Cinque secondi scarsi è quanto ci metti con l’ascensore a passare dal piano terra della reception all’ottavo piano. Zero secondi quelli che servono per renderti conto che sei negli uffici di una major e stai vedendo lo skyline di Milano da un’angolazione davvero suggestiva. Siamo nella sede italiana di Universal Music, in Via Nervesa 21, zona sud-ovest della città, e ad accoglierci arriva Davide Benetti, responsabile comunicazione dei nuovissimi Recording Studios.
Per telefono ci ha anticipato di una bella novità in casa Universal e che però un comunicato stampa non bastava, quello magari dopo, prima ci voleva una visita. E aveva ragione, perché più che leggerla, questa novità devi vederla. Per la prima volta una Major decide di aprire uno studio di registrazione in sede, decidendo di fornire un supporto non solo ai propri artisti, come già succede normalmente con studi esterni, diretti o in convenzione, ma lo fa negli spazi della propria sede ammiraglia e soprattutto, qui la novità, aprendo anche agli “esterni”.

Quando pensi ad uno studio di registrazione, viene in mente un luogo ovattato, circoscritto, quasi cupo o comunque spesso ricavato in un piano seminterrato, illuminato solo da luce artificiale, quasi un bunker insomma. Qui invece l’effetto è completamente diverso. Quello che ti colpisce immediatamente è l’energia che arriva dalla luce solare, sei circondato da una vista mozzafiato che a tutto riporta tranne che ad un luogo cupo. Una sensazione voluta e per questo inevitabile, visto che le pareti esterne sono tutte in vetro-cemento e man mano che percorri i corridoi che si snodano lungo il perimetro del palazzo la vista di Milano dall’alto ti segue per 360 gradi. Ma quando entri nei vari studi (due i principali, più tre o quattro stanze dedicate a situazioni più “intime”, magari per producer che hanno bisogno solo di utilizzare computer e poco altro – inteso come spazio fisico – e che in un ambiente più raccolto si sentono più a loro agio rispetto a metrature dispersive) allora tutto cambia e si rientra nella “norma”. Si respira l’anima classica di uno studio di registrazione, dove macchinari, aste, microfoni, computer, banchi ipertecnologici ti avvolgono. E ti accolgono.
Questo è il momento più eccitante della creazione
I musicisti sono pronti, i microfoni in posizione
Una voce, il nastro gira, una luce: registrazione

Stai per entrare in un altro mondo
Presa diretta con quello che hai dentro
Fra poco si vedrà che cosa sai fare
Il tuo talento e le tue qualità
La musica, come l’amore, è un divertimento
Quando si complica invece diventa un tormento
(Registrazione – Lucio Battisti)
E a proposito di accoglienza, Davide Benetti ci presenta i due personaggi chiave di questa nuova avventura: Giuseppe Salvadori, resident sound engineer con una grande esperienza alle spalle e Luca Mattioni, noto produttore, musicista, arrangiatore per molti artisti, del mainstream e dell’underground non solo italiani, oltre che responsabile dei Recording Studios Universal Music. Nasce così una lunga chiacchierata con Luca sulle potenzialità di questi nuovi studi, ma più in generale sulla situazione della discografia attuale, con particolare riferimento al “come” si arriva a produrre un brano, un album, quali le differenze tra chi muove le leve e chi ci mette la creatività. Già, appunto, cosa significa oggi essere creativi in musica? Basta essere un buon musicista e lasciare che l’ispirazione s’impossessi di te, o l’evoluzione della tecnologia ha dato sempre più importanza a chi quelle intuizioni armoniche e melodiche ha il compito di rivestirle?

Cambia il tempo attorno a te
E la musica vecchia dov’è?
Strumentisti, session men
Hanno già sviluppato il refrain
La canzone che vuoi tu
Poco dopo non la riconosci più
(Nuovo swing – Enrico Ruggeri)

Iniziamo allora a farci raccontare da Luca Mattioni della decisione di Universal di aprire le porte dei propri studi, non in senso metaforico ma reale, anche a musicisti e produttori che non incidono per loro.
Diciamo che nonostante l’environnement futuristico in cui ci troviamo, di fatto è un ritorno al passato perché le etichette spesso hanno avuto studi di registrazione interni, così come ci sono illustri esempi di come alcune realtà aprirono anche agli “esterni”. Pensa che l’Island Records, fondata nel 1959 a Kingston, in Giamaica, si trasferì a Londra tre anni dopo in Basing Street e in quegli studi, oltre ad aver prodotto album storici per chi incideva con Island (ricordiamo almeno il lancio internazionale di Bob Marley a metà anni ‘70, gli Iron Maiden, Nick Drake, Brian Eno, Roxy Music, Traffic, Jetro Tull…), aprirono anche agli “esterni” e lì registrarono i Genesis, Emerson Lake & Palmer, Stephen Stills, Rolling Stones, Led Zeppelin…
Aiuto! Mi viene la pelle d’oca ripensando a cosa è uscito nel giro di un decennio, massimo due… Va beh, torniamo a noi. Il fatto che un artista, un gruppo, possa incidere negli studi interni ad Universal di per sé non dà un valore aggiunto al prodotto finale, è chiaro, ma può farti vivere un’esperienza diversa perché respiri la realtà di una major.
Indubbiamente, aggiungiamoci anche che oltre “all’atmosfera”, come dici tu, Universal mette a disposizione la figura del produttore, musicista, arrangiatore e quella del fonico, due persone che permettono di internalizzare alcuni processi produttivi ma anche di offrire all’esterno la professionalità di due persone che da vent’anni fanno questo lavoro con decine e decine di album prodotti, mixati, arrangiati, di cui molti di grande successo anche commerciale. Riassumendo, il concetto di fondo che ha guidato i nostri responsabili è stato quello ok di aprire degli studi di nuova generazione internamente alla sede, di aprirli anche a realtà esterne, ma nello stesso tempo di offrire dei professionisti che possono seguire le produzioni da qualsiasi punto di vista con strumentazione all’avanguardia, fino alle produzioni in Atmos.

Lasciami fare una domanda volutamente provocatoria. Pensando alla musica che ‘funziona’ oggi (o che ci vogliono far credere che funzioni), fatta e concepita molto velocemente, con dinamiche e logiche artistiche che nascono prevalentemente attingendo da plug-in e/o programmi scaricati da Internet specie per quanto riguarda gli arrangiamenti, come si pone una figura come la tua che invece ha una matrice, un approccio alla parte creativa decisamente più elaborata e strutturata? Cioè tutta questa professionalità serve ancora in un mondo che sta lanciando messaggi tipo “non serve saper suonare uno strumento, basta essere nella tua stanzetta, indovinare un riff, a volte anche mezzo, tanto poi arriva il producer a sistemare il tutto”?
No, no, attenzione, non è proprio così. Il discorso si fa complesso e merita un approfondimento. Lasciami però prima dire una cosa. È pur vero che qui siamo in una major e la major non è una Onlus, quindi ha delle logiche di fatturato da inseguire, e per farlo cerca di intercettare i gusti del mercato che oggi sono quello che sappiamo, ma devo dirti che una delle cose che più apprezzato quando a metà dell’anno scorso mi hanno chiamato è stata proprio l’idea di diversificare la proposta musicale. Sto parlando quindi del lavoro su artisti/gruppi “interni”, di produzione Universal. Ho visto nei “piani alti” della dirigenza una voglia e una consapevolezza precisa, la convinzione che ci sono spazi nuovi per produrre “cose” diverse; forse è arrivato davvero il momento di tornare ad aiutare artisti e gruppi che vogliono esprimersi in maniera più compiuta. Incentivarli cioè a cercare una propria strada piuttosto che inseguirne una già tracciata e per giunta zeppa di cloni. Ecco, la nascita di questi studi e la scelta di prendere due figure come quella mia e di Giuseppe Salvadori va in questa direzione. Sia appunto per le produzioni “interne” che per chi vorrà utilizzare queste risorse da esterno.
Quando dici “incentivare a cercare una propria strada e non inseguirne una già battuta” sembra un’ovvietà ma invece, detta oggi, può diventare eversiva, scardina la logica con cui stanno nascendo i giovani rapper, trapper, che tutto stanno facendo tranne che differenziarsi, inseguendo suoni e strategie di marketing tutte uguali. Prendere i primi 5 della classifica Spotify e cercare di riproporre qualcosa di analogo sembra un must. Il discorso si allarga poi alla musica live, dove fino agli inizi degli anni’80 se ti proponevi con delle cover ti ridevano in faccia, ti chiedevano di portare cose nuove, mentre oggi… più proponi repertori vintage straconosciuti (belli, per carità, ma anche basta…) meglio è, oppure devi assomigliare a qualche nome contemporaneo che funzioni commercialmente, a quel punto sì che sei sul pezzo. E per chi prova a non essere d’accordo ecco che puntualmente si ricade nella solita frase: “la gente vuole quello”.
Ti racconto un aneddoto velocissimo. Parlando con un mio amico di Stoccolma che fa l’analyst per Spotify, mi diceva che noi in Italia è come se fossimo l’agenzia di viaggi Booking.com ma che vendiamo solo proposte a tre stelle, mentre sappiamo tutti che ci sono soluzioni anche per una, due, quattro, cinque stelle, ci sono letti condivisi negli ostelli e le suite da 100mq., questo perché ci sono pubblici diversi. Chiara la metafora, no?

Ora, è vero che il mercato lo hanno fatto sempre i giovani, anche negli anni ’60, ‘70 (anzi, soprattutto in questi due decenni) e ‘80, ma progressivamente negli anni qualcosa di importante è cambiato. La musica è diventata sempre più fruibile e se una volta io mettevo via i soldini un po’ alla volta per comprarmi il nuovo album di Peter Gabriel, adesso scrolli e ascolti quello che vuoi. Questa fruibilità ha portato a velocità d’ascolto e velocità di produzione. Ogni settimana, anzi ogni due giorni, devi avere un pezzo (parlo delle etichette di una certa dimensione ovviamente, non dei singoli artisti) e va da sé che la qualità scende e se la qualità scende non c’è poi tanto bisogno di avere professionisti al tuo servizio, bastano dei giovani capaci di usare bene le nuove tecnologie che ti costano tre volte meno di un fonico o di un produttore esperto e il gioco è fatto.
Sì, peccato però che molti di questi non sono neanche musicisti (non tanto e non solo perchè non sanno leggere la musica, quello ci può stare, no, mi riferisco al fatto che spesso non sanno suonare degnamente almeno uno strumento), non hanno proprio le basi su come si arrangia un pezzo. Saranno pure bravissimi a trovare su Internet il suono perfetto che hanno sentito nel disco dell’americano di turno, ma se li metti in uno studio a suonare, a fargli provare a ricreare quel suono per rifarlo cambiando qualcosa, magari qualche accordo, qualche straccio di melodia, una tonalità, non sanno da che parte iniziare. Per non parlare poi del fatto che in studio ci vanno solo con il “cantante”, senza i musicisti. In studio, non è un caso, ci sono sempre meno musicisti. Tenteranno di farlo da soli con la tastiera e una buona connessione per uploadare velocemente. E se non ci riescono… ci sono sempre i tutorial su YouTube a disposizione. Non mi sembra che si prospetti un bel futuro se alle fondamenta della nuova musica abbiamo un esercito di nerd e non di musicisti…
Sei stato un po’ troppo crudo ma ti capisco. Per fortuna non tutta la “nuova” musica nasce così, ci sono anche dei giovanissimi creativi che hanno buone basi di partenza, ma in generale è vero che i nuovi ‘producer’ spesso non hanno avuto la possibilità di crescere sul campo, non hanno lavorato fianco a fianco con chi ha più esperienza. Si sono trovati tra le mani un pezzo, due pezzi che hanno funzionato e boom, hanno continuato a cavalcare quel mood, quel modo di lavorare.

Poi quando qualcuno di loro o qualche artista viene in studio, vede e sente due cose fatte live, rimane stupito. Quindi credo che se riuscissimo a far passare il concetto che non c’è solo un modo per scrivere e produrre musica faremmo già un gran passo in avanti. Usare solo il computer, lavorare solo con Splice Sounds per avere una ‘libreria’ con milioni di campioni può andar bene per un anno, due, ma poi? Davvero il tuo futuro di musicista è quello di diventare un bravo assemblatore o di cantare su delle basi?
Concetto chiarissimo Luca. Aggiungiamoci anche che questa cosa ha ridotto all’osso la filiera che si muove tra l’idea iniziale e il progetto finito…
Vero. Fino a poco tempo fa intorno ad un disco, a parte i musicisti, si operava almeno con altre quattro o cinque figure professionali (fonico, arrangiatore, produttore, tecnico del mixaggio, del master, ecc.) e questo non perché uno non sapesse registrare o mixare, ma perché c’era la consapevolezza che quel determinato lavoro c’era chi lo sapeva fare meglio di altri. Adesso in studio vanno in due, perché come dicevamo prima c’è la necessità di essere veloci, devi uscire con materiale nuovo a ritmi esagerati, sono le piattaforme stesse che ti “consigliano” di uscire una volta alla settimana con un brano nuovo. Forse questa cosa potrebbe cambiare solo se ripartiamo dal basso, cioè da chi “crea” davvero testo e melodia, se ritorna la voglia di creare insieme, di suonare insieme uno strumento vero, di sbagliare e riprovare a cucire e ricucire una strofa, uno special. Poi quando devi registrare davvero, ecco che magari ti passa la voglia di inserire nel “tuo” disco suoni ricreati e non suoni veri, tornerebbe l’esigenza di registrare con fonici veri, di farsi aiutare da un produttore a trovare una strada personale e non a cercarla nei suoni campionati di altri.
Certo, bisognerebbe ri-partire da quello, dico proprio dagli adolescenti, fargli riassaporare il gusto di suonare in una sala prove, di suonare insieme anche solo per far casino, per far nascere qualcosa che sia davvero loro. Non è la soluzione di tutti i problemi, è chiaro, ma condividere le emozioni che trasudano dai pori mentre suoni live insieme a quattro amici ha un gusto che puoi provare solo in questo modo. Ora diventa difficile capire cosa emoziona un giovane che si approccia alla musica…

Siamo immersi nell’epoca delle Software House e i giovani, gli adolescenti che si avvicinano alla musica, respirano e vivono questa cultura. La narrazione che passa tra di loro, ma anche quella che esce dai media, è che fare musica è molto semplice. Mi ricordo quando Rolling Stones USA, uno dei giornali che “funziona”, nel senso che è ancora influente nell’indirizzare gusti e scene musicali, ha osannato nel modo sbagliato il primo album di Billie Eilish. Non sto parlando della qualità intrinseca delle canzoni, nulla da dire, ma parlo dell’articolo in cui si diceva “come vincere un Grammy con 2.500 $”, ripreso subito dall’edizione italiana. Poi sono andato a leggermi l’articolo e giù una serie di luoghi comuni tipo “non c’è bisogno di tanti soldi per diventare famosi” e via dicendo. Forse è vero, ma Morandi docet e solo uno su mille ce la fa (anzi, aggiungiamoci almeno uno zero…). Dicono “ha fatto il suo disco in cameretta”, citando il nome della scheda audio e il prezzo a fianco, il software che ha usato col prezzo a fianco…
Quindi che messaggio volevano far passare? Quello del “fate tutto da soli”, la filiera non esiste più, diventate voi stessi artisti, produttori, fonici, eccetera?
Beh, sì, credo che volontariamente o involontariamente quel che è passato è questo. Peccato che io so per certo che quel disco è costato qualche centinaio di migliaia di dollari, capisci? Al netto della bravura di Billie Eilish e del fratello che è ancora più bravo, avranno sì scritto i pezzi, avranno fatto sì delle pre-produzioni, ma il fonico che ha mixato quel disco lì prende almeno 10.000 $ a brano, perché io quando schiaccio “play” sento degli effetti che la cameretta… non riesce a fare. Hai bisogno di una strumentazione che costa e devi saperla usare. Se poi vogliamo aggiungerci un carico, diciamo anche che in quel primo disco di Billie ci trovi due/tre brani elettronici, tutto il resto è recording, è post produzione sperimentale. Detto questo, i brani sono belli e loro sono talmente bravi che se suoni quei pezzi pianoforte e voce reggono benissimo. Hanno un’anima. Anzi, aggiungo che quando un produttore ha per le mani dei pezzi acustici che funzionano deve stare attento, perché rovinarli è un attimo, quindi nulla da dire in questo senso. Quel che sottolineavo è che un conto è avere la capacità di scrittura e di interpretazione, altro discorso e farlo diventare un disco come quello.
Manca un altro tassello Luca, non secondario, nel paradigma di questa narrazione e cioè il pubblico. Se per gli artisti abbiamo detto, auspicando che nel momento della “creazione” tornino a privilegiare il suono caldo di uno strumento vero, come può tornare alla gente, giovani e non giovani, la voglia di ascoltare, di ricercare proposte non omologate, visto che quasi tutta la musica che assorbiamo inconsciamente ci viene imposta? Verrebbe da dire “siamo la musica che respiriamo” e alla lunga questo ci condiziona.

Qui stiamo entrando però in un tema che diventa di carattere “socio-culturale” e ci porterebbe lontano. Dico solo una cosa. Quando andavo al liceo io ascoltavo i Depeche Mode, c’era chi ascoltava gli Aerosmith, chi gli U2 e poi c’era un compagno che invece ascoltava i Devo. E molti di noi dicevano “e chi cacchio sono sti’ Devo”, però poi andavi a sentire e capivi che erano un gruppo alternativo e quel tuo compagno veniva visto quasi come il figo della classe, perché ascoltava qualcosa che usciva dagli schemi classici dell’epoca. Oggi se nella classe di un liceo, anzi di una scuola media, tutti ascoltano – dico un nome a caso – Sfera Ebbasta, e arriva uno che dice io ascolto i “Devo” della situazione, viene emarginato! Adesso c’è un’omologazione di gusti, di ascolti, che viene imposta dalle playlist, perché il 90% dei ragazzini-adolescenti ascoltano playlist. Non è colpa loro! Non facciamone una guerra generazionale.
Se rimaniamo nel mondo multimediale, quando uno prova ad uscire da determinati schemi…poco dopo ti ritrovi ancora là. C’è l’algoritmo delle Playlist che ti riporta dove vuole lui, c’è l’illusione di poter ascoltare cose diverse e scoprire cose diverse; in realtà dopo due o tre canzoni fuori dallo schema – che ti hanno o che ti sei cucito involontariamente addosso vivendo sui social – ti riporta lì da dove sei partito, in quel mondo. Perché lui, l’algoritmo, sa esattamente ciò che ti piace! (risata generale nello studio… per non piangere ovviamente, ndr).
Per fortuna qualcosa sta cambiando, lo dicevamo anche prima. E questa apertura di una major verso un mondo sonoro meno omologato (giusto per capirci, Universal ha parecchi artisti rap e trap da classifica, quindi è significativo questo passaggio… non rinuncia a soddisfare il mercato con produzioni ah hoc, ma ha deciso di guardare oltre) mi sembra vada in questa direzione.
È così. Negli anni ’80 i primi 10 della classifica mainstream mondiale rappresentavano almeno sette, otto generi diversi. C’erano i Duran Duran e i Cure, nasceva la World Music e impazzavano i Dire Straits, c’era Sting e Michael Jackson, Madonna, il Boss era davvero un boss, impazzava l’Hip Hop dei Beastie Boys e il Metal degli Iron Maiden (altri nomi aggiungeteli voi a piacere…). La musica può e deve portare gioia e appagamento a tipologie di pubblico diverso. Ecco perché credo che qualcosa debba cambiare. È sempre stato così e deve tornare ad essere così. E invece ci stiamo imbarbarendo e stiamo scivolando verso un’omologazione che non fa bene a nessuno. È arrivato il momento in cui tutti, ognuno per il ruolo che ricopre, deve fare uno sforzo per allargare la proposta musicale, altrimenti diventa un imbuto, la fruizione diventa un imbuto, dove passano solo certe cose fatte in un certo modo. E dal mio, nostro, punto di vista, ok avere un occhio al mercato che oggi richiede certe produzioni, ma con l’altro c’è voglia e responsabilità nel cercare di offrire qualcosa di meno omologato.

Quindi direi che possiamo lasciarci lanciando un pensiero positivo, giusto?
Sarà che sono un ottimista per natura e quindi la mia è anche una speranza, altrimenti l’anno scorso non avrei mai accettato questa nuova esperienza. Io arrivo da un percorso preciso, prima musicista, turnista per grandi live, poi arrangiatore, produttore in studio, insomma, voglio credere che si possa portare un valore aggiunto anche in una situazione così strutturata come di fatto è una major. C’è spazio per cose nuove, che magari a volte sapranno anche di “passato”, ma comunque sento che la gente ha voglia di diversificare i propri ascolti. E, aggiungo, ha voglia anche di ascoltare “meglio”, con più qualità. Ma qui dovremmo entrare nel discorso delle produzioni in Atmos, un sistema che permette una pulizia di suono incredibile. Anche in questo senso in questi studi siamo pronti. Io e Giuseppe Salvadori siamo consapevoli che sarà una strada lunga, ma quando la gente si abituerà ad ascoltare “bene” anche attraverso i telefonini, poi sarà dura farla tornare indietro… Certo, qui entrano in gioco le logiche legate alle piattaforme come Spotify, Apple Music e similari, così come la produzione a costi più contenuti di cuffie per l’ascolto, ma insomma crediamo che anche in questo ambito si possa andare a migliorare la proposta complessiva. Noi siamo pronti a fare la nostra parte.

Cinque secondi scarsi è quanto ci metti a passare dall’ottavo piano alla reception.
Zero secondi quelli che servono per renderti conto che aveva proprio ragione Pierangelo Bertoli, ci sono momenti in cui per capire qual è la strada giusta da seguire bisogna avere “un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.
Grazie Luca, Giuseppe e Davide per questo incontro.
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RECORDING STUDIOS – Dati tecnici (fonte Universal Music Italia).
I Recording Studios si estendono sull’intero ottavo piano dell’edificio di Via Nervesa 21, che guarda su Milano a 360 gradi e comprendono una writing room, una production room con vocal booth, una regia certificata Atmos di 37 mq e una live room di 75 mq interconnessa a tutte le control room e perfetta per registrazioni live, produzioni, ascolti e prove.

La Studio A di 37mq, ideale per produzioni, mix e recording, vanta una collezione di strumenti vintage e moderni ed è anche sala Dolby Atmos per la creazione dei nuovi master a suoni immersivi. Riguardo le caratteristiche tecniche, la regia A, Atmos, lavora sul sistema di monitor Amphion in 7.1.4 ed è dotata anche di un sistema audio Augspurger, con la possibilità di lavorare sia in ambiente ProTools che in ambiente Logic Audio, con schede audio Avid e Universal Audio. Sono presenti outboard Neve, SSL, Api, AeA, Chandler e tanti altri.

Lo Studio B è dotato di una confortevole regia e di una sala di ripresa ideale per voci, chitarre, bassi e anche batterie. È il perfetto spazio creativo per sessioni di produzione e registrazione, con la possibilità di utilizzare il nostro in house Mac Studio con i più popolari software e plug-in.
Creare beat, plasmare produzioni o rintanarsi per sessioni di scrittura intensiva, lo Studio C ti offre il comfort e l’ispirazione che cerchi.
Dotata di pareti riflettenti e assorbenti modulabili, la spettacolare Live Room di 75 mq è perfetta per ogni registrazione, dai singoli strumenti a ensemble fino a venti elementi. È connessa non solo alla regia principale ma a tutte le control room. La Live Room è adatta anche per sessioni di ascolto, live, conferenze stampa e allestimenti.

Davide Benetti
Recording Studios Marketing & Communication Manager
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I Recording Studios Universal Music Italy garantiscono un’alta qualità tecnica e si inseriscono nella nuova sede italiana della casa discografica, che è stata disegnata e certificata secondo gli attuali più elevati parametri di sostenibilità LEED. Una certificazione, questa, che parte da un approccio orientato alla sostenibilità, riconoscendo le prestazioni degli edifici in settori chiave, quali il risparmio energetico ed idrico, la riduzione delle emissioni di CO2, il miglioramento della qualità ecologica degli interni, i materiali e le risorse impiegati, il progetto e la scelta del sito.

Luca Mattioni
