Non c’è un disco nuovo, e non ce n’è bisogno, in fondo. Roma accoglie, al Teatro Brancaccio, l’ennesima data del fortunato tour del Prof. Roberto Vecchioni, ‘Tra il silenzio e il tuono’.
E Il silenzio si era in effetti materializzato nei mesi scorsi, quando il Nostro, per acciacchi di salute neanche lievi, ha dovuto fermarsi ai box, ma questo lo sapete, le sue dichiarazioni sulla malattia hanno fatto il giro dei media italiani, quindi usciamo subito dal bollettino sanitario e proviamo a raccontarvi l’emozione di questa serata.
Concerto, sì, ma anche rito laico, officiato con naturalezza, spontaneità, passione, snocciolato lungo il percorso di sedici brani che dicono molto (ma non tutto) della vicenda artistica e musicale di Vecchioni. E dunque, il teatro è colmo di gente e di entusiasmo, prevalgono le teste imbiancate, ma io per abbassare la media ci ho portato anche mia nipote, che così ha potuto applaudirlo per la prima volta. Vecchioni sta bene tra il suo pubblico, fra la gente che lui ha scelto e che lo ha scelto, appare forse meno caustico, più umanizzato e fragile e molto meno divo, ha quasi 83 anni ma la voce è intatta, possente, intonata se non gli si chiede la luna, e lui difatti non canterà Blumùn.

L’apertura della serata è affare di Bambina, giovane cantautrice di Rossano Calabro, vincitrice di 1MNEXT, contest che ogni anno offre ad artisti emergenti la possibilità di esibirsi al Concertone del Primo maggio in Piazza San Giovanni. Canta tre brani, Non hai detto mai, Siamo soli e Dove vuoi, se la cava benissimo e prende un sacco di applausi.
Poi entra Lui. Senza effetti speciali, che qui si fa più arte che spettacolo, e le prime parole sono per i fatti di Minneapolis, per le vittime incolpevoli della polizia violenta di Trump in assetto di redenzione obbligatoria. E, tanto per chiarire, partono le note di Io non appartengo più, col suo inventario del trascurabile, del fatuo, del volgare che si fatica a tener fuori, in un tempo dove tutto si amalgama e si confonde. Poi è Dentro gli occhi, perché degli anni ottanta c’è qualcosa da salvare, e questo brano, impreziosito nella versione in studio da Ornella Vanoni, è un dialogo fra un padre che disvela al figlio il futuro, rassicurandolo, barando anche, ma per amore, solo per amore e, visto il tempo che è passato da allora, ci cambia il testo in “sessant’anni che guardo, e che non dormo”.
Inciso numero uno. Questo concerto non sarebbe quello che è senza i musicisti che tessono e fanno vibrare le note sul palco. Non riesco a immaginare esibizione del Prof senza il prezioso accudimento di chitarra di Massimo Germini, musicista di prim’ordine, virtuoso nell’assecondare i tempi, le pause, quasi il respiro di Vecchioni, talmente simbiotico è ormai l’impasto delle sue corde con la voce, i sussurri, i vocalizzi del poeta-cantore, come non è possibile prescindere dagli arrangiamenti di Lucio (violino) Fabbri che non ha bisogno di presentazioni, e che “veste” i brani del Prof come nessuno prima di lui, e che stasera si alterna fra violino e tastiere. E’ decisamente un bel sentire, è confort-zone.

La scaletta va avanti con Ogni canzone d’amore, omaggio alla moglie Daria, e La mia ragazza, ode ragionata e spiazzante al mestiere del cantautore, e fra un brano e l’altro lui parla, argomenta, e non è solo per prender fiato, si capisce che lui ha bisogno di comunicare con tutti i registri che ha: la canzone, il testo, il romanzo, la poesia, la discussione. Togli a Roberto Vecchioni la parola, e resterà comunque la melodia, ma non sarà la stessa cosa. “Noi viviamo un’esistenza generalmente semigrigia, di routine, eppure abbiamo un mare di bellezza intorno, di cui spesso non ci occupiamo e non ne godiamo: la musica, un quadro, una scultura, un museo, un libro, e dovremmo farlo di più e farlo più spesso, perché l’arte è il discorso dell’anima”. C’è forse modo migliore per introdurre Vincent, stupendo brano che narra il tormentato rapporto fra Van Gogh ed il suo amico Paul Gauguin? E quando, se non dopo questo brano, lanciare il suo appello in favore della Fondazione Arrigo Vecchioni, varata da Daria e Roberto per sensibilizzare l’opinione pubblica sul disagio mentale e combattere lo stigma verso le persone che vivono la malattia mentale, considerate inferiori, inadeguate, e sostanzialmente abbandonate, con le proprie famiglie, a un destino di esclusione dal sistema sanitario.
La musica si riprende la scena con una pregevole versione acustica del brano Le lettere d’amore (Chevalier de Pas), e di Chiamami ancora amore, di impronta eduardiana perché “questa lunga notte dovrà pur finire” non prima di aver dissertato sull’importanza di allenare la mano alla penna piuttosto che alla tastiera o al display del cellulare: “Ho scritto il testo sulla carta igienica in una stanza d’albergo, non avevo altra carta”. E’ andata bene lo stesso, penso io. Più che bene, ci hai vinto Sanremo. Poi è la volta di Celia de la Serna, dal magnifico album El bandolero stanco, arrangiata su ritmi caraibici, un incrocio di lettere d’amore struggenti e disperate fra madre e figlio distanti, e già basterebbe questo, non fosse che però il figlio, Fuser, è Ernesto Guevara de la Serna, noto al mondo come il Che. Prima di introdurre Cappuccio Rosso, struggente omaggio ad uno dei popoli senza patria, i curdi, Vecchioni esprime in maniera inequivocabile il suo punto di vista sui tempi che viviamo: “più quadri di Lorenzo Lotto, più poesie di Neruda, meno droni e meno armi”. L’arte e la cultura sono sì disarmate, ma non disarmano.
Seguita un trittico di brani profondi, che miscelano personale e politico: Ho conosciuto il dolore, Figlia e Velasquez, e su quest’ultima canzone apriamo il secondo inciso, perché Velasquez è forse l’unico brano della scaletta dove il folk assume un deciso tono rock, per la gioia del batterista, Roberto Gualdi, e del bassista, Antonio Petruzzelli. Entrambi possono finalmente saturare di suoni forti platea e galleria, e il risultato è travolgente, a questo punto ci sarebbe stata benissimo Stranamore, e invece ci viene offerta una singolare interpretazione a due voci, Vecchioni-Bambina, sulle note di Sogna ragazzo sogna, trasformata in Sogna ragazza sogna. Il mantello, per fortuna è rimasto, anche perché sostituirlo con la gonna di una donna sarebbe forse stato troppo.
Siamo sul rettilineo finale, il primo dei tre bis è un omaggio al compianto Alex Zanardi, Ti insegnerò a volare, riarrangiato per l’occasione su una linea melodica di chitarra e violino, che restituisce al pubblico la mestizia della sua recente scomparsa e, a finire, Luci a San Siro, per l’occasione ribattezzata Luci all’Olimpico (mah) pur sempre meravigliosamente arrangiata da Lucio Fabbri e, sorpresona, l’immancabile Samarcanda, che qualche volta mancasse non sarebbe una gran tragedia.
S’è fatta ‘na certa, ma il tempo è volato, cinquant’anni in due ore e mezza, ora che la musica è finita mi accorgo che il cuore mi batte forte, che queste canzoni, e tante, tantissime altre, evocano come pietre miliari i tempi della mia vita, dalla prima sigaretta agli acciacchi dell’età, lungo un percorso scandito dalla sue canzoni.
Spersonificando, perché io sono uno, ma in teatro eravamo in millecinquecento, tutti i topos della poetica del Prof sono stati passati in rassegna: la parola, l’arte, il dolore, il destino, l’immedesimazione, l’umanesimo quale antidoto alla ferocia del presente, il tempo inafferrabile eppure rivendicato (che quando sarai sul punto di morire / pianterai un ulivo / convinto ancora di vederlo fiorire), la testimonianza e la storia. Questo è il senso profondo del rito laico di cui scrivevo all’inizio. Questo, forse, è il senso della vita.
Foto di Stefano Carnicelli

Roberto Vecchioni
Teatro Brancaccio, Roma
18/05/2026
