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Bari vecchia, 26 Settembre 2025.

Tra un rum e una bionda media, scivola l’inchiostro sulla carta.

Sul foglio si legge “Domande intervista a Max Trabucco”.

Lui dopo un live al Castello Svevo, io dopo una giornata in Università.

Tra il brusio del bar, i bicchieri e le note ancora sospese, prende vita la nostra conversazione.

 

 

Max, partiamo da una parola precisa: Convergence. Cosa significa per te questa parola e in che modo racchiude l’anima del tuo ultimo disco?

Quando nel 2023 ho iniziato a pensare a questo nuovo progetto, pensato in quartetto, sentivo l’esigenza di trovare una parola che potesse racchiudere l’idea di direzione comune, di incontro, di cammino condiviso verso qualcosa che ancora non si conosce del tutto, ma che si sente l’esigenza di esplorare. Il termine ‘Convergence’ mi è sembrato da subito quello più adatto a esprimere questo concetto. Indica il momento in cui elementi differenti – in questo caso le individualità musicali dei membri del gruppo – iniziano a muoversi, a convergere appunto, verso un centro comune, mantenendo però intatta la propria identità. È proprio su questo equilibrio che si fonda il quartetto: la sintonia tra i musicisti, l’ascolto reciproco e la capacità di adattarsi alle direzioni improvvise che ciascuno può prendere, sono per noi fondamentali. Non si tratta solo di suonare insieme, ma di costruire un linguaggio condiviso che nasce dall’interazione viva e costante. Oggi, guardando al percorso fatto fin qui, sento che la parola ‘Convergence’ riesca davvero a racchiudere l’anima del disco: un punto d’incontro tra idee, esperienze e sensibilità diverse, che trovano coerenza e forza proprio nel loro unirsi.

 

 

Il disco è frutto di oltre due anni di sperimentazione e ricerca. Puoi raccontarci qualcosa del processo creativo, su come hai sviluppato i brani e le interazioni tra i vari strumenti e i musicisti?

A differenza di altri lavori che ho pubblicato in passato, questo disco è nato con lentezza e consapevolezza, come un processo di tessitura che ha richiesto tempo per unire i tanti “puntini” che hanno costeggiato il mio percorso negli ultimi anni. Ho scritto il materiale in momenti diversi, lasciandomi ispirare da suggestioni eterogenee, ma con un’idea di fondo molto chiara: far intersecare melodia e improvvisazione, privilegiando l’impatto sonoro del gruppo più che la centralità della scrittura in sé.

Negli ultimi anni ho compreso quanto, a volte, possa essere più efficace un’idea forte, anche non formalmente scritta, rispetto a una composizione inquadrata in schemi precisi. Questo approccio ha trasformato anche il mio modo di accompagnare, rendendolo più flessibile, reattivo e aperto all’ascolto collettivo. Il lavoro sul suono d’insieme e sull’interazione è diventato il vero centro della mia ricerca.

In Convergence c’è una mia personale sintesi tra tradizione, improvvisazione libera e una scrittura mirata, pensata appositamente per questa formazione. Per farti alcuni esempi concreti, nel brano che ha dato il nome all’album, ho lavorato su una stratificazione compositiva ispirata ad alcuni momenti della musica di Mark Guiliana, uno dei miei batteristi di riferimento. In Evidology, invece, ho sperimentato la sovrapposizione di due standard fondamentali del mio percorso – Evidence di Thelonious Monk e Anthropology di Charlie Parker – rielaborandoli e intrecciandoli in una nuova forma. Infine, in Serendipity, probabilmente la rielaborazione più nascosta, ma per me più significativa del disco, ho preso spunto da una celebre frase di Max Roach – contenuta in For Big Sid dal disco “Drums Unlimited” – trasformandola in un tema a due voci.

 

Uno dei set di Max Trabucco

 

Lo spettro delle nove tracce attraversa territori che vanno dal jazz tradizionale all’improvvisazione radicale. Dove ti senti più “a casa” e dove ti piace rischiare di più?

Il mio percorso artistico mi ha portato ad attraversare sia territori legati alla tradizione jazzistica, sia contesti di improvvisazione radicale, e oggi credo di poter dire che queste due anime convivano in equilibrio nel mio approccio musicale.

Due esperienze, in particolare, hanno avuto un ruolo determinante in questo senso. La prima è stata la partecipazione alla residenza fatta a Roma nel 2019 ‘Orchestra Aperta – La conduzione chironomica’, basata su pratiche di improvvisazione quasi totalmente libera, è stata per me un’occasione di grande crescita. Mi ha insegnato ad ascoltare in modo diverso, ad accogliere l’imprevisto come parte integrante del discorso musicale e a lasciarmi guidare da gesti, intenzioni, e non solo da strutture predefinite.

Allo stesso tempo, l’esperienza fatta qualche anno dopo con l’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti, realtà molto più legata a un repertorio scritto e strutturato, mi ha dato consapevolezza e rigore, e mi ha insegnato quanto anche all’interno di una partitura “chiusa” ci sia spazio per l’interpretazione personale, per la dinamica e per l’interazione.

Proprio grazie a questo doppio percorso, oggi riesco a muovermi con naturalezza tra questi due estremi. Paradossalmente, però, è proprio nei contesti più strutturati che sento di poter rischiare di più: l’aderenza a una forma precisa, a un arrangiamento definito, richiede un tipo di responsabilità diversa e spesso più sottile. È lì che diventa fondamentale trovare il proprio spazio espressivo senza forzare l’equilibrio dell’insieme, ed è una sfida che mi stimola costantemente.

 

 

Quanto è importante per te trovare un equilibrio tra scrittura e improvvisazione? Nel tuo repertorio, quale di questi emisferi prevale?

Trovare un equilibrio tra scrittura e improvvisazione è per me un aspetto fondamentale. Nel mio repertorio non c’è un vero e proprio “prevalere” di uno dei due emisferi, a seconda del brano e dell’intenzione che lo guida, il peso della scrittura o dell’improvvisazione può variare.

Alcuni brani, come ad esempio Convergence o Evidology, nascono da strutture più definite e lavorate nel dettaglio, mentre altri, come Prayer for Peace si sviluppano attorno a un’idea aperta, lasciando maggiore spazio all’interazione estemporanea. Quello che cerco, in ogni caso, è un equilibrio dinamico tra forma e libertà, tra progettazione e scoperta, che mantenga viva la tensione creativa e l’ascolto reciproco all’interno del gruppo. Certo, è una cosa più facile a dirsi che a farsi, ma è anche bello tentarci.

 

 

È il titolo a guidare la nascita della traccia o è la traccia a suggerire il titolo? Mi ha sempre affascinato questa cosa: come si sceglie un nome quando la musica parla da sola, senza l’espediente della parola?

Per quanto riguarda il rapporto tra titolo e composizione, direi che dipende dal brano. In alcuni casi è il concetto a precedere la musica: Player for Peace, ad esempio, è nato con l’intenzione precisa di veicolare un messaggio di pace, in un periodo storico segnato da forti tensioni e conflitti. La musica è venuta dopo, come naturale conseguenza di quell’urgenza espressiva.

Altri brani, invece, nascono in modo più istintivo e il titolo arriva in un secondo momento, quasi come una chiave interpretativa o un gioco linguistico. Evidology, ad esempio, è il risultato della fusione tra i titoli di due standard che come dicevo prima hanno fatto parte del mio percorso – Evidence e Anthropology – entrambi citati e rielaborati all’interno del brano.

Un caso ancora diverso è The Key, un brano che ha assunto nel tempo un ruolo funzionale all’interno del mio repertorio; infatti è spesso il primo pezzo che suono con una nuova formazione, perché mi permette di definire subito una direzione e un’identità di gruppo. Il titolo riflette proprio questa sua funzione, quella di essere una sorta di chiave d’accesso a un suono collettivo, che cambia e si trasforma a seconda dei musicisti coinvolti.

 

 

La scelta dei musicisti è sempre un passaggio delicato nella strategia di un nuovo lavoro. La tua scelta è caduta su Federica Michisanti, Manuel Caliumi e Federico Pierantoni: cosa ti ha colpito del loro modo di suonare e perché hai deciso di costruire il progetto con loro?

Quando ho iniziato a lavorare a questo disco, ancora prima di sapere cosa sarebbe diventato, il mio obiettivo era chiaro: costruire un suono di gruppo. Sentivo la necessità di rinnovare il mio linguaggio compositivo, cercando un impasto timbrico diverso dal solito. In quel periodo ho iniziato a esplorare la scrittura ‘orizzontale’, basata sull’intreccio di più linee melodiche e soluzioni sonore che non prevedessero uno strumento armonico, ma che avessero comunque una forte identità. Una volta definito il suono collettivo, ho cominciato a pensare alle personalità che avrei voluto coinvolgere. Il primo passo è stato il contrabbasso. Ho conosciuto Federica Michisanti a Roma, alla Casa del Jazz e dopo aver ascoltato i suoi progetti, mi ha colpito la sua capacità di mantenere le redini della situazione anche in contesti senza strumento armonico o batteria.

Successivamente sono arrivati i fiati. Con Federico Pierantoni al trombone ho fatto alcuni concerti in trio. Si è rivelato un musicista estremamente versatile, capace sia nell’esecuzione che nell’improvvisazione. Tuttavia, sentivo mancare alcune frequenze e una ‘voce’ più agile. Avevo già suonato con Manuel Caliumi e ricordavo bene il suo approccio originale al sax e così quando l’ho ricontattato, chiedendogli di prendere parte al progetto, ha accettato con entusiasmo.

La scrittura dei brani è stata quindi modellata non solo sul tipo di strumenti ma anche sulle personalità dei musicisti coinvolti, immaginando un suono che fosse il risultato vivo dell’incontro tra esperienze e visioni diverse.

 

Premiazione al CPM con Franco Mussida e al centro Francesca Bignami de L’Isola che non c’era

 

Hai vinto ‘L’artista che non c’era’ 2025 per la Sezione Strumentale (qui sopra il momento della premiazione), con La danza della luna e As Times Goes By. Con quale criterio hai scelto i due brani da presentare e, a distanza di tempo, quale dei due senti più ‘vincente’ o più rappresentativo di te?

Vincere il premio per la sezione strumentale de ‘L’artista che non c’era’ è stato per me un riconoscimento importante, che mi ha restituito il senso di un percorso lungo e fatto di ricerca continua. La scelta dei due brani non è stata casuale: ho voluto presentare due composizioni che, pur provenendo da fasi diverse della mia scrittura, condividono un forte legame emotivo.

La danza della luna, pubblicato nel disco Racconti di una notte (Abeat, 2016), è stata una delle mie prime composizioni. In quel periodo ascoltavo con grande interesse la musica di Anouar Brahem e proprio da lì è nata l’idea di coinvolgere un suonatore di oud: Zoran Majstorovic. Il suo contributo ha dato al brano una direzione sonora chiara fin da subito, imprimendogli un’identità precisa e riconoscibile. As Time Goes By invece, è tratto invece dal disco “Mare Aperto” (Abeat, 2024) ed è nato come dedica personale a mia moglie. Qui la scrittura si fa più essenziale, quasi sospesa, lasciando spazio all’espressività dei silenzi e all’interpretazione del tema. Mi è sembrato naturale presentare proprio questi due brani perché appartengono a fasi diverse del mio percorso, ma insieme raccontano perfettamente chi sono. Forse proprio per questo, mi hanno portato fortuna.

 

 

I tuoi brani sono privi di parole e di strumenti armonici, eppure non lasciano vuoti. Cosa significa per te creare completezza partendo dall’assenza?

Per me la musica è un costante equilibrio tra pieno e vuoto, tra suono e silenzio. Anche ciò che non viene detto, o non viene suonato, ha un peso e comunica qualcosa.

Partendo da questa idea, ho costruito un quartetto che potesse lavorare non solo su ciò che viene esplicitato — le linee melodiche, l’interplay, le dinamiche — ma anche su ciò che resta sottinteso. Il fatto di non avere un classico strumento armonico ci ha spinto a trovare altre strade per creare un suono completo, in cui ogni voce contribuisce alla costruzione di un equilibrio collettivo. È un concetto a cui tengo molto e che ho cercato di mettere in pratica all’interno di questo nuovo disco, dove l’assenza non è mai un limite, ma una scelta che apre nuove possibilità.

 

Artista:
Max Trabucco