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Metà dei dischi che incontriamo oggi girano attorno agli 88 tasti, per poi virare verso organici monostrumentali a crescente presenza femminile.

 

 

Titolo chiaro, diremmo: oggi una bella fetta (metà) degli album di cui ci occupiamo si svolge attorno all’elemento-pianoforte, in diverse accezioni. Il primo che incontriamo, Musica Salva (Centripeta), è un doppio cd solitario (ben oltre le due ore di musica) di Stefano Battaglia, uno dei nomi forti del pianismo nostrano (ma diremmo europeo), incline alla ricerca in senso decisamente lato: jazz, musica contemporanea, eredità classica, ecc. Questo suo nuovo album, in realtà inciso nel 2011, non fa eccezione, ponendoci di fronte a brani minimali, come evaporati, pensosi, accanto ad aperture più vitali, talora quasi arrembanti, in un caleidoscopio di umori e situazioni che sembra voler scandagliare l’intero sapere pianistico. Sempre da un’ottica molto personale.

 

Due sono addirittura i pianoforti, uno schiettamente classico (Federica Bertot), l’altro più incline al jazz (ma pur sempre di impianto “colto”, Emanuele Sartoris), protagonisti di Sinestesie (Da Vinci), quattro ampi “contenitori” in cui i due, compagni anche nella vita, giocano i rispettivi ruoli con assoluta padronanza della materia, ciò che, su un registro squisitamente jazzistico, accade pure in un altro doppio, Live (Parco della Musica) del trio di Franco D’Andrea (foto in alto), con Gabriele Evangelista al basso e Roberto Gatto alla batteria. Sedici i brani totali, da grandi icone jazzistiche (A Love Supreme inclusa) a Norwegian Wood dei Beatles, a Nine Bars dello stesso D’Andrea, il tutto trattato con identica mano – appunto – schiettamente jazzistica, con estrema maestria e volontà di uscire ove possibile da steccati troppo rigidi e codificati. Grande classe complessiva.

 

Un altro generoso doppio cd ci arriva dal quartetto italo-croato codiretto dal pianista triestino (ma giramondo) Roberto Magris e dal sassofonista Denis Razz. Trattasi di In Action (JMood), standard e temi originali con qualche bella sorpresa specie allorché ci si distacca con maggior convinzione dalla strada maestra (micro-organici in primis), ciò che avviene, fisiologicamente, anche in Bitter Crop (Folderol) del trio forte di Marco Colonna (foto qui sotto), ance gravi e flauto, Gaia Schirò, piano, e Fabrizio Spera, batteria. Qui la componente sperimentale (sul suono, sulle geometrie, sulle dinamiche) è decisamente al centro del villaggio, con risultati sempre esenti da derive di maniera.

 

 

Si aggiunge un contrabbasso allo strumentario di cui sopra, venendo a fissare contorni più canonici (ma non negli esiti, freschi e originali), in N.O.P.E. (Aut) del pianista chietino Pierpaolo Zenni (con Francesco Bigoni sax tenore e clarinetto), fra brani del leader e non, in un cd in felice equilibrio fra radici e attualità. Sempre di radici, qui ben più popolari-autoctone, pur se come da titolo (Camerock, VisAge Music) lambenti anche altre aree, tratta l’organettista Riccardo Tesi, qui in combutta col flautista (elemento-chiave del cd) Paolo Zampini, in un quartetto completato da piano e violoncello. Temi originali ma anche di Ian Anderson (appunto) e Morricone compongono un puzzle che acquista spessore e profumi via via che procede, lasciando alla fine una gran bella sensazione di completezza.

 

Torna il flauto, anzi due, ed esce di scena (definitivamente) il pianoforte in Tatzlwurm (Aut) del trio composto da Massimo De Mattia e Stefano Leonardi, appunto ai flauti, e Antonio Bertoni, strumenti vari. Nove i brani, tutti a tripla firma, in cui non mancano ulteriori rimandi popolari, però a etnie di diversa natura e latitudine (diremmo pan-etniche), con evidenti infiltrazioni che tengono conto della sperimentazione in jazz e non solo. Ottimo lavoro, così come The Face of the Bass Clef (nusica.org) firmato Ornetrio Tangheri e i Lestofanti della 19F, che sono poi Paolo Jus, chitarra bassa, Giorgio Giacobbi, sax tenore, e Mariano Bulligan, cello. I brani sono tutti di Ornette Coleman e il risultato è di grande efficacia, e originalità, nel taglio prescelto, mai mera rimasticatura di temi spesso molto noti (fin dall’iniziale Lonely Woman). Gran bella sorpresa.

 

Una crescente monoliticità strumentale segna l’ultima cinquina di album di cui ci occupiamo oggi. Il primo è Siphonoforo (Flying Robert Music) dell’omonimo quartetto forte di una coppia di ottoni (tromba e trombone ma non solo), chitarra e percussioni. Ciò che ne esce è un lavoro ben congegnato, solido, qua e là di tratto vagamente bandistico (gli ottoni giocano a favore) ma screziato, teso in direzione – lui pure – di una ricerca idiomatica e timbrico-dinamica sempre molto attenta e pertinente. Ottoni ancor più al potere in Koro Kurt (Caligola) del quintetto Koro Almost Brass, con quattro brass, dalla tromba alla tuba, e sax alto (spesso un po’ a margine). Dopo il cd monografico su Monk, il destinatario dell’omaggio è qui Kurt Weill, i cui temi, spesso ben noti, si alternano a originals dei membri del gruppo (e non). Risultato chiaro, opulento, assolutamente gratificante.

 

 

Un’altra ancia intrusa (Zoe Pia, clarinetto, launeddas, ed elettronica) figura in Atlantidei (Caligola) accanto a quelli dell’EIC (foto sopra), quartetto di sole percussioni cui la polistrumentista sarda si unisce del tutto naturalmente, generando un insieme di bella pienezza ancora incline a chiari empiti etno-folk (senza eccessi, peraltro). E le presenze femminili vanno decisamente a salire nei due cd con cui ci salutiamo. Il primo è Italian mottetto (Caligola) di Francesco Chiapperini (clarinetto basso), alla testa di un altro quartetto con voce (Valentina Fin) e doppio arco (Virginia Sutera, violino, e Andrea Grossi, contrabbasso). Il disco si ispira alla figura di Giulio Caccini, musicista tosco-romano vissuto a cavallo fra Cinque e Seicento, ed è quindi solcato da un camerismo di bel profumo d’antan, vocalità compresa. Camerismo che si respira a pieni polmoni, pur più intriso di contemporaneità tout court (jazz compreso), in Life on Art (allegato a Musica Jazz di febbraio) di Federica Michisanti, contrabbasso e composizione, alla testa del suo string quartet (per tre quarti al femminile) più l’ospite Dominique Pifarély al violino. Lavoro di estremo rigore e aplomb, quest’ultimo della musicista romana, a conferma della sua vastità di appetiti pur con orizzonti espressivi ben precisi.

 

Fonti fotografiche:

Alberto Bazzurro (homepage, D’Andrea), folderol.it (Colonna), Roberto Cifarelli (Pia + EIC).

 

Artista:
AA.VV.