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È un’opera davvero complessa e affascinante questo nuovo progetto di Marco Rovelli dal titolo l’attesa. Un disco che è anche un libro (e viceversa) in cui l’autore affronta vari concetti che danno (o dovrebbero) davvero un senso al nostro esistere, al nostro stare al mondo (da soli e con gli altri): l’amore, il divenir-altro, la metamorfosi, la meraviglia, la creazione, il corpo, l’empatia, la cura, l’utopia, la resistenza, la diserzione, la liberazione e l’attesa. Ad ognuno di questi nuclei tematici, Rovelli ha collegato una (alle volte due) canzoni e ha coinvolto (nel volume) diverse personalità del mondo filosofico, poetico e medico. “Questo non è un libro (e nemmeno un disco)” avverte nella prefazione, lo stesso Rovelli. Non lo è un disco e/o un libro, perché le due parti sono strettamente in relazione, ma al tempo stesso anche sganciate ed autonome, tanto che le parti del libro non seguono la scansione delle canzoni del CD.

Per questa che è comunque una recensione al disco, ho seguito quindi i diversi concetti, analizzando le singole canzoni.

 

 

L’AMORE (dialogo con la poetessa Maria Grazia Calandrone).

Gardenia presenta toni leggermente inquietanti al di là del tema trattato (o forse per questo?). L’amore è prendere ciò che l’altro darà. Un testo poetico che si muove tra parole ricercate, rime interne, anastrofi e sintassi nominale (“Cielo affilato, incubo, lupo,/ schianto di luce e albero irsuto”). Come spesso succede nel disco, il brano sfugge alla tradizionale forma canzone, tanto che si struttura come quattro lunghe strofe con melodie alternate, seguite da un finale più breve; il tutto sotto un potente tappeto di tastiera e chitarra elettrica.
Fino all’ultimo minuto è invece una splendida “rilettura” di un brano di Piero Ciampi, nume tutelare di Rovelli. Il tema dell’amore è qui trattato in qualche modo in controluce, dal momento che il grande cantautore livornese dava conto dell’abbandono della donna amata e quindi la fine di un amore. Canzone di struggente bellezza. Tale versione ha valso a Rovelli la targa quale miglior interprete di un brano di Ciampi.

 


DIVENIR-ALTRO (dialogo con il filosofo Felice Cimatti)

La finestra – che apre il disco – è una potente ballad rock scritta durante il periodo del primo lockdown. Da una parte la finestra rappresenta ciò che ci tiene lontano dal mondo, un campo visivo limitato, che ci fa vedere solamente una parte del reale; ma al tempo stesso diventa anche, come scrive Rovelli, “la possibilità per un volo, la possibilità di trasformare l’isolamento in opportunità”. La voce di Rovelli è intensa, il sound stratificato, sospeso tra isolamento e speranza.

 

– METAMORFOSI (dialogo con lo scrittore Antonio Moresco)

Ne Il canto degli alberi domina il pianoforte di Federico Gerini e il violoncello di Lara Vecoli. È uno dei pochi brani che presenta un ritornello forte e riconoscibile. Il testo, scritto con Antonio Moresco, vuole rovesciare la logica cartesiana della natura-oggetto contrapposta all’uomo-soggetto. Qui sono infatti gli alberi che vivono, muoiono, soffrono, ridono, piangono e persino sognano e cantano.

 

MERAVIGLIA (dialogo con il regista teatrale Armando Punzo)

All’inizio del mondo è uno dei brani più ariosi di tutto il disco, ma ancora una volta alla dolcezza della melodia fa da contraltare il potente sottofondo della chitarra elettrica e delle percussioni di Paolo Monti. Una carenza e al tempo stesso un pugno allo stomaco; un invito a tornare a meravigliarsi. La canzone trae origine da una poesia di Maria Grazia Calandrone.

 

CREAZIONE (dialogo con lo filosofo Ubaldo Fadini)

Il cantiere nasce da un testo inedito di Claudio Lolli recuperato da Rovelli durante la preparazione del suo libro ‘Siamo noi a far ricca la terra’, dedicato al grande cantautore bolognese. Si avverte un clima di attesa, come se la canzone potesse esplodere da un momento all’altro… e invece tutto resta sospeso (anche grazie al sax soprano di Nicola Alesini, musicista storico di Lolli). D’altronde se c’è ancora un cantiere – qui oltretutto allegoria della vita stessa – c’è ancora qualcosa in costruzione.

 

CORPO (dialogo con lo psicanalista Miguel Benasayag)

Con Ferita Rovelli si interroga (e ci interroga) ancora una volta sul tema del “sentire”. Meglio ferirsi che non sentire nulla: “ferirsi per vedere se sono vivo o no”. Arpeggio di chitarra, percussione e una voce leggermente distorta per una canzone dai tratti dolenti. Segue sempre sullo stesso tema Questo corpo. Ancora il violoncello la fa da padrone per una canzone che ha un’andatura a metà strada tra la romanza e il canto popolare; il testo si muove per forti metafore tramite aggettivi sostantivi giustapposti: “corpo del mondo carne abitato immaginata piacere ignoto tratto animale anima verticale”. 

 

foto di Francesco Luongo

 

EMPATIA (dialogo con il neuroscienziato Vittorio Gallese)

Lo specchio del mondo è una sorprendente traduzione di Sympathy for the devil dei Rolling Stones, brano da sempre amato da Rovelli. Una versione intensa che inizia con solo voce e chitarra, bellissima. Il brano si lega al tema – come detto – dell’empatia, che a sua volta trae ispirazione dalla famosa frase di Sartre “L’inferno sono io”. Il diavolo diviene quindi l’uomo stesso che cerca la “rappresentazione di sé nello sguardo dell’altro”.

 

CURA (dialogo con lo psichiatra Peppe Dell’Acqua)

Come se finisse il mondo trae origine, invece, dal libro eponimo dello psichiatra Eugenio Borgna, in cui egli raccontava la sua esperienza professionale ed umana con gli schizofrenici.  La schizofrenia, diceva, “è la dimensione autistica di perdita del senso della realtà, alterazione fondamentale del senso di sé che implica una sensazione di non-esistenza, di vivere senza esistere”. Ciò che però interessa a Rovelli (e a Borgna) è il rapporto con gli schizofrenici, il prendersi cura di loro. Quanto di più lontano – ahimè – oggi sembra fare troppe volte la medicina tradizionale. In qualche modo torna anche qui il tema della soggettività, perché appunto prendersi cura di qualcuno vuol dire in primo luogo riconoscere nell’altro un soggetto e non un oggetto da “curare”. Un pezzo dal forte incidere punk-rock in cui Rovelli riesce a dare conto di questa dissociazione: da una parte i suoni sono “ruvidi”, dall’altra la melodia (e anche il modo di cantare) si muove invece su toni decisamente opposti. Un canto, una canzone, che è anche un grido di aiuto.

 

UTOPIA (dialogo con Antonio Moresco)

Noi, Chisciotte è una potente ballad (già incisa da Rovelli nell’album “Tutto inizia sempre” del 2015 e qui riproposta in una nuova versione impreziosita dal contributo di Paolo Monti) sul tema della libertà. Rovelli parte da una definizione di Gustave Thibon per immaginarsi di essere un nuovo Don Chisciotte, un sognatore (forse), un illuso (magari), sicuramente un libertario che non è disposto a barattare la propria libertà in questo “tempo di astuti rapaci in cui dei son banchiere e mercante”. Un brano in cui, ancora una volta, primeggia il violoncello di Lara Vecoli, che sfugge all’abituale ordine “strofa-ritornello”, lasciando spazio a strofe ricchissime da un punto di vista verbale.

 

RESISTENZA (dialogo con lo storico Alessandro Portelli)

La scelta recupera, nella melodia, elementi della canzone popolare, qui però sorretta dalla potente presenza, ancora una volta, del violoncello. La canzone è stata scritta per il docu-film di Daniele Ceccarini, ‘Rino Della Negra calciatore partigiano’. Una storia, quella di Della Negra, che sembra davvero uscita dalla mente di qualche sceneggiatore. Figlio di un antifascista fuggito in Francia durante gli anni del Regime, Della Negra diventa un ottimo giocatore di calcio (nella squadra Red Star), aderisce alla Resistenza francese e viene fucilato dai nazisti il 21 febbraio 1944.

 

DISERZIONE (dialogo con il filosofo Franco Berardi Bifo)

Anche Sbandati è un brano già inciso qualche anno fa da Rovelli, quando musicò una sua poesia scritta in occasione del 25 aprile. Qui la scelta della libertà diventa prima di tutto scelta, appunto. Scegliere di disertare, di sottrarsi alla follia (ma da quanti seguita!) del Fascismo, alla sua violenza, alla sua stupidità. Una canzone ipnotica e rapsodica, in cui i suoni di chitarra elettrica sono “sporcati” dall’elettronica di Teho Teardo.

 

LIBERAZIONE (dialogo con la filosofa Silvia Federici)

Una chitarra elettrica distorta sorregge Angelica, pezzo decisamente rock e dal testo fortemente poetico. L’Angelica dell’Orlando furioso, una delle figure più affascinanti e per certi aspetti meno indagate della nostra letteratura, qui diventa l’emblema stesso della libertà, colei che abbandona il mondo della nobiltà guerriera, che si sottrae a chi la vuole in qualche modo oggettivare; Angelica si fa soggetto innamorandosi del giovane soldato saraceno Medoro.

 

foto di Giovanni Tagliavini

 

ATTESA

La title track è un altro brano rock di grande impatto e fascino. L’Io lirico guarda quasi da spettatore il mondo intorno a sé, in attesa di una possibile epifania, sapendo che “questo è il posto dove stare. 

Con l‘attesa, Claudio Rovelli firma un’opera stratificata e profondamente autoriale, che sfida le convenzioni della forma-canzone per esplorare territori ibridi tra musica, poesia e filosofia. Un’opera che non si consuma in un ascolto distratto: chiede tempo, attenzione e, soprattutto, disponibilità all’incontro. Perché in fondo, come sembra suggerire Rovelli, l’attesa non è mai passività, ma un atto radicale di apertura all’altro e al possibile.

Artista:
Marco Rovelli
Etichetta:
L'innominabile
Elenco Tracce:
01. La finestra
02. Gardenia
03. La scelta
04. L’attesa
05. Ferita
06. Questo corpo
07. Angelica
08. Il cantiere
09. Il canto degli alberi
10. Come se finisse il mondo
11. Lo specchio del diavolo
12. Noi, Chisciotte
13. All’inizio del mondo
14. Fino all’ultimo minuto
15. Sbandati
Produzione Artistica:
Paolo Monti e Marco Rovelli
Musicisti:
Marco Rovelli: Voce, chitarra - Paolo Monti: Chitarre, basso - Massimiliano Furia: batteria - Lara Vecoli: Violoncello - Federico Gerini: Tastiere - Daniele Onori: Basso - Nicola Alesini: Sax soprano - Teho Teardo: Piano Rhodes, electronics
Anno di Uscita:
2024