E indissolubilmente legata a quella di una scema”
Ascoltando i suoi brani stasera, e dunque ripercorrendo a ritroso il suo percorso artistico, ci convinciamo sempre più che quell’ironia non sia mai stata davvero meccanismo di seduzione né carezza di compiacenza, bensì costruzione di una cifra stilistica coraggiosamente sincera. Libera, ostinata, indipendente. Ché in fondo si sorride per riprendere fiato e vivere meglio. Come una sorta di protezione, dopotutto.
“Lo sai, quando sei grande le cazzate che fai sono uguali /
Solo che la gente le prende più sul serio”
Si assiste ad un suo concerto per rivedere la propria grammatica sentimentale, conoscere altri punti di vista, accogliere la sospensione del giudizio.
Sul palco Truppi interpreta carne e ossa ogni sentimento, ogni battuta, con un coinvolgimento del corpo così totale, intrinseco, assoluto che ci si chiede se la scrittura nasca prima dalle sei corde oppure dai cinquanta muscoli contratti sul volto.
Si supera la soglia di ingresso della Casa delle Arti per assistere ad un concerto in solo, e dopo poco ci si ritrova a rimettere in discussione il proprio alfabeto emotivo, e a riscriverlo se necessario.
Quella ragazza stasera ha conosciuto la musica di Giovanni Truppi, e in fondo ha conosciuto anche sé stessa. Nel finale, sulla sua guancia, si sposano per un attimo lacrima e sorriso, e d’un tratto persino quel libro tra le mani prende vita coi due personaggi di Cortazar che bussano alla giacca: eccoli lì Cronopios e Famas, da una parte l’intuizione, la poesia, il capovolgimento delle norme, dall’altra l’ordine, la razionalità, l’efficienza. Stasera sul palco, nella musica di Giovanni Truppi, c’erano entrambi questi atteggiamenti: la libertà con l’efficacia, l’indipendenza con l’empatia. “Poesia e civiltà”, citando per l’appunto un suo album.
La ragazza si dirige verso l’uscita. Il tramonto ormai alle spalle, il vento ancora forte.
Il libro tra le braccia incrociate. Lo sguardo stavolta libero, non più rivolto su un solo punto.
E in tasca parole rubate al concerto.
“Guardavo la mia vita cercando di capire /
Se guardandola da fuori mi sarebbe sembrata bella /
E mi sembrava di sì, ma intanto cercavo sempre la felicità /
Ogni volta che mi mancava qualcosa /
Pensavo: “Sarà questa la felicità” /
Poi ce l’avevo e capivo che non era quella /
E giù ancora a cercare la felicità /
Ma come fai a trovare qualcosa che non sai che cos’è /
La forma, il colore, il verso, l’odore /
La lingua che parla o almeno una mappa /
Un orizzonte verso il quale puntare /
E un mezzo di locomozione per poterci arrivare […] /
Io la felicità me la immagino con le ali /
Leggera come la primavera e piena di misericordia /
Senza nessuno da abbattere e niente da dichiarare /
Chiara come l’arrivo dell’ora legale”

Giovanni Truppi
14/09/2024
