C’era una volta – e forse c’è ancora – la Pensione (poi Albergo) Heaven di Riccione. C’era di sicuro, e da tempo, nel 1970, quando Paolo Pasi, settenne, ci capitò la prima volta, anche un po’ per caso, per trascorrervi le fatidiche ferie estive con padre, madre e sorella. La sua epopea, come una sorta di caleidoscopio di un mondo in divenire i cui cambiamenti in fondo lì si avvertivano meno che altrove (non a caso il titolo parla di tempo sospeso), come una sorta di madeleine che si va ogni anno a cercare proprio per quanto di già vissuto (e appunto poco mutato) continua a celare e custodire, è narrata da Pasi, giornalista RAI e cantautore oltre che narratore e saggista, in questo delizioso romanzo totalmente, caparbiamente autobiografico (pur se con i nomi variati) che attraversa, prima più capillarmente, poi molto più a volo d’uccello, mezzo secolo abbondante di storia d’Italia (compresa la strage di Bologna, che per motivi anche geografici occupa un posto un po’ a sé), soprattutto di italiani, vecchi e nuovi, appunto col costume che si evolve (partiamo dal post-68, per cui capirete bene…) con le eccezioni del caso, di cui appunto l’Heaven è un po’ il paradigma.
Dall’infanzia alla maturità, l’autore ci mette dentro, ovviamente, anche la sua evoluzione in musica, con una serie di protagonisti concreti, da (fra gli altri) Bob Marley a Eugenio Finardi, Ivan Graziani e quel Rocky Roberts che rappresenta un altro paradigma, o forse più correttamente un fil rouge che ritorna ripetutamente da un certo punto in avanti, reale o trasfigurato. Quel Rocky Roberts che non a caso Paolo ci aveva dato un po’ l’idea, nelle chiacchierate attorno al libro avute prima che prendesse corpo (ma con un’anima, palpabilissima), che avrebbe giocato un ruolo ancor più centrale all’interno dello stesso (libro). E invece i principali protagonisti – se l’uomo di Stasera mi butto e Sono tremendo, che era in realtà in primis un ammalato di rhythm and blues, ne è in qualche modo l’epitome –

sono tutte quelle figure in carne e ossa che popolano la narrazione, personaggi che per decenni, anche oltre i loro novanta, hanno continuato a frequentare l’albergo ex-pensione, in fondo loro per primi espressione di quell’immutabilità nel (presunto ma reale) cambiamento in atto soprattutto fra anni Settanta e Ottanta.
Anche dalla loro evocazione passa la musica: i loro balli e i loro antichi eroi, Nilla Pizzi in testa (ma con una malcelata enfasi qualcuno vantava di aver ascoltato di persona perfino il grande Buscaglione, dipartito fin dal 1960), e poi la loro ritrosia ad accettare nuovi balli e nuovi costumi (in senso lato), l’escalation delle discoteche e i capelloni con le loro chitarre e i loro sacchi a pelo. E via discorrendo. Sì, perché quanto abbiamo elencato è solo una parte minima di quanto trovate in questo bellissimo libro, scritto magistralmente e creativamente. Un libro che allorché ve ne allontanerete già pregusterete (e aspetterete) il momento in cui lo riprenderete in mano, col risultato che lo divorerete in pochi giorni.
Ovviamente consigliatissimo. Per un sacco di ragioni che avrete senz’altro intuito.
Paolo Pasi
Bottega Errante
2025
238
17.00
