
Ce la immaginiamo così Agnese Valle, un giorno qualunque dell’anno scorso, fissa con lo sguardo verso il calendario e un pensiero che non esce dalla mente: “Dieci anni, sono passati ormai dieci anni dal mio disco d’esordio. Dieci anni di palchi, premi, riconoscimenti, ore di studio, insegnamenti e tre album di inediti, meritano qualcosa di importante”. E così è stato.

Sul finire del 2023 Agnese aveva messo in fila i suoi ricordi, i suoi amori musicali facendo uscire I miei uomini, un disco che raccoglie nove brani di altrettanti artisti, otto “cover” più un inedito, che vestono la pelle di Agnese e la fanno sentire a suo agio. Ai nove brani si aggiungono due tracce, un Intro strumentale, Chi è di scena, scritto da Fabrizio Fratepietro (batterista e polistrumentista che ha curato anche la direzione musicale) e un monologo finale, dal titolo Sipario, che mette in fila la squadra di lavoro che ha dato voce, suono, immagini, gambe e cuore al progetto. Una bella idea che la dice lunga sulla volontà dell’artista di riconoscere quanto il lavoro di squadra sia stato fondamentale.
Siamo certi che nel pensare al nuovo disco, Agnese avesse ipotizzato anche lo spettacolo live che doveva portare poi in scena queste canzoni; forse non sapeva esattamente “cosa voleva”, ma sapeva già bene cosa “non” voleva, tipo cantare una semplice sequela di brani, via uno l’altro. No, ci voleva un’idea forte. Quelli erano i “suoi” uomini e voleva trattarli bene così come loro, senza saperlo, avevano voluto bene a lei. Perchè negli anni quelle parole, quelle note, quelle voci, (non solo quelle dei nove in questione, ovvio, Agnese è onnivora e l’elenco sarebbe lunghissimo) l’avevano accarezzata, le avevano dato stimoli, forza, in altre parole forgiavano una determinazione – a iniziare prima e a continuare poi – verso quella meravigliosa arte che è lo scrivere canzoni. Il disco uscirà così a novembre 2023 (per Maremmano Records e distribuito da IRD), raccogliendo subito un buon riscontro di pubblico e stampa, ma soprattutto cementa in Agnese la certezza che queste canzoni dovranno avere uno sbocco live adeguato, speciale.

Le canzoni c’erano, qualche idea abbozzata anche, mancava però ancora un tassello, quel pezzo centrale che finché non lo metti il puzzle è incompleto. Mancava una figura che potesse tenere insieme le emozioni che ad Agnese esplodevano dentro, qualcuno capace di fare sintesi in un live ma che conoscesse anche l’anima di questa cantautrice sensibile che, oltre alla sua capacità di interprete, aveva voglia di mettere in scena anche le sue doti teatrali. E la risposta arrivò in maniera naturale, era “in casa” come si suol dire, si chiamava e si chiama Pino Marino.
Ora, si potrebbe parlare per pagine intere raccontando chi è Pino Marino, ma come è ovvio non è questa la “sede”. Lasciatemi però almeno dire che non è solo uno dei più talentuosi artisti degli ultimi vent’anni che si muovono nel sottobosco della musica italiana (anzi, diciamo pure nel “bosco”), ma è anche un vero artigiano che sa disegnare come pochi gli spettacoli dal vivo, giocando con gusto tra teatro e canzone, cura maniacale dei dettagli e una dose di improvvisazione che gestisce all’impronta con grande maestria. Il pezzo mancante allo spettacolo, il tassello che completava il puzzle, adesso c’era.

E così Pino Marino prende in mano la regia, si confronta con Agnese e assembla, cuce, riduce, allarga, completa una narrazione così da far diventare lo spettacolo un live di cover, è vero, ma fortissimamente vestito su misura per Agnese. Ecco allora uno schermo a lato dei musicisti a dare il “la”, con un proiettore d’antan, al racconto della protagonista, che in un misto di ricordi veri e immaginari presenta le canzoni facendole diventare davvero sue. Si tratta di racconti brevi, due, tre minuti al massimo, che partendo appunto da una foto e da un titolo, portano lo spettatore a cogliere quel sottile filo che lega quel determinato brano con la protagonista.
Nella scaletta, oltre agli undici brani del disco, se ne sono aggiunti altri due: Ventilazione di Fossati (inserito nel terzo disco “Ristrutturazioni”, del 2020) e Maledette malelingue di Ivan Graziani (uscito su “Allenamento al buonumore” del 2016), peccato non aver inserito anche Io e te, brano di Enzo Jannacci incluso nell’album d’esordio del 2014. Due piccole perle dicevamo, che Agnese aveva fatto già sue e che qui hanno trovato una casa ancor più comoda. E se vogliamo continuare con la metafora dello spettacolo inteso come casa e le canzoni come quadri che arredano le pareti facciamolo pure, anche se diventa difficile capire quale sia quello da mettere nel salotto, in bella vista. Tutti, ma lo dico davvero, tutti i brani proposti hanno nel racconto iniziale, nello sviluppo armonico e melodico, nella raffinatezza degli arrangiamenti, nella voce, una resa emotiva fortissima.

Qualcuno però vogliamo citarlo, perché Maledette malelingue, ad esempio (tra l’altro eseguito solo con Annalisa Baldi alla chitarra elettrica, bravissima) smuove pregiudizi ancestrali che non possono lasciare indifferenti e ancora oggi sono duri a morire, oppure l’intensa La fioraia, unico pezzo inedito, scritto da Pino Marino e dedicato proprio ad Agnese, per non parlare della potentissima Il Testamento, parole e riflessioni che sono un pugno nello stomaco che ti arriva e fa male, un male che commuove, un brano interpretato e scritto da Andrea Appino dei The Zen Circus (cofirmato insieme a Giulio Ragno Favero) dedicato a Mario Monicelli e alla sua scelta di porre fine volontariamente a questo passaggio terreno. Ma in realtà potremmo raccontarvi di come ogni singolo brano scelto per questo spettacolo ha una sua forza intrinseca che cattura. Molto del merito va suddiviso anche con i musicisti che accompagnano Agnese. Partiamo da Annalisa Baldi, di cui abbiamo già detto per il toccante brano Maledette malelingue. Chitarrista elettrica in questo frangente (ma l’abbiamo conosciuta anche con la sei corde acustica e con la classica) che in alcuni brani porta il suo contributo anche al synth, ai cori, alla ritmica, un’artista che da anni è braccio destro di Agnese, specie nei live.

A completare il trio che accompagna Agnese (che in questo spettacolo si concentra solo (!?!) sull’interpretazione, vocale e gestuale, tranne in un passaggio in cui sfodera il suo clarinetto tanto amato e un altro in cui suona la tastiera) ci sono Simone Ndiaye – basso synth e tastiere – e Luca Libonati – batteria, elettronica e tastiere. Due formidabili compagni di viaggio che insieme ad Annalisa Baldi avvolgono la voce di Agnese, regalando arrangiamenti che lasciano intatta la melodia dei brani ma che riescono a trasportarli su un terreno musicale decisamente contemporaneo.

Come dicevamo all’inizio, lo spettacolo si chiude quando sullo schermo compare la scritta Sipario e Agnese inizia i vari ringraziamenti, che vanno ovviamente ai fonici, ai tecnici luci, a Cesare Grassi, uno dei fautori di questo incontro tra Agnese e il Teatro degli Angeli, a Giovanni Canitano per le foto utilizzate sullo schermo, a Daniela Esposito per la comunicazione, all’Istituto Italiano di Fotografia per aver messo a disposizione due fotografi live (Agostina Becerra e Matteo Sansalone, bravissimi), insomma, la solita carrellata di nomi senza i quali, lo sappiamo, non si può mettere in piedi un progetto come questo. Certo, non tutti dedicano così tanta attenzione alla fine dei concerti a questo aspetto, e quindi un motivo in più per sottolinearlo visto che qui è successo.
Ma prima di chiudere, un pensiero in più vogliamo dedicarlo alla location che ha ospitato la data milanese de ‘I miei uomini’. Il Teatro degli Angeli (150 posti, in Via Colletta, 21, zona Porta Romana) è una boccata d’aria fresca sotto le guglie della Madonnina, una città che se la giudichiamo dall’offerta di spazi culturali disponibili, per dirla alla “Dalla”, sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio. Non è una situazione che vale solo per Milano, sia chiaro, vale per tutta Italia, ma quel famoso adagio in cui il mal comune fa mezzo gaudio, in questo caso non fa gaudio per niente. Ci fa solo incazzare.

Ma ogni tanto succede che qualcosa, o più facilmente qualcuno, inverta la rotta. È il caso appunto del Teatro degli Angeli che ha trovato in Giacomo Poretti – attore conosciuto soprattutto per l’esperienza con il trio Aldo, Giovanni e Giacomo – Gabriele Allevi e Luca Doninelli, tre amici che da qualche anno hanno preso in mano la gestione del Teatro Oscar, una bella sala da circa 340 posti sempre in Porta Romana (Via Lattanzio 58) e da qualche mese anche il Teatro degli Angeli, per provare a vedere se a quella Madonnina si riesce a farla tornare a respirare un’aria meno grigia, perché Milano non può essere solo Movida oppure stare in casa a vedere qualche serie su Netflix, andare fuori a cena o al massimo andare a teatro per vedere le grandi produzioni, i ‘grandi nomi’ a 70–80 euro a biglietto (non volevamo fare i ‘baüscia’ dicendo cifre più alte e siamo stati ‘schisci’…). C’è bisogno di riattivare il circuito dei locali, dei piccoli teatri, degli auditorium, insomma c’è bisogno anche di spettacoli come questo per riportare in bolla il nostro modo di vivere, per ridarci quel desiderio di stare insieme, di ridere insieme, di commuoverci, di pensare. L’apertura del Teatro degli Angeli a Milano va in questa direzione.

E allora la chiusa migliore per questa bella serata è riportare la frase che proprio Giacomo Poretti e i suoi amici hanno scelto per presentare i due teatri a cui stanno ridando vita:
“Il desiderio è la cosa più importante che ci sia.
È il motore della nostra vita, senza il quale non esisteremmo nemmeno. Gli uomini e le donne non smettono mai di desiderare, perché in tutti noi c’è la nostalgia di qualcosa che ci supera infinitamente, una sete che nulla può saziare: per questo il nostro desiderio alza lo sguardo verso le stelle. Non con occhi trasognati, ma con lucida attenzione”.
Agnese Valle
Teatro degli Angeli - Milano
14/03/2025
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