Nei concerti di Natale la neve è finta. Le emozioni sono vere. Nei vetri di bottiglia si specchia l’epica delle lucine colorate e dei cappelli addobbati. La festa, la festa! Nella landa guerreggiante del mondo fuori, bisogna difendere la festa. Per farlo, è necessario rifugiarsi in un luogo simbolo. Un riferimento spaziale ma anche spirituale, altrimenti il meccanismo si inceppa. Non è solo un concerto, è una questione sentimentale. Il solito trionfo: Vinicio Capossela, concerto per le feste al Fuori Orario, 26 dicembre 2025.

Taneto di Gattatico. Stazione sospesa di Fuori Orario, fra la via Emilia e la ferrovia. Ultima chiamata per i lunatici e per i malinconici. Tutti in carrozza per il gran baccano da veglione, per la pastosa digestione collettiva, per sgrassare i cenoni col pogo benedetto dai martiri del ricreo. Da fuori sembra un avamposto post-industriale, dentro la scenografia di un film di Méliès. Sullo sfondo il ferro del treno con i suoi scomparti, sul lato il lungo bancone a serpente. Vino fermo, lambrusco, birra, long drinks, pane e salame, da una certa ora in poi anche prosciutto e pop corn. Scale e scalette che si perdono nelle strettoie dei soppalchi. La cera rossa del pavimento che a fine serata sarà coperta di coriandoli, palloncini scoppiati, residui di mortaretti, frantumi di calici e bicchieri di plastica vuoti. Il palco protetto dalla vetrata che affaccia sui binari e che, piano piano, viene appannata dal respiro collettivo. Il teatro perfetto per la liturgia della festa.
Nella dittatura dell’utile e della iper produzione, concerti come il silver christmas difendono la pausa, l’eterno ritorno mosso dalle festività da calendario. Bisogna destinare il tempo a consumare le forze. Lo svolgersi della festa rovescia il quotidiano. Nel repertorio per le feste infatti trionfano i folli, i bambini, gli animali, i poveri, gli emarginati. La festa sospende il tempo storico. Allenta i freni inibitori – e a guardare il pubblico se ne ottiene ampia dimostrazione – costruisce il rito che ringiovanisce il tempo. Via gli orologi, dentro le campanelle. La festa è il tempo dell’uomo. Rivoluzione, rivelazione, insurrezione, resurrezione, rigenerazione. Nella ciclicità si fa fuori l’abitudine e si avvalora la tradizione. Ci si scrolla un po’ di dosso l’angoscia del tempo lineare, quello che passa e non torna, come i treni fuori dalla vetrata. Il rito ha un tempo più simile a quello del mito, verticale. Sulla bretella che lega il giorno dei morti all’Epifania passa la strettoia dell’inverno, un momento in cui il confine tra il mondo di là e il mondo di qua è più sottile. Ci si può ballare sopra – se volete, un mambo – e guardare in faccia i propri fantasmi.

Il catalogo delle feste raccoglie una geografia sonora non convenzionale, lontana dalla patina della pubblicità e delle canzoni da centro commerciale. Un immaginario da 42esima strada, acceso dal turbinio circense di Nadia Addis e pieno di canzoni «adatte al brindisi e al botto» mescolate al disastro emotivo, alla solitudine e alla malinconia della festa. Sciustenfeste n. 1965, l’incisione per le feste che Vinicio Capossela aveva sempre desiderato, «come i cantanti confidenziali del passato».
I Pogues di “Fairytail of New York”, cantata in un duetto d’eccezione dalla videomaker Emiliana Aligeri e dal Dylan del Veneto Pietro Brunello. Tom Waits, l’arrembaggio delle ‘italian songs’ di Louis Prima e Lou Monte. Natale tutt’ quant’! Nel mondo fuori lo spreco rientra nella dinamica di produzione, nella festa si procede alla consacrazione. All’abbuffata stagionale per benedire il nuovo. È il solito trionfo, senza andare ko. Al limite qualche postumo o qualche livido.

Anche se questa volta non c’è il mago Wonder, addomesticatore di galline, la festa è comunque illusione e sospensione della credulità ma è anche denunzia, ironia e preghiera. Nel repertorio musicale il profano si mescola al sacro nel modo più umano possibile, senza fideismo. Nella liturgia si invoca il divino per condividere e sopportare insieme la condizione terrena e la prossimità alla morte, per augurarsi di non soffrire più.
Poi, immancabile, c’è Santa Claus. Bisogna credere alla neve – anche se è finta – e a Babbo Natale, specie al suo suicidio. Pure lui si è arreso alla smania del desiderio compulsivo e senza di lui non rimane che sante Nicola dal meridione, accompagnato dal suo krampus lucano. Campione dei miracoli al contrario, gli unici che gli sono rimasti. Quelli che «stavi bene, non stai bene più: miracolo!». È il protettore delle vittime dei propri errori e porta il dono più prezioso, quello delle parole. I suoi cerini dell’eloquenza servono ad affrancarsi dalla mercanzia dei doni.
A questo papa dei folli è affidata l’orazione civile sul mondo fuori dalla vetrata. Talmente lucida e profetica da anticipare di due giorni persino l’Angelus del Papa, quello vero! Il presepe non deve dimenticare la presenza di Erode e la sua strage degli innocenti.

La festa non evade dalla realtà, è la consacrazione di tutto ciò che siamo. Nella ritualità lo sguardo si allarga alla biografia personale e collettiva. Il concerto commemora le assenze – come quelle di Pasquale Minieri e Teo Ciavarella – e indica le ferite della società. Anche per questo aspetto il Fuori Orario è il teatro perfetto, perché è stato fondato tenendo fede a certi ideali di gioventù di uno dei suoi fondatori, Franco Bassi. Nell’angolo in alto alla fine del lungo bancone sono poste 3 targhe che riportano una data e un orario e sono dedicate alla memoria di treni mai arrivati: l’Italicus, la strage di Bologna, il rapido 904.
Nell’eterno ritorno delle feste invernali, piene di questa ritualità e di reiterazione, si riannoda il legame con la propria casa. Si ripercorre sempre la propria strada al contrario. Si cede ai lampi del passato, si celebrano le amicizie. Nel repertorio natalizio rientrano i festeggiamenti per i 60 anni del Cantante e per i 25 anni di Canzoni a manovella, celebrati con due brani ad hoc e con la presenza di Mirco Mariani e Glauco Zuppiroli nella banda insieme a Michele Vignali, Achille Succi, Vincenzo Vasi, Asso Stefana e Irene Sciacovelli.

Suonano soprattutto le canzoni della ghenga, del Chiavicone. Si ricordano i luoghi in cui tutto questo immaginario ha iniziato a gonfiarsi. Locali epifanici come il Corallo, che verrà chiuso per fare spazio all’edilizia. Come l’Escandalo di Parma dove Franco Bassi, la Luce, sorta di deus ex machina di questa epopea, a un certo punto ha invitato a suonare «il cantante più triste della città». La strada, sempre l’adozione della strada nel ricordo degli amici. Come Kerouac fra la via Emilia e la ferrovia. Le stesse immortalate da Pier Vittorio Tondelli, di cui vengono omaggiati i 70 dalla nascita e i 45 anni dalla pubblicazione di Altri libertini, le stesse vissute per due anni da Pier Paolo Pasolini, di cui ricorrono i 50 anni dall’assassinio.
La ritualità vive delle sue ripetizioni. Come ogni anno, dopo aver versato vino a più non posso dietro al bancone, Franco Bassi sale sul palco per spannare la vetrata. Che sia ben pulita per ammirare il treno che passa – e passa per davvero, in quel momento! – come in un time-lapse. In quel vetro spannato il dentro e il fuori si ricongiungono come per magia, a tal punto che nemmeno ti accorgi che è arrivata la fine. Cosa resta di quell’intasamento di corpi, assiepati ai piedi del Wurlitzer e accostati al bancone del bar come tessere del domino. Coriandoli, bicchieri rotti, bottiglie sbeccate, alberi di Natale spogliati. Un piano-bar solo col suo peso, svuotato dei suoi alcolici. Roba da cantanti confidenziali, il piano-bar.

La festa si allunga per chi ha ancora birra in corpo, animata dalla fiammeggiante selezione di Marco Pipitone. Dopo l’ottundimento dei sensi c’è spazio per la dilatazione dei sentimenti, per l’abbraccio singolo, per ricordarsi l’un l’altro di esserci stati, per i lenti, per abbandonarsi al ricordo dell’ultimo amore. La malinconia, l’allegria, il delirio, la gratitudine. Emozioni che si fanno i gestacci e poi si abbracciano. La rivelazione della festa risiede in questo costante e, se si vuole, pericoloso smascheramento. Nel mondo della felicità istantanea, questo bollire nella festa ci rende tutti un po’ più alchimisti dei nostri sogni, degli istanti di felicità che riusciamo a regalarci. Basta farci caso.
Vinicio Capossela
Fuori Orario (Taneto, RE)
26/12/2025
