Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

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Gli Zu sono uno di quei gruppi ai quali voler per forza affibbiare un solo aggettivo, e tanto meno uno stile musicale definito, è un esercizio che oscilla tra l’inutile e il ridicolo. Il trio –Luca Mai (sax baritono), Massimo Pupillo (basso) e Jacopo Battaglia (batteria) – si muove da dodici anni senza farsi problemi di frontiere e barriere espressive, riuscendo a ottenere un suono e un’originalità che per molti rimarrà per sempre una chimera. In occasione del nuovo lavoro “Carboniferous”, uscito per la Ipecac di Mike Patton, abbiamo chiesto alla band romana di favorirci il loro passaporto musicale.

   

Cosa ha
in più “Carboniferous” rispetto agli album precedenti?

“Carboniferous”
è la summa di dieci anni di lavoro, la materializzazione di un’idea
di suono che agli inizi non era ben chiara, ma che si è definita via
via attraverso un duro e incessante lavoro live e una conoscenza dei
materiali presenti negli studi di registrazione, nonché il fatto di
voler allargare il nostro spettro sonoro, che essendo in tre
necessita di un continuo lavoro di ricerca. Infine, appunto perché
in tre, l’approccio allo strumento si è fatto più versatile e
l’idea di strumento solista non è appannaggio solo di uno di noi,
ma cambia continuamente, quindi può capitare che la batteria è lo
strumento solista nonché melodico e il sax porta il tempo e
viceversa con il basso. “Carboniferous” è un corpus unico con
differenti stratificazioni che si compenetrano vicendevolmente senza
che questo distolga l’attenzione dall’idea che lo sottintende.

Quanto
avete impiegato per realizzarlo e come si è svolto il processo in
studio?

Nello
specifico ci sono voluti quasi due anni. L’ultimo anno lo abbiamo
passato praticamente tutti i giorni chiusi in sala a comporre 5/6 ore
pomeridiane di media e poi partivamo i fine settimana per rodare ciò
che avevamo fatto precedentemente. Se c’era qualcosa che non
funzionava lo riprendevamo il lunedì successivo. Devo dire che il
processo creativo negli ultimi anni è diventato più o meno come
diceva Picasso: «non cerchiamo più, ma troviamo».

Lavorare
con Mike Patton e la Ipecac in che modo vi è stato d’aiuto? Ci
sono state delle restrizioni in fase di lavorazione?

Nessuna
restrizione, anzi, pieno supporto e questo fa la differenza quando
poi devi fare un bilancio di come è andato il disco. Ti fanno
sentire con le spalle coperte nonostante l’attuale crisi
discografica.

Ho letto
che molto materiale composto, anche finito, viene poi scartato. Cosa
deve avere un pezzo per essere considerato all’altezza per un disco
degli Zu?

Deve essere
abbastanza zamarro da non sfigurare quando te lo ascolti su un’Alfa
75.

C’è un
passaggio musicale del quale andate fieri e perché?

Direi di no
anzi, può capitare dal vivo di cambiare delle note o effettuare
delle modifiche e capire che sarebbero state belle sul disco e
sostituirle alle attuali. Comunque siamo soddisfatti non ti
preoccupare.

Chi di
voi tre è la guida, quello da cui parte lo spunto, l’incipit
decisivo per dar vita alla musica?

Gli spunti
partono da ognuno singolarmente, oppure quando siamo in sala escono,
come ti dicevo prima, le cose le troviamo, senza che perdiamo tempo a
cercare. Poi è chiaro che c’è anche un lavoro di sgrezzamento
e su questo siamo abbastanza pignoli.

Sul
vostro passaporto musicale, alla voce segni particolari, cosa c’è
scritto?

Cafoni!

Qual è
l’elemento alla base del vostro concetto di trio e come è il
rapporto tra di voi al di là dell’essere musicisti?

Siamo
cresciuti insieme e abbiamo condiviso molte cose extra musicali,
questo ha determinato qualcosa di più solido di un semplice rapporto
tra musicisti e ciò fa sì che siamo una band. Poi, come in
qualsiasi matrimonio, gli scazzi ci sono sempre.

Quanto
culo vi siete fatti in questi dodici anni di carriera?

Taaaanto, e
si continua. Non ci sentiamo arrivati, poi dove? L’unico arrivo che
abbiamo presente e che ci accomuna è la morte, quindi la nostra vita
la esperiamo in termini di espansione e di sfruttamento intensivo
della nostra creatività, perché il tempo è tiranno e ciò che
facciamo lo facciamo non sapendo neanche noi bene perché, ma
sicuramente non in termini di carriera.

Non vi è
mai venuta voglia di allargare la band in via definitiva o peggio, di
mandare tutto all’aria?

Ogni volta
che collaboriamo con qualcuno lo consideriamo della band, non un
ospite, anche perché i rapporti sono sempre improntati sull’amicizia
e il rispetto e questo ci basta. Per mandare tutto a carte e
quarantotto dovrebbe succedere qualcosa di molto grave e ancora non è
successo e qui faccio tutti gli scongiuri possibili, ma se poi
succede, buonanotte.

Cosa ha
reso possibile il poter essere conosciuti all’estero?

Impegno,
dedizione, capacità di adattamento a stili di vita differenti nonché
essere coraggiosi a mangiarsi le sbobbe olandesi.    

Il
New York Times (http://www. nytimes. com/2009/02/22/arts/music/22play. html? _r=1&ref=music) parla di
voi in maniera entusiastica. Poi magari potete passeggiare per Roma
senza che nessuno vi riconosca appena. Come vivete questo doppio
aspetto della vostra personalità musicale?

La nostra
vita è sempre stata un po’ schizofrenica tanto che agli inizi
capitava che facessimo un tour in Europa pieno di gratificazioni e
considerazione artistica, poi tornare a casa e la sera stessa andare
a mettere i manifesti in giro per Roma, incontrare degli amici e
sentirsi dire: «ahò … certo che voi state sempre a Roma… nun
fate proprio un cazzo nella vita…».

Venite
spesso accostati al mondo del jazz. Qual è la vostra idea di
improvvisazione?

Diciamo che
del jazz prendiamo soprattutto quell’etica di rottura e di ricerca
che ha contraddistinto gente come Coltrane, Dolphy, Ayler, Mingus e
altri grandi. Ogni rottura porta con sé l’idea di una nuova
costruzione, ma questo non lo facciamo consapevolmente, come se fosse
un manifesto a cui aderire. Per quanto riguarda l’improvvisazione a
noi serve solo come spunto, in realtà abbiamo ridotto di molto
questa pratica in concerto.

Domanda
per Luca Mai
: A
proposito di jazz: di recente su una rivista specializzata è apparso
un articolo dove sostanzialmente si dice che i giovani saxofonisti si
rendono conto che è quasi impossibile estrarre un qualcosa di
originale da uno strumento cha ha già svelato ogni suo mistero. Sei
d’accordo?

Gli
strumenti a fiato erano accostati, nell’antichità, ai misteri
dionisiaci o comunque orgiastici per la capacità che avevano e hanno
di smuovere l’istintualità e metterla in contatto con quel mistero
che sottende alla creazione e all’energia che la guida. Marsia,
narra il mito, trovato l’oboe che Atena aveva buttato perché
l’aveva resa ridicola di fronte agli Dei, se ne innamorò e
suonandolo tutti i giorni divenne talmente bravo che creava delle
melodie che venivano reputate più belle di quelle create alla lira
da Apollo. Il dio lo sfidò in una gara musicale e solo per astuzia e
raggiro lo battè e meschinamente lo squoiò. Marsia si trasformò in
un fiume che ha ancora il suo nome e dove crescono dei canneti ottimi
per la produzione di ance. Questo per dire che il ragionamento e
tutto quello a cui è correlato non può distruggere un’energia in
continuo movimento e trasformazione e quindi i cosidetti giovani
sassofonisti si dovrebbero concentrare di più su quanto hanno da
dire loro e non il sax per loro.

Avete
preso parte alla compilation “Il paese è reale” realizzata dagli
Afterhours. Vi sentite così legati alla scena indie? Pensate che la
partecipazione della band milanese a Sanremo abbia in parte deviato
il corso del fiume mediatico?

Siamo dei
cani sciolti e non facciamo parte di nessuna scena indie perché non
esiste una scena indie. Non credo che abbia provocato effetti
determinanti la presenza degli Afterhours a Sanremo perché l’Italia
è un paese fortemente conservatore e arretrato, privo di quella
cultura musicale che non sia il bel canto o la classica melodia
italiana fatta sui soliti tre accordi. Non c’è voglia di investire
e creare un mercato che potrebbe dare i suoi frutti, da poter poi
condividere; perché questo porterebbe anche cultura e questo è un
paese dove è oramai assente, e l’unico modo in cui la si intende è
come vuole quel burattino di Berlusconi, cioè “cul cul cul
cultura…. ”. Fino a quando i cd e i libri verranno considerati
beni di lusso e quindi venduti a prezzi esagerati, non potremo
aspirare a niente di buono dall’alto, ma è anche vero che finché
la maggior parte degli italiani si sente orgogliosa di non leggere
questo paese lo possiamo considerare perduto.

Tra cento
anni, quando gli Zu non ci saranno più, cosa rimarrà scritto sui
libri di storia?

Se il
complotto globale avrà vinto e si sarà affermato completamente il
“nuovo ordine mondiale” non credo che esisteranno ancora libri,
un po’ come “Farenhait 451”. Se invece succederà qualcosa di
significativo nel 2012 forse leggeremo che in un paese ridicolo di
nome Italia esisteva proprio nel suo cuore uno staterello di nome
Vaticano che per 2000 anni ha allungato la sua ombra oscura su tutta
la nazione impedendole un naturale svolgimento dei propri diritti
voleri nonché libertà personali, che molta gente è morta e ha
sofferto per causa loro e molti bambini sono stati vittime dei loro
abusi e che per questo nessuno di loro ha mai pagato veramente,
grazie a un Papa di nome Ratzinger, l’ultimo dei papi. Poi
leggeremo nel capitolo musica che è esistita una centrale per
delinquere che si chiamava SIAE e che i suoi maggiori artisti
iscritti si mangiavano i soldi dei più piccoli. Nel capitolo rock
scriveranno che esistettero i Negrita e che fu il più grande gruppo
della storia italiana mentre il paragrafo relativo agli Zu sosterrà
che ebbero gli onori delle cronache solo perché in un raptus
sconclusionato il sassofonista tagliò, con le chiavi di casa, la
frangetta del grande e famoso cantante dei Dari. Per il resto non si
sa che musica facessero.

Artista:
Zu