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Il cantautore si è spento il 31 dicembre
Una straordinaria carriera culminata con la Targa Tenco quale miglior album

Lunedì 30 dicembre, io e la mia compagna siamo sintonizzati su Rai 3, per vedere quel piccolo gioiello di resistenza “musicale” che è la trasmissione “Via dei matti n.0” della coppia Bollani-Cerri. La mia compagna sobbalza quando mi sente quasi gridare: “Paolo!”. Il fatto è che vedere Paolo Benvegnù in televisione – in pre-serata e su mamma Rai, oltretutto – è avvenimento raro quasi quanto quello di un politico che dica: “scusate”. Lui, al solito, è vestito impeccabilmente, la giacca d’ordinanza e a tracolla la sua chitarra acustica. “Tutto resta uguale ed è normale/ non c’è niente di speciale/ una carogna resta tale/ anche coi guanti bianchi”. Bollani lo accompagna per questa splendida versione acustica di È solo un sogno. Finita l’esibizione, con passo un poco dinoccolato, sorridente, si avvicina ai due: “Che onore, che piacere; da disadattato sono felice di essere in questa casa”. Poco dopo, interpreta un brano che in qualche modo sente di avergli aperto le porte alla bellezza della musica, My sweet lord. La grazia, la poetica, la gentilezza di un artista enorme. George Harrison certo, ma anche Paolo Benvegnù. Sarà, questa, la sua ultima immagine pubblica. Un malore improvviso ce lo porta via la mattina del 31 dicembre e quei versi di Harrison, “I really want to see you/ Really want to be with you/ Really want to see you lord” (Voglio davvero vederti, voglio davvero stare con te/ voglio davvero vederti Signore”), sembrano quasi un maledetto presagio. 

Paolo Benvegnù, Lo Splendore Di Un Artista
Paolo Benvegnù, Lo Splendore Di Un Artista

Paolo Benvegnù è stato (è!) un artista enorme, che ha saputo nel corso di un trentennio regalarci grandissima musica, accompagnata da versi altissimi. Qualcuno lo ha definito poeta, definizione sempre “pericolosa”, perché dare la patente di poeta a un cantautore – involontariamente – sembra quasi abbassare quest’ultima categoria. Ma non c’è dubbio, in ogni modo, che Benvegnù abbia saputo regalarci sprazzi di grande poeticità, dove per poeticità si intende la capacità di elevare la propria arte al di sopra delle prosaicità della vita quotidiana. Non c’è nota nelle sue composizioni, non c’è parola nelle sue liriche che non si innalzi (e spesso di molto) ben al di sopra della media discografica. E tutto questo senza mai cadere nella retorica o, peggio, nello snobismo. C’era (c’è!) nelle sue canzoni una grazia e una bellezza che sapevano emozionarci, farci sentire un poco meno soli di fronte a questo “atomo opaco del male” che è il nostro mondo. 

Benvegnù ha sempre evitato la canzone “politica” in senso stretto. Ma, paradossalmente, proprio evitandola e cantando del bene che si contrappone al male (una delle tematiche anche del suo ultimo lavoro in studio, È inutile parlare di amore, leggi qui la recensione) ha saputo creare una nuova canzone politica e di impegno sociale. Benvegnù pur appartenendo a questo  mondo e pur vivendo in questa epoca, sembrava quasi esserne estraneo. Cantava e irrideva la sfrenatezza dell’epoca neoliberista, la ricerca costante del (falso) utile; quello che per molti era nuovo Rinascimento, per lui era nuova inquisizione: “Che tra 50 anni non mi si venga a dire:/ “mio dio quanto erano mediocri/ ciechi vili trasformisti e corrotti/ gli uomini di quel tempo”/ abbiamo aperto una porta democraticamente/ la seduzione si compra e si vende come ogni cosa/ abbiamo aperto una porta per risarcimento/ come l’inquisizione nel 600 e voi siete caduti dentro”. Come i grandi poeti sapeva cogliere l’infinito (o almeno anelarvi), vedere l’invisibile (forse per sconfiggere la vacuità del visibile): “È un fuoco inestinguibile/ vedere l’invisibile/ nello spazio profondo”. Alla bruttezza dei centri commerciali, contrapponeva velieri che navigavano verso l’infinito: “Ho navigato senza trovare niente/ cercando sempre l’infinito/ e ho varcato orizzonti soltanto per perdermi sempre”. La capacità di vedere quello che pare invisibile agli altri, con gli occhi ingenui del bimbo (o del poeta veggente): “Tutto resta uguale e i nostri occhi annoiati e semispenti/ non si accorgono che il sole ci riscalda tutti/ diventiamo semi-artificiali”. Così come – diretta conseguenza di quanto scritto sopra – la constatazione che ciò che ci circonda e che abbiamo è profondamente nulla rispetto a ciò che è davvero reale: “Ma il mondo che vedete non esiste/ e tutto ciò che avete non esiste/ il mondo che vedete non esiste”.
E poi, naturalmente, c’è il grande tema dell’amore, che si contrappone – quale forza ontologica – alla morte (a-mors) intesa sia in senso fisico che spirituale. È l’amore, in ultima istanza, che dà un senso al nostro essere: “E se ancora vuoi chiamarmi amore/ e regalarmi un addio/ che ogni sogno sia il tuo/ che il tuo sogno sia il mio”.  Anche – se non soprattutto – quando si entra nell’irrazionalità della persona amata. Più in generale gran parte del suo corpus verteva sulla ricerca della vera essenza dell’essere (il suo e quello in generale dell’umanità). Essenza che percepiva nella natura (i fiori e il mare, su tutti), nell’universo (penso, in particolare, al disco H3+), nel silenzio, nell’interiorità, aspetto che me lo fa avvicinare a Battiato (si ascolti, per esempio, No drink no food, anche per gli inserti orchestrali: “Rinasceremo ancora come luce nel riflesso di un diamante/ non ci sarà più niente da inventare e nessun dolore”). Spesso tale ricerca passava attraverso la fuga da questo mondo avvertito come inautentico: “E in un sogno ti riporto al mare/ in un mare dove non ci sia l’estate/ e la luce ti confonde/ non si vede l’orizzonte/ prendimi per mano e andiamo via/ e poi non torniamo più/ non torniamo più”. Nell’ascoltare le sue canzoni si percepisce un senso di assoluto e anche per questo, credo, Benvegnù prediligeva le frasi apodittiche, con scelte lessicali lontane dalla tradizione cantautorale spesso antinomiche.
Paolo ci ha regalato bellezza. E la bellezza alla fine salverà il mondo, per dirla alla Dostoevskij. Laddove il grande romanziere russo intendeva bellezza anche la gentilezza. Perché Benvegnù era anche uomo gentile. Ne fanno fede le tante manifestazioni di affetto e i ricordi di chi ha avuto il privilegio di conoscerlo. 

Paolo Benvegnù, Lo Splendore Di Un Artista
Paolo Benvegnù, Lo Splendore Di Un Artista

Dopo l’esperienza importantissima degli Scisma nei primi anni Novanta, Benvegnù aveva intrapreso la carriera solista con l’album Piccoli fragilissimi film, da pochi mesi rieditato per il ventennale con moltissimi ospiti. Da subito la critica è tutta dalla sua parte. Seguiranno altri splendidi lavori (tra questi basti qui ricordare Hearth Hotel, H3+ e Dell’odio dell’innocenza), quasi tutti approdati nella cinquina delle Targhe Tenco quale miglior disco dell’anno. Ecco, la Targa Tenco. Nell’unica occasione in cui ebbi la fortuna di incontrarlo, mi aveva rivelato il suo rammarico per non essere mai riuscito ad aggiudicarsela. Paolo aveva ben presente il suo posto all’interno della canzone d’autore e vedeva nelle Targhe in qualche modo la consacrazione definitiva, il riconoscimento del suo lavoro.  Per una tragica ironia della sorte, la Targa è arrivata con il suo ultimo disco. Quasi intimidito, ritirò il premio con il sorriso gioioso del bambino che riceve in dono il regalo di Natale. Non si trattava, però, di dono, perché Benvegnù il riconoscimento se l’era guadagnato da solo, con la sua arte. Spesso si è domandato il senso di continuare a portare avanti la sua arte in un’epoca in cui domina la volontà di guadagno, in cui la musica è solo merce da scaricare. Lo ha fatto anche nel suo ultimo disco, in cui compare quella che forse è la sua unica canzone “didascalica”, Canzoni brutte: “Vorrei potere stabilire con certezza la domanda e l’offerta/ prendermi quello che resta/  tra bieca semplificazione e volontà di seduzione/ così mi sono procurato delle frasi che non c’entrano niente/ ma piaccion tanto alla gente/ che ci si può identificare, scaricare e poi comprare”. La risposta, Paolo, l’hai avuta dall’ondata di messaggi e di post che si sono riversati in questi giorni sui social. Della tua musica, Paolo, c’era (c’è!) bisogno eccome. Soprattutto in questi tempi maledetti.

Quando muore un artista, noi tutti ci sentiamo più poveri, più svuotati. Quasi ci fosse stata sottratta una “goccia di splendore”. Eppure, paradossalmente, ci sentiamo anche più ricchi, più pieni, perché capiamo in un colpo solo quanta bellezza ci è stata concessa di ascoltare da parte di chi se n’è andato. Sempre che se ne sia andato davvero, perché – come ricordava Foscolo – è proprio l’arte che rende eterno l’artista (e non il contrario). Per quanto dolore e rabbia possiamo provare per la sua morte, è inutile stare qui a disquisire su quanto Paolo ancora avrebbe potuto regalarci. Prendiamoci quello che ci ha regalato. Anche per questo non potremmo che continuare a ringraziarlo.

Artista:
Paolo Benvegnù