Completiamo l’excursus sulle uscite di fine anno iniziato nella scorsa puntata, concentrandoci sui piccoli gruppi. Con un’eccezione finale.

A completamento della puntata scorsa, in cui annunciavamo questo seguito, ci occupiamo oggi di tanti dischi quanti allora, tredici, con una postilla, doverosa, visto che il cd in oggetto ci è arrivato giusto l’ultimo giorno del 2025. Il focus di oggi, stante quell’eccezione, è sui piccoli organici, sempre molto cari a questa rubrica, dal solo al trio.
Il solo è… uno solo: The Lonesome Thing (Rosebud) del sopranista pavese Gianni Mimmo, una volta di più giocato nel segno del grande Steve Lacy, di cui il cd include tre composizioni, Esteem, Sideline e Utah, abbinate a quelle di Mimmo e ad A Flower Is a Lonesome Thing (come il titolo del cd, già) di Billy Strayhorn, che se non andiamo errati rientrava nel repertorio del duo di Lacy con Mal Waldron. Disco splendido, limpidissimo e di un’accoglienza intelligente e arguta.
Un sax soprano, suonato da Andrea Mancini, figura pure in Our Uncharted Microtones, uno dei due cd (entrambi su etichetta Mupe) ricevuti dal percussionista Filippo Abrate, dialogo a due non privo di asperità ma con un bell’aplomb di fondo (pur in senso abbastanza elastico), laddove nell’altro cd, Dalla terra al cielo, a duettare con Abrate è il tenore, per forza di cose (forse…) più scuro, elusivo, cogitabondo, di Francesco Salmaso. Due lavori di estrema concentrazione, che altrettanta ne richiedono a chi ascolta. Incisioni comprese fra le estati 2024 e 2025.
Un altro dittico di cd, in questo caso ricevuti dal flautista trentino Emilio Galante (foto in alto), già anima del gruppo Sonata Islands, di cui ci siamo occupati più volte, tutto sommato di tono analogo, comprende Totegami, in duo col pianista siciliano Tonino Miano (entrambi anche all’elettronica), e il di poco precedente Seit 3 (entrambi autoprodotti), in trio con un altro sopranista, lo svedese Mikail Godée (in realtà Mikael, ci risulta), e le tastiere di Piero Gaddi. Il cd in duo, come detto, si approssima non poco, per temperatura, a quelli di Abrate, assolutamente anticonsolatorio, rigorosissimo, molto concentrato (nonché totalmente improvvisato), con fasi di dialogo più fitto e altre (prevalenti) più rilasciate, pensose, quasi involute, laddove quello in trio offre momenti più comunicativi e leggibili (fin dall’iniziale We Fall), a tratti persino descrittivi. Composizioni (qui esplicite) più o meno equamente divise fra i tre performers.
Torniamo al duo, a sua volta ben poco “consolatorio” (ma perché mai, poi, la musica dovrebbe esserlo?), quello fra il cellista Francesco Guerri e il pianista Nicola Guzzaloca, protagonisti di Keep Your Hands Free (Aut), che già il titolo è una sorta di dichiarazione di intenti, prontamente confermati sul campo, con quattro episodi live in terra d’Emilia, si direbbe totalmente improvvisati (appunto), di sicuro interplay, pur con gli alti e bassi (prevalenti i primi) propri della situazione, in un clima ora più composto, ora più spettinato.
Sempre da casa Aut ci arriva Echoes of Remembered Things del trio Verso, singolare intrico (assai ordinato, invero) di voce (Marta Frigo), piano/synth (Diego Albini) e ance (Francesco Bigoni). Nove i brani, di estremo rigore e logica strutturale (ma anche ariosi) e tracciati piuttosto originali, mai supini, a firma della coppia Frigo/Albini, due giovani di gran belle speranze, e finale (Mode VI) nel nome di Paul Motian.
Ottimo lavoro, così come, sempre in trio, The Art of Leaving Blankness (nusica.org) del batterista modenese Giacomo Ganzerli (con Daniele Nasi, sax tenore, e Michele Bonifati, chitarra elettrica), bei tracciati con la giusta tensione ma mai enfatici o prolissi, e invece giocati nel segno di una bella personalità. Altri ragazzi da tener d’occhio.
Ancora tutti trii, d’ora in poi, prima dell’eccezione di cui sopra. Il primo, su un tracciato sempre attento a variazioni di organico e tono dell’opera, è quello che firma Toiy (Aut), che pensiamo sia anche il nome del gruppo, tedesco (e scusate lo scantonamento dalla retta via italica), esso pure con ance (Tobias Schirmer), chitarra (Daniel Meyer) e batteria (Finlay Panter, in realtà inglese di Liverpool), anche se non con la stessa “stoffa” dei due precedenti, più lineare e in fondo canonico (pur con un bel suono d’insieme), laddove in Segni semi (ancora Aut, come pure il prossimo), firmato Aniello Perduto, la chitarra cede il posto a un secondo sax (Roberto Di Blasio, soprano, Marco Porcelluzzi, tenore), sempre accanto a una batteria (Simone Vincenzini) e la musica che ne fuoriesce sposa un’estetica più ardita (ancorché ampiamente storicizzata), per quanto qua e là non del tutto esente da qualche calligrafismo.

Rimpiazza uno dei due sax con un trombone Chaosmose (Ivan Pilat, Tony Costantini e Riccardo Zorzi, che si dividono anche la paternità dei sette brani in scaletta) nell’ottimo Minima moralia, giocato nel segno di un lessico avanzato quanto architettonicamente puntuale, di tono per lo più scuro (trombone più sax baritono) e concentrato, non privo di periodiche impennate, laddove gli otto brani di Spin (Barly) del trio Music for Dance denotano una maggiore contingenza strutturale (la tripla firma – Tobia e Michele Bondesan, rispettivamente sassofoni e contrabbasso, e Giuseppe Sardina, percussioni, tutti anche all’elettronica – fa pensare a una seduta di libera improvvisazione), con bei momenti, sempre di linguaggio avanzato, ma pure qualche prolissità, ciò che non accade con l’ultimo trio di cui ci occupiamo, il più classico, col leader, Michele Francesconi, pianoforte, Giulio Corini, contrabbasso, e Luca Colussi, batteria. Il cd, Seasons (Caligola), include tre suites tutte di autori esterni al trio (particolarmente felici le ultime due), che le attraversa con un invidiabile senso della forma ma non per questo seguendo pedissequamente la pur ampia letteratura di settore. Anzi.
E chiudiamo con l’annunciata eccezione, con cui rientriamo nell’alveo della libera improvvisazione, nello specifico opera del settetto Pipeline (foto sopra), che Ahead of July (We Insist!) coglie dal vivo in due ampie sezioni che recano il nome stesso del cd (parti 1 e 2) e viaggiano attorno ai venti minuti ciascuna, entro cui s’intersecano con bel senso della forma tre fiati, due archi, piano e batteria. È l’aspetto timbrico a farsi particolarmente apprezzare, per l’intelligenza con cui ci si muove al suo interno (senza dimenticare le dinamiche, sempre felicemente mosse), alternando collettivi più larghi a momenti più raccolti in cui operano entità ridotte (solo compreso). Una bella lezione di interplay libero quanto felicemente pilotato.
Fonti fotografiche: jazzit.it (Galante) e Luciano Rossetti (Pipeline).
AA.VV.
http://www.rosebudrelevant.com
https://filippoabrate.bandcamp.com/
http://www.falautcampus.it/emilio-galante/
http://www.autrecords.com/
http://www.giacomoganzerli.it/trio/
https://barlyrecords.it/prodotto/spin/
http://www.caligola.it/shop/MICHELE-FRANCESCONI-Seasons-Three-Suites-for-Piano-Trio-p793727755
https://weinsist.bandcamp.com/album/ahead-of-july
