L’artista abruzzese celebra i 50 anni di attività artistica con l’album “Dove lo sguardo si perde” e il tour teatrale omonimo.
L’incontro è negli uffici milanesi di Parole e Dintorni. Arrivo un bel po’ prima, perché l’appuntamento che mi ha fissato Sara Testori è di quelli che, ancora dopo molti anni, ti mettono addosso un po’ di tensione. C’è da incontrare una colonna della canzone d’autore nostrana e non per una semplice intervista, ma per parlare dei suoi 50 anni di attività. Mimmo Locasciulli – oltre ad essere uno degli artisti che stimo di più – è una splendida persona, con una grande empatia, schiettezza, sincerità. L’avevo incontrato un po’ di anni fa e l’incontro di oggi non ha fatto altro che rafforzare il ricordo di un artista, e prima ancora di un uomo, che mantiene intatti i valori fondanti di un vivere comune che sa di tempi andati.

Festeggi i 50 anni di attività artistica con un nuovo disco, Dove lo sguardo si perde, e con un nuovo tour teatrale iniziato a maggio al Teatro Comunale Verdi di Salerno e che sta proseguendo con un forte interesse di pubblico e critica (qui nella foto la data di Pescara del 22 giugno). Ma con un anniversario come questo non posso che partire con la più classica delle domande: come è iniziata la tua storia musicale?
Ho cominciato a studiare pianoforte a 5 anni. Ricordo l’ingresso di questo pianoforte che mi sembrava enorme, ed è enorme, un pianoforte austriaco. Ho studiato per 8 anni musica da privatista con vari maestri, poi al primo liceo un mio nuovo compagno di scuola, che proveniva dalle campagne e che non mi sembrava particolarmente interessante, si è rivelato un ragazzo estremamente prezioso, con cui si poteva parlare di tutto, dallo sport alla musica. Un giorno mi dice “ma tu li conosci i Beatles?” “Chi? Non so chi siano, non li conosco”. “allora domani ti porto un disco”. Mi porta un 45 giri e lo ascolto. Rimango affascinato soprattutto dal suono delle chitarre e dall’impasto delle voci. Qualche giorno ho detto “papà mi sono stufato di studiare pianoforte”. Mio padre, oltre a fare il veterinario nella vita, agli inizi degli anni ’60 faceva la radio e la televisione e in qualche modo aveva in previsione di andare a San Remo. Decisi quindi di formare un complessino. Quegli otto anni di studio del pianoforte mi sono stati di grande aiuto per gli arrangiamenti e tanto altro. Forse avrei fatto cose più sterili senza questa base di studi. Poi fino all’università ho suonato con il complessino alle feste, nelle balere, tutto molto divertente. E abbiamo fatto una vera gavetta quando per tre mesi abbiamo suonato in un night club dove cominciavamo a suonare verso le dieci di sera e il proprietario ci diceva: “dovete fare sudare le persone, perché devono bere”, quindi ci scatenavamo con vari balli, twist, hully gully. Verso le 3 arrivava lo sfollagente che ero io (accenna Sassi che il mare ha consumato …) e in 15 minuti il night si svuotava. Poi sono andato a Perugia, lì c’è l’Università per stranieri e ho conosciuto un ragazzo svedese che cantava canzoni folk scandinave, ma anche Dylan che io conoscevo poco e così ho iniziato a strimpellare la chitarra e poi ho continuato.
Facciamo un piccolo salto in avanti. Che ricordi hai del Folkstudio di Roma che, ricordiamolo, ha inaugurato la sua etichetta discografica con il tuo primo disco “Non rimanere là” nel 1975?
Sì il disco è del ’75, ma io sono arrivato a Roma nel 71 dopo tre anni a Perugia. Con molta titubanza ho bussato alla porta del Folkstudio e sono stato preso per cantare tre canzoni la domenica pomeriggio, quando c’era il palcoscenico aperto e dove tutti potevano esibirsi. C’erano De Gregori, Venditti, Lo Cascio, Bassignano, Stefano Rosso, c’era il folk, il Canzoniere Internazionale. Il ricordo che ho non è legato solamente alla musica, quanto all’ambiente. Ho avuto la sensazione che chi veniva al Folkstudio aveva una struttura mentale che era condivisa dalla maggior parte delle persone che frequentavano il luogo. Era una palestra di musica e di umanità e le persone che ho conosciuto e frequentato anche dopo sono tutte persone che hanno fatto qualcosa di bello nella vita. È stato come frequentare una scuola particolare che ti ha indirizzato nel tuo percorso personale e non parlo solo di musica. Nutro una ammirazione infinita per Giancarlo Cesaroni, personaggio straordinario che ha dato vita a questo luogo magico. Laureato in chimica, a 29 anni era docente universitario, poi si stufa e va in Svezia a dirigere la Sit Siemens, torna in Italia, apre un’industria di laminati plastici, ma si pente e vende tutto. Gli resteranno il cavallo Tormenta e il Folkstudio.
Quasi una trentina di album (tra studio, live e raccolte), riesci a focalizzare uno – o alcuni – al quale sei più affezionato?
È una domanda che mi fanno sempre… Ma credimi, è davvero difficile rispondere, perché indicandone uno mi sembra di fare un torto alle altre produzioni. L’hai ricordato tu, parliamo di circa 30 album, nati in momenti diversi, esigenze mie diverse, collaboratori e amici diversi con cui ho diviso notti e risate… Ad ogni modo, se devo, ne indico tre. Il primo del Folkstudio, perché è stato il raggiungimento del sogno e per quello che ha significato. Ho iniziato piano piano, sempre con molta umiltà, quasi come un analfabeta musicale, e per me è stato il raggiungimento di un sogno e pensavo “ho fatto un disco, il primo e l’ultimo”. L’altro disco che ho proprio tanto nel cuore è Tango dietro l’Angolo, perché rappresenta un’apertura musicale nuova a cui mi sono approcciato grazie a Greg Cohen. Quel disco nasce dopo due tour, pianoforte e contrabbasso.
Al Premio Tenco ho conosciuto anche Tom Waits e mi si è aperto un mondo e mai avrei immaginato che la collaborazione con Greg mi avrebbe portato non a una conoscenza, ma un’aspirazione musicale. Andare a New York con tutti i musicisti di Waits e tanti altri, tutti molto bravi, ad esempio Lenny Pickett , Marc Ribot, tutti dotati di una disponibilità umana grandiosa, è stato anche quello un sogno che ho visto realizzarsi. Quindi “Tango dietro l’angolo” è stato un po’ una cartina di tornasole per le scelte future, anche se a dirla tutta non fu accolto bene dalla Polygram. Greg ed io siamo tornati in Italia per il missaggio, e quando abbiamo fatto l’ascolto definitivo mi è stato detto: “Ma queste chitarre sono stonate” Ma come, Marc Ribot ci mette due ore per accordare la chitarra, poi altri 45 minuti per sistemare il tutto… e questi si esprimono così? Senza offesa, ma non avevano capito un tubo. Tanto è vero che quando Stefano Senardi subentra al vecchio responsabile, mi dice “Mimmo forse stai troppo avanti”. Il terzo disco che voglio indicarti è Idra, un giro di boa, nato dopo la nascita dell’opera di Mimmo Palladino ‘La porta dei migranti’ a Lampedusa, dove sono stato e dove abbiamo fatto un concerto la sera con Luca Carboni e Lucio Dalla. È stato un lavoro che mi ha sbilanciato, analizzato, tanto che per più di sei anni non sono riuscito a scrivere neanche una parola. È un disco forse più buio, ma io lo adoro.

Hai avuto molte collaborazioni con altri importanti artisti italiani ed internazionali, anche in generi diversi dal tuo, ce ne sono alcune che consideri particolarmente significativa?

Premetto che mi chiedo come mai loro abbiano accettato di collaborare con me che non sono né Baglioni né Vasco o altri più quotati. Ringrazio tutti perché mi hanno dato la possibilità di arricchire la mia musica, ma c’è una situazione che per me è stata molto particolare. I Cetra, erano già rimasti in tre, e nel mio album Adesso glielo dico, c’è la canzone Arte moderna, scritta da Raffaella Riva, che ha un testo ironico, sulla gente che va a comparsi i quadri non perchè ama l’arte ma per status symbol e quindi mi serviva un modo di cantare ironico. Ero il produttore dell’album, gestivo il budget e seppur la RCA mi ha ostacolato non poco sono venuto a Milano, ho affittato uno studio e ho passato una giornata incredibile con loro tre, anche umanamente, con una gioia che ricordo con tantissimo affetto. Avevo conosciuto Felice Chiusano in un concerto a Fondi, era venuto a sentire un mio concerto poi la sera siamo stati a cena e parlando gli dissi “tu non puoi immaginare quanto mi piacerebbe incidere un disco con voi” e lui “Quando vuoi” e così, dopo tre anni, anche se era già morto Tata Giacobetti la cosa si è avverata. La ricordo come una delle più belle giornate in assoluto.
Veniamo al presente. Nel nuovo disco, Dove lo sguardo si perde, hai ripreso undici tuoi brani, con riorchestrazioni davvero suggestive. Come è avvenuta la scelta dei brani?
Non c’è nessuna tra le canzoni più conosciute e apprezzate. Sono canzoni che hanno un denominatore comune, le varie declinazioni dell’amore, amore per sé stessi, per il prossimo, l’amore coniugale, il rispetto per le altre persone, per la diversità, per la natura. In qualche modo sono canzoni che rispondono alla domanda “L’amore dov’è”.

A tal proposito, questo è anche il titolo del bellissimo inedito L’amore dov’è, che proponi in due versioni, una con il Quartetto Pessoa (https://www.youtube.com/watch?v=U2WswjbHSRY) che ti accompagnerà anche nel tour, giusto?
Sì, certo, saranno in tour con me, sono un gruppo di musicisti straordinari.
Tuo figlio Matteo ha prodotto con te il nuovo disco, oltre ad aver curato gli arrangiamenti; sarà anche lui sul palco durante il tour?
Ormai lui vive a Parigi, si occupa attivamente di cinema, scrive colonne sonore, arrangiamenti. Ha fatto l’ultimo film con Luc Besson come produttore, ha fatto due serie di Netflix, è stato nominato per i César… lavora come un pazzo, ha otto musicisti, alcuni studi di registrazione.
Fammi fare un passo indietro. Cosa ti ha spinto a inizio 2000 a creare la tua etichetta discografica, HOBO?
Nasce con il disco Aria di famiglia, nel 2002. Sono stato tredici anni in RCA poi dieci in Polygram e quando ho chiuso con Polygram ho pensato che mi ero stufato delle major, quindi ho avuto un contatto con una casa discografica che si occupava di canzone d’autore. Ho avuto un impatto pessimo, non posso dire di più, né svelare il nome quindi mi sono detto ho uno studio di registrazione, la Hobo e da allora ho fatto questa scelta e ho deciso di non avere più neanche i fonici di studio. Da “Aria di famiglia” io registro e mixo i miei dischi, ho imparato rubando con gli occhi e le orecchie il mestiere del fonico per le mie canzoni. Il fonico, figura importantissima intendiamoci, ci mette però troppo di suo, troppi tecnicismi è tutto troppo perfetto, perchè a volte, giusto per fare un esempio, è meglio un concerto dove magari il cantante si interrompe perché sbaglia la parola, è più vero, quindi tornando allo studio di registrazione, ho deciso di fare da solo.

Come sei riuscito a far convivere questa tua lunga carriera artistica (basti pensare che parliamo di oltre 2.000 concerti…), con la tua attività di medico in ospedale?
Con molto sacrificio e l’aiuto della mia famiglia. Non mi hanno fatto mai pesare le lontananze e le assenze e non ho mai preso un giorno fittizio di malattia e nei 2.500 concerti, a parte quelli in cui ti danno l’aereo perché sono troppo lontani, io ho sempre guidato la macchina andata e ritorno, e tornavo in ospedale il giorno dopo. Il mio management aveva queste coordinate: noi avevamo i turni di guardia di tre mesi in tre mesi e durante i turni di guardia non potevano assolutamente prendere concerti, il giorno prima avevo come limite Firenze, Pescara, Napoli perché per andare a fare la guardia dovevo essere sicuro di poter tornare a casa almeno entro l’una. Una volta sono andato a 60 Km a Reggio Calabria, a Polistena, per un concerto, ritorno a Roma, il giorno era ferragosto, riposo poi Bormio poi Torrita Tiberina.
Piccola digressione letteraria. Ci sarà una seconda parte del tuo libro autobiografico ‘Come una macchina volante’ uscito nel 2018?
No. Non voleva essere una autobiografia, voleva essere la descrizione del mio percorso, delle scelte fatte sia per la musica che per la mia vita e si ferma esattamente lì a 50 anni fa, perché 50 anni fa è l’anno giubilare per me. 50 anni fa mi sono laureato, mi sono sposato, ho fatto il mio primo disco e sono stato assunto in ospedale. Lì c’è la fine di quella che era il mio programma di vita. Tutto il resto sarebbe un’autobiografia classica e non mi piace. Sto invece cercando di scrivere due libri, uno forse entro un anno, titolo preso da una canzone dell’album Piccoli cambiamenti, Ti presto la mia vita mascherata da canzone, sono venti titoli di mie canzoni, ma non è una descrizione di come nasce la canzone, ma riguarda tutto quello che gira nel mondo.
Una sorta di racconto del brano visto con gli occhi di chi quel brano l’ha scritto…
Quello che scriverò collegandolo al titolo di una canzone non sarà attinente alla canzone stessa, ma sarà sostanza che gira attorno. Io scrivo delle canzoni e dopo dieci anni scopro che è un plagio, non voluto. Tu conosci Cico Casartelli? Ieri mi dice “Dove va la stagione (1977), fortuna che l’hai scritta due anni prima di Van Morrison perché è una canzone che sta bene nel suo album Into the music”. Per esempio, quando ho finito il disco Sglobal (2006) mi dicono “bene il disco, ma ci sono due cose che non vanno bene: Hemingway l’ha già scritta Paolo Conte e Anna di Francia è il titolo di una canzone di Claudio Lolli”. La canzone per me non è un’equazione tra musica e parole in cui devi far combaciare esattamente la metrica, la ritmica, la consequenzialità di una frase, le canzoni per me sono un mistero che si realizzano per un oscuro melange.
Infatti il momento della composizione non è programmabile con uno stampino o un manuale. Ogni artista ha un modo tutto suo modo di esprimere la propria creatività. Tu come scrivi le canzoni?
Ho pianoforti dappertutto, a casa mia, dei miei figli, dei miei genitori… se passo davanti al pianoforte mi siedo, prendo il telefonino e dei fogli di carta e suono per un’ora, due ore, poi chiudo e non mi ricordo esattamente quello che ho suonato. Dopo una decina di giorni riascolto quello che ho suonato e mi appunto quelle canzoni embrionali che hanno una struttura realizzativa, inizio a registrare e ci canto su qualcosa in inglese. Quando manca solo il testo e quasi sempre non c’è niente di scritto, o magari mi sono segnato solo una frase, canto e recito a caso, poi la ricanto e la ricanto ancora, fin quando mi viene una frase, una parola. Sto molto attento e curo il testo cesellandolo, perché quello che dovevo dire in quella canzone è scritto nelle tracce. Questo è come scrivo adesso.

Ero presente quando hai ricevuto il Premio Tenco alla carriera il 18 ottobre 2024 al Teatro Ariston, cosa ha significato per te?
Una grandissima soddisfazione, perché non me l’hanno dato alla memoria (ride)

E il 2024 è stata una doppia festa visto che “Assamanù” il disco del tuo concittadino di Penne, Setak (Nicola Pomponi), ha vinto la Targa Tenco 2024 come “Miglior album in dialetto”. Cosa pensi di lui?
A Penne ci sono due artisti e anche una scrittrice, Donatella Di Pietrantonio, che ha vinto per la seconda volta il ‘Premio Strega’, e in ambito musicale abruzzese lasciami ricordare anche Simona Molinari. Nicola lo conosco fin da ragazzino, sono amico anche del padre che suonava l’organo nel complesso antagonista al mio. Nicola ha suonato come chitarrista anche per me e quando ha fatto il primo disco sono andato a sentirlo a un concerto proprio a Penne e lì ho pensato che lui fosse la persona giusta per collaborare ad un brano che poi è finita nel suo secondo disco. La storia è questa. Io ho sei nipoti che non dormivano mai, e per farli addormentare una volta mi è uscita una nenia.

Quando ho incontrato Nicola e ho scoperto che cantava in dialetto, gli ho detto “Nicola ho una musica che ti devo dare e tu ci devi mettere il testo” ma non gli ho detto che era una specie di ninna nanna per i miei nipoti. Ed ecco la magia della musica: lui ha scritto una cosa per la vita, come se stesse per fare una raccomandazione per un figlio, un nipote. Nicola ha una bellissima penna e spero che la sua bravura e spontaneità non vengano contaminate dalla ricerca di arrivare per forza di cose ad un tipo di pubblico sempre più ampio a discapito della sua originalità. Spero che non cambi e continui con il dialetto come sua modalità di espressione principale, anche se il dialetto abruzzese non è così diffuso come quello siciliano, napoletano o romanesco. È la stessa cosa che mi auguro non succeda a Lucio Corsi dopo il boom mediatico che ha avuto nel post Sanremo, che non esageri nella ricerca del ‘personaggio’ a tutti i costi.
Già, Sanremo…citavi Lucio Corsi, più in generale credo che ci siano state una manciata di sorprese positive, no?
Sul Festival di Sanremo ho molte critiche, e devo dire che nella filosofia sanremese tre cantautori ai primi tre posti devo dire che è un falso storico, una bugia. Non c’è credibilità nel criterio di votazione sanremese, non può essere che quello che stava primo poi si ritrova ottavo o viceversa. Vorrei un festival sul modello di quelli per il Cinema, dove c’è una selezione e poi una giuria. Così non c’è credibilità nel voto della stampa. È stato fatto tutto con molta furbizia: in questo festival c’erano i cantautori, la canzone melodica, i rapper – trapper annacquati. Quest’anno poi il quotidiano d’Abruzzo ‘Il Centro’, mi ha chiesto di seguire il festival e scrivere un articolo e quindi l’ho seguito tutte le sere. Ma il mio vuol essere un discorso più generale sul modo in cui viene utilizzato il concetto di vittoria nella musica. Anche per quanto riguarda le Targhe Tenco quanti giurati siete, 300? E riuscite a sentire tutti i brani? Credo che sia difficile se non impossibile.
Ritornando su Sanremo di quest’anno, invece, lasciami dire che sono credibili Cristicchi, Lucio Corsi, Olly, Brunori Sas, che cito per ultimo perché è quello che più rappresenta in questo momento la canzone del cantautore un po’ come è partita la canzone d’autore. Lucio Corsi e anche Cristicchi rappresentano quel tipo di impegno. Olly ha scritto una bella canzone, Lucio ha scritto una bella canzone, così come Brunori Sas con L’albero delle noci, un brano che rispecchia di più i canoni della canzone d’autore. Il “cantautore” è diverso da chi fa canzoni d’autore e, aggiungo, non tutti i cantautori fanno canzone d’autore. A riprova di quanto sto dicendo oggi nel novero dei cantautori ci mettono pure chi scrive il pezzo con altri 5 autori e se la canta. Quello non è un cantautore, è uno che ha scritto la canzone insieme ad altri e poi se la interpreta pure. Il cantautore vero nell’accezione con la quale io sono nato e cresciuto, è quello che rappresenta il tempo che vive, e lo fa attraverso il suo impegno, la sua testimonianza. Essere cantautore non è solo scrivere una bella canzone e cantarla. In questo contesto, tra i nomi che ho citato, Dario Brunori è quello che rappresenta per me di più la figura del cantautore.
Ti ho già fatto due domande “scontate” in questo incontro, ma non posso esimermi dalla terza: nuovi progetti per il futuro?
Al momento ho un sogno che nasce dal lavoro di un fonico, Fofo Bianchi, che non ha mai buttato le musicassette che registravamo ogni sera durante i concerti. Suo figlio ha uno studio di mastering e Fofo l’anno scorso mi ha mandato le registrazioni di sei/sette canzoni registrate nel tour del 1985, masterizzate dal figlio. Due lo ho messe nel disco. Le ho riascoltate e mi è piaciuto il suono che mi arrivava, c’era un’energia che mi ha convinto a rimetterci mano. Più che un progetto futuro voglio che sia una specie di auto gratificazione. Spero che entro Natale si riesca a far uscire questi brani relativi al tour del 1985 solo in digitale. Oltre al lavoro di Fofo Bianchi che ti dicevo, mi sono ritrovato anche le mie cassette di quel tour storico, quindi materiale ne ho. Come bonus track rivisiterò la canzone Buona fortuna, perché è il quarantennale.
Salutiamo Locasciulli non prima di averlo ringraziato per il tempo dedicato e per quel suo modo diretto di formulare le risposte. Nel finale ci parlava di questa chicca che uscirà per Natale, una testimonianza di quel che fu quel famoso suo tour del 1985, ma nel frattempo abbiamo tra le mani un disco nuovo da gustare brano per brano che celebra in maniera più completa la sua lunga carriera artistica. Come tutti gli artisti viscerali, Mimmo però va visto in concerto. Ha un calendario in aggiornamento e se potete non perdetevi un suo live. Perché Dove lo sguardo di perde, sentirete ancora le sue mani sul pianoforte e quella sua voce unica e inconfondibile.

Tracklist di “Dove lo sguardo si perde”, disponibile in digitale, in cd e prossimamente in vinile:
1- L’amore dov’è (Mimmo Locasciulli – Matteo Locasciulli)
2- Idra (Mimmo Locasciulli)
3- Tutto bene (Mimmo Locasciulli – Greg Cohen)
4- Benvenuta (Mimmo Locasciulli)
5- Dicembre (Mimmo Locasciulli)
6- La faccia delle altre persone (Mimmo Locasciulli)
7- Anna di Francia (Mimmo Locasciulli – Guido Elle)
8- Cercami (Mimmo Locasciulli))
9- Il silenzio del mare (Mimmo Locasciulli)
10- Cara Lucia (Mimmo Locasciulli)
11- Odor di maggio (Mimmo Locasciulli)
12- quello che ci resta (Mimmo Locasciulli)
13- L’amore dov’è (feat. Quartetto Pessoa)
Il tour ‘DOVE LO SGUARDO SI PERDE 2025’ (calendario in definizione) per info: Hobomusic@gmail.com

Mimmo Locasciulli
https://www.facebook.com/MimmoLocasciulli/
https://www.instagram.com/mimmo_locasciulli/
https://www.youtube.com/user/HoboRecords#p/u
linktr.ee/mimmolocasciulli
