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Incontriamo Giangilberto Monti per questo suo nuovo spettacolo ‘Voci ribelli’ al Bonaventura Music Club, locale della prima cintura milanese che da tanti anni continua, caparbiamente, a proporre concerti di alta qualità malgrado tutte le difficoltà che affronta oggi un Live Club nel portare sul palco progetti originali.

 

Per accostare questa nuova produzione ed i quasi cinquant’anni di carriera del cantautore, teatrante, scrittore, conduttore radiofonico, ci è venuto in aiuto proprio il concerto di stasera, visto che è esattamente strutturato sul percorso artistico di Giangilberto, dove il cantautore milanese ripropone un sunto della sua lunghissima carriera.

 

 

Ne parliamo con lui al termine del concerto, dopo un live coinvolgente in cui era accompagnato da un trio di musicisti ben noti nell’area tra Jazz e Blues: Heggy Vezzano alla chitarra, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Alessio Pacifico alla batteria.

 

Giangilberto ci ha anticipato molte cose anche del nuovo disco che uscirà il 27 marzo e delle due date di presentazione che farà a Milano, il 26 marzo a Radio Popolare e il 30 marzo presso LaFeltrinelli di C.so Genova.

(in fondo all’intervista tutti i dettagli)

 

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Partiamo dall’inizio, dal tuo primo album “L’ordine è pubblico”. Come accade che un ingegnere laureato in chimica scrive Balthazar, per esempio, cito quella perché credo sia stata una delle canzoni che ha avuto più riscontro, perlomeno in quegli anni.

Perché in quel periodo io all’università seguivo gli studenti stranieri, nel senso che facevo politica, come tanti della mia generazione, e quindi mi occupavo di accogliere questi studenti che allora erano una sorta di terra di banda lasciata a sé stante, visto che non avevano grandi conoscenze del nostro mondo milanese e avevano bisogno di assistenza in tutti i modi, a parte la lingua, a parte gli studi. E quindi io diventano una sorta di ‘medico’ senza frontiere per questi personaggi che arrivavano a Milano.

 

Da che parte dell’Europa o del mondo arrivano?

Parliamo di algerini, libanesi, marocchini (che allora erano pochissimi, stiamo parlando della seconda metà degli anni ’70), ma anche greci, spagnoli, baschi soprattutto, e così mi hanno, come dire, instillato la voglia di fare dei viaggi, di conoscere altre culture. Cosa che poi ho fatto e non a caso le mie prime canzoni sono legate a questi mondi, a questi territori. Aggiungici che in quel periodo frequentavo forse il meglio della canzone d’autore che c’era in quegli anni, ma non ero cosciente di questo. La frequentavo come una sorta di spinta culturale, di curiosità, e tanti di questi personaggi che allora ho conosciuto prima di scrivere canzoni, prima di incidere i dischi, poi li ho incontrati nel corso della mia carriera. E quindi quando si arriva ad una certa età, fai un po’ il punto della situazione e ricordi tutte queste cose, e ne nascono di conseguenza spettacoli e dischi molto diversi, ma fondamentalmente ricordano un po’ le radici di questo mio percorso.

 

 

Sì, diciamo che i primi quattro album, da “L’Ordine è Pubblico” fino a “Guardie e Ladri” (che è una sorta di opera rock), sei ancora nel solco della canzone d’autore e anche dell’impegno politico e sociale. Poi cosa succede nella tua vita, nella tua carriera, visto che ti sposti invece più sugli chansonnier francesi, sul cabaret, su generi musicali che toccano mondi anche intellettuali e letterari?

Perché quando ho terminato il mio contratto discografico con la CBS, che oggi è la Sony, avevo desiderio di fare altro. Ho studiato teatro, ho lavorato con Dario Fo, avevo imparato molto di tutto ciò che è il linguaggio scenico. Quindi la canzone in quanto rappresentazione di pochi minuti, in qualche modo mi stava stretta. Ricordo la sensazione di aver dato tutto il possibile alla musica attraverso le canzoni, mi sembrava di aver fatto quello che potevo fare. Ripensandoci ho una carriera abbastanza anomala e non ho mai rincorso, se vogliamo, il mondo del business a tutti i costi. Ho cercato di diversificare la mia innata curiosità e mi sono occupato di altri sogni che ho trovato nel teatro, nel cabaret, nella comicità, nell’incontro con altri artisti.

 

Una pausa, diciamo così, dalla musica in senso stretto…

Esatto. Diciamo una decina d’anni, perché dal 1986 al 1995 mi sono dedicato a conoscere “il palco”, la scena, i tempi degli artisti-attori, le scenografie, il backstage, sono stati anni in cui ho imparato tantissimo. Poi, quando ho deciso di tornare a fare musica nel senso classico del termine, il mondo della musica… era molto cambiato.

 

 

Mi sembra di poter dire che sei passato da una prima fase di ‘cantautore’, ad una fase in cui hai lavorato più come interprete, anche da un punto di vista attoriale, una predisposizione alla performance che ti ha segnato positivamente e che si vede molto bene quando sei sul palco, indipendentemente dal fatto che canti o reciti.

Sì, perché è cambiato un po’ lo stile scenico e quindi dal cantautore puro sono passato a chi interpretava queste canzoni usando meglio il corpo, la voce, il viso, le mani. Naturalmente ci ho lavorato molto e in questo mi ha aiutato molto il fatto di essermi invaghito della canzone francese, perché secondo me, e non lo dico solo io, è lì che si trovano le radici della canzone autore, non solamente italiana ma europea. A quel punto, come dico anche nello spettacolo, sono partito da un autore che tutto sommato in Italia è poco conosciuto come Boris Vian, mentre nel resto del mondo è amatissimo.

 

In qualche modo la scelta di Boris Vian ti riconduceva comunque a quella sorta di impegno socio-politico di canzone d’autore di questo tipo (ad esempio, ricordiamo che il brano Le Déserteur, capolavoro poi reinterpretato da enne artisti, è proprio di Vian).
Sì, perché mi dava il giusto mix tra poesia, ironia, cultura, musica, ricerca e la possibilità di sperimentare anche altri suoni. È stato interessante perché Boris Vian mi ha aperto un mondo che poi io ho tradotto, cercando di portarlo anche in Italia. Poi è arrivato Serge Gainsbourg e anche Léo Ferré, un artista quest’ultimo che poi hanno tradotto tutti; aggiungo anche Renaud, attore e cantautore francese, molto più giovane rispetto agli altri nomi citati e praticamente sconosciuto da noi, ma che è l’ultimo dei modì, dei maledetti francesi. Ho studiato e interiorizzato molto questi artisti, però per fare tutto questo ho lasciato un po’ perdere la corrispondenza tra il disco e la relativa promozione.

 

1 – Renaud; 2 – Léo Ferré; 3 – Boris Vian

 

Diciamo che ti sei focalizzato su un mondo che in Italia era poco conosciuto e pian piano sei diventato l’unico a farlo o quasi.

È così. Parlando invece del presente, ora che sono un po’ avanti in età, ho desiderato fare un disco che riassumesse in qualche modo tutte le mie esperienze. L’ho registrato in Marocco a Casablanca, con dei musicisti arabi. Uscirà a fine marzo/inizio aprile e quando ho detto che vorrei ‘rientrare’ con questo disco e salutare in qualche modo il mondo discografico – che, sia chiaro, ho sempre amato e frequentato con passione – il discografico mi ha detto che a questo punto potrei ripubblicare tutte le canzoni francesi. La cosa strana è che io non ho mai cambiato direzione artistica, cioè ho sempre sperimentato cose nuove se vogliamo, però sono sempre andato nella direzione che contamina le arti e quindi non mi sono accontentato della musica e basta.

 

Non a caso, leggo dalla tua biografia il forte interesse per la letteratura, i libri, la radio…

Credo che un artista, bene o male, è giusto che sperimenti tanti modi per poter raccontare le proprie urgenze, deve avere il desiderio di raccontare anche il circostante, la società. Io lo posso fare solo così, cioè con la poesia e con la musica e riesco poi ovviamente a raccontare delle storie che mi sono più vicine. Questo mi ha penalizzato magari nel mondo del pop o nella gestione del marketing, del commercio più discografico, però mi ha permesso anche di sperimentare dei passaggi che altrimenti non avrei potuto fare concentrandomi su una canzone o su uno stile. Mi guardo indietro e sono abbastanza contento di quello a cui sono arrivato, ma il bello è che non riesco a fermarmi…

 

 

Raccontaci qualcosa in più sulle tue esperienze in radio.
Ho lavorato tanto con la radio, più in Svizzera che in Italia a dire il vero, anche perché in Italia non me la facevano fare. Tornando invece alla domanda precedente, alla fine ho messo insieme tutto e ho detto facciamo un disco che riassuma un po’ tutte queste cose. Facendo una riflessione un po’ più ampia, mi sono reso conto che dagli anni ‘70, agli anni ‘20 di questo terzo millennio, in verità sono cambiato poco, invece è cambiato molto il mondo che mi circonda. Rimango fondamentalmente un sognatore, un utopista, un po’ come negli anni ‘70 lo fu a un certo punto Mauro Rostagno, o anche altri. Ecco, io non ho cambiato molto il mio modo di pensare, però riavvolgendo il nastro degli anni vissuti rimango colpito da tutto quello che ho vissuto e incontrato nel mio percorso artistico e umano.

 

Un bilancio che si ritrova anche nello spettacolo che abbiamo visto questa sera e, riprendendo quello che dicevi prima, nel disco che uscirà a breve.

Vero, infatti porto le mie storie negli spettacoli ma il pubblico le troverà anche nel disco nuovo, cose che magari non conosce nemmeno. Allora, noi artisti siamo molto egotici e siamo convinti che il nostro mondo sia di tutti, ma non è vero, pensiamo che tutti sappiano tutto di quello che facciamo, ma non è assolutamente così. Molti ragazzi giovani spesso non sanno niente di Boris Vian, d’Orferre, oppure delle canzoni di Ani Settaro, delle cose che scrivevo, o delle storie come Balthasar, e si stupiscono quando le racconti. Ecco, i cantautori, quelli che sono rimasti, almeno quelli della mia generazione, si dovrebbero rendere conto che noi siamo i testimoni di un’epoca che non c’è più, ma che ciclicamente tornerà. È un mondo che non scompare. Noi dobbiamo semplicemente resistere, resistere, resistere (cit.), ma soprattutto tramandare, perché siamo e diventiamo la memoria storica di un mondo che aiutava a sognare. Non dobbiamo dimenticare quel sogno. Il sogno ci fa vivere, ora come allora. Riuscire a progettare ancora dei sogni è la cosa più bella e vitale che ci sia. E poi bisogna raccontarli, esattamente come un professore o un insegnante fa tutti i giorni quando va a scuola.

E io questo posso fare, questo voglio fare.

 

 

Qualche anno fa è uscito un tuo album antologico. Qui invece stiamo parlando di un nuovo album con anche degli inediti.

Sì, un paio, ma poi ci sono dei modi “inediti” di riproporre certe canzoni. Con i musicisti arabi con cui ho lavorato mi sono trovato molto bene, gli raccontavo le storie, le spiegavo. All’inizio loro non capivano probabilmente nulla di quello che facevo o dicevo, poi invece è nato un grande feeeling e ci siamo divertiti molto. Sono certo che inizialmente pensassero fossi uno di quegli italiani che arrivavano per registrare e basta, invece gli ho spiegato che certi italiani scrivono delle storie anche molto diverse dal pop mainstream.

 

La scelta di andare in Marocco per fare il disco però non è certo usuale…

Sì, è vero, ma c’è un motivo particolare che mi ha spinto in quella direzione. Questo disco è dedicato a Mahi Tibaoui, un caro amico con cui ho studiato. Ho fatto ingegneria con lui. Un intellettuale algerino che poi è tornato in Algeria ma successivamente ha dovuto scappare da quel paese perché gli islamisti, gli integralisti, gli hanno ammazzato mezza famiglia. Lui ha scelto il Marocco e lì si è rifatto una vita.

 

Venendo invece alla parte più strettamente musicale, con questi musicisti marocchini devo dire che ho trovato nuova linfa su canzoni che avevo registrato 40 anni fa e anche più, scoprendo che erano ancora belle. Quando ti parlavo del feeling che si era creato, mi riferivo al fatto che erano curiosi di capire bene il testo, il contesto in cui le avevo scritte e ho lasciato che intervenissero e reinventassero certi arrangiamenti, utilizzando pochi strumenti ma con una ritmica fortemente figlia della loro terra. Hanno una ricchezza sonora completamente diversa. Torniamo a quel che dicevamo prima e cioè che un artista deve essere curioso. Il mondo è grande e va scoperto, anche sul fronte musicale.

 

Per quanto riguarda invece i contenuti, i testi, mi sono davvero reso conto che se tu racconti una storia, una bella storia, una bella storia rimane tale in tutte le culture possibili. E i temi principali sono sempre gli stessi: la vita, l’amore, la morte. Sono le mille sfumature con cui si possono raccontare che cambiano e diventano bellezza da condividere.

 

 

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Il nuovo disco di Giangilberto Monti, Voci Ribelli (Warner Music/The Saifam Group), uscirà il 27 marzo, in CD, Digitale e in Vinile Rosso, un’edizione limitata di 300 copie autografate.

 

Il cantautore milanese presenterà il nuovo lavoro in una serie di incontri tra parole, musica e aneddoti legati alla sua carriera. Qui di seguito i primi due appuntamenti:

 

26 MARZO – ore 21.30

in anteprima all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare

Sul palco, insieme a Giangilberto Monti (chitarra e voce), Paolo Rigotto (percussioni, pianoforte e voce) e Heggy Vezzano (chitarra elettrica).

La serata sarà condotta da Claudio Agostoni di Radio Popolare.

 

Ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

Per partecipare è necessario prenotarsi inviando una mail a prenotazioni@radiopopolare.it

 

 

 

30 MARZO – ore 18.30

LaFeltrinelli di Corso Genova

 

Sul palco, insieme a Giangilberto Monti (chitarra e voce), Paolo Rigotto (percussioni, pianoforte e voce) e Heggy Vezzano (chitarra elettrica).

L’incontro sarà condotto dal giornalista Enzo Gentile

Ingresso libero

 

 

 

Il pre-order di “Voci Ribelli” è disponibile sul circuito LaFeltrinelli, IBS e su Discoteca Laziale  in versione CD digipack (https://shorturl.at/adQ75; https://shorturl.at/bMjXK; https://shorturl.at/fHnsO😉 e in vinile rosso edizione limitata e autografata (https://shorturl.at/CzGzQ; https://www.shorturl.at/dhn4O; https://shorturl.at/64JQO;).

 

Nel disco, il repertorio del cantastorie e scrittore milanese prende nuova vita grazie all’interpretazione e agli arrangiamenti dei musicisti magrebini Hicham Benabderazzik, Daniel Tuna, Badreddine Bazgua e Adil Nadif, arricchito da due brani inediti.

 

Questa la tracklist dell’album:

  1. Dal vostro inviato speciale (Giangilberto Monti)
  2. Algeri 1954 (Giangilberto Monti)
  3. Tic-Tac (Giangilberto Monti)
  4. Balthazar (Giangilberto Monti)
  5. Sul confine (Giangilberto Monti-Uberto Molinari)
  6. Metrò (Giangilberto Monti-Flavio Premoli)
  7. Una bella coppia (Giangilberto Monti-Uberto Molinari)
  8. Monsieur Dupont (Giangilberto Monti-Federico Sirianni)
  9. Modì (Giangilberto Monti-Maurizio Meschia-Ottavia Marini) – INEDITO
  10. Casablanca (Giangilberto Monti-Rocco Tanica) – INEDITO

 

Artista:
Giangilberto Monti