Valentina Luporini è un’attrice, drammaturga e regista teatrale nata a Viareggio da madre, Valentina D’Agata, consulente per aziende, e padre, Sandro Luporini, pittore e co-creatore del teatro-canzone con Giorgio Gaber. Valentina studia filosofia in Italia, Belgio, Germania e Svizzera e si addottora alla Scuola Normale Superiore di Pisa nel 2024. In parallelo, studia teatro e co-fonda la compagnia Collectif Humagine a Ginevra, con la quale è adesso impegnata in varie creazioni teatrali fra cui ‘Basilico & altri rimedi’, ‘La balena 52 Hertz’ e ‘Gaber sotto le stelle’, spettacolo col quale, nel mese di febbraio, sarà impegnata in un piccolo tour in Toscana. Per l’occasione ha scambiato una lunga chiacchierata con noi sull’allontanamento e il riavvicinamento al repertorio di famiglia.

Quali sono le ragioni che ti hanno portata a realizzare uno spettacolo sul repertorio Gaber/Luporini?
Le domande sul perché si decida di fare una cosa (piuttosto che un’altra) sono, ai miei occhi, le più difficili. Ho sempre fatto fatica a capire davvero perché prendo certe decisioni nella vita, soprattutto – paradossalmente – quelle più importanti. Spesso mi si chiede perché ho smesso di fare ricerca in università per dedicarmi al teatro e l’unico barlume di risposta è questa: ad un certo punto lo volevo fare, quindi l’ho fatto. Nel caso di ‘Gaber sotto le stelle’ la situazione è simile. Credo che sia così quando si tratta di esigenze, di bisogni vitali. Portare in scena il repertorio di famiglia è, per me, una di queste necessità. L’occasione fu offerta da un’amica, Elena Panzera, che mi chiese di portare uno spettacolo nello spazio del suo compagno, un luogo meraviglioso a Lido di Camaiore (LU). In quel momento non avevo nulla in italiano, volevo provare ad andare in scena da sola e avevo solo qualche mese per realizzare tutto. La necessità intima di proporre il repertorio Gaber-Luporini si è sposata con quella pratica legata alla richiesta di Elena. L’anteprima di ‘Gaber sotto le stelle’ ebbe luogo all’Hotel Club i Pini il 10 agosto 2024, la notte di San Lorenzo: la notte in cui cadono le stelle; la notte in cui si esprimono desideri, la notte in cui, ogni tanto, si avverano pure!
Qual è stato il percorso di realizzazione artistica?
Come per tutte le mie creazioni ho la fortuna di avere il sostegno della compagnia (Collectif Humagine). In particolare, per ‘Gaber sotto le stelle’ devo ringraziare Rose Marie Gatta e Jolan Van Beek per l’occhio esterno nella prima fase di creazione. Prima di dire però quale sia stato il percorso di realizzazione, vorrei dire come è stato: lungo, lunghissimo. Forse, in un certo senso, non è mai iniziato e mai finito. ‘Gaber sotto le stelle’ rappresenta un traguardo provvisorio, l’incarnazione momentanea del mio confronto artistico e personale con il repertorio Gaber-Luporini, che inizia con una bambina che fa smorfie allo specchio imitando goffamente Giorgio e che balla come una pazza sulle note di La realtà è un uccello. Poi la bambina diventa l’adolescente che canta, chitarra alla mano, in occasioni sporadiche. Soltanto poco tempo fa, la ragazza, diventata ormai adulta, approda a teatro.

Il motivo di questa lunghezza è probabilmente da cercare nella risposta alla prima domanda: quale è stato il percorso di realizzazione artistica di ‘Gaber sotto le stelle’? Come dico spesso, per portare in scena il repertorio, o meglio, la mia versione del repertorio, ho dovuto allontanarmi, crescere, trovare il mio modo di fare teatro. La mia famiglia è artisticamente ingombrante e allontanarmi è stato l’unico modo per tornare verso ciò che conoscevo da sempre, ma con altri occhi: i miei. In questo modo ha iniziato a configurarsi uno spettacolo con influenze eterogenee: al cantautorato classico chitarra-voce ho associato strumenti di altre culture come il pandeiro e la darabouka; ho iniziato a riflettere su come mettere in gioco una dimensione interattiva, dove il pubblico contribuisce allo spettacolo in maniera attiva tramite rituali collettivi; ho inserito la musica elettronica, il bilinguismo italo-francese e, addirittura, la musica trap.
Un bel mix di suoni, atmosfere, linguaggi…
Però ad un certo punto, essendomi allontanata molto, mi sono sentita pronta e allora sono tornata, sorridendo. Giorgio e Sandro lo dicevano dell’amore, ma lo si potrebbe dire anche del teatro – che poi forse sono quasi la stessa cosa: “per credere all’amore davvero / bisogna spesso andarsene lontano / e ridere di noi come da un aeroplano”. L’ultimissima tappa di questo lungo percorso è stata riconoscere un filo conduttore capace di tenere insieme tutta la creazione (e per questo mi fa piacere ringraziare Marta Ester Quaglierini e te, per aver discusso con me di questo punto), ovvero l’idea di raccontare la storia di un individuo, dalla sua nascita alla sua morte; un uomo che rinasce che (ri)muore.

Oggi è sempre più consueto imbattersi in tributi ai grandi cantautori del passato che spesso puntano tanto sulla dimensione mimetica. Cantanti che assomigliano – fisicamente e vocalmente – agli artisti tributati, arrangiamenti fedelmente ricreati ecc. Il repertorio che proponi in questo caso non è esente dal subire questo genere di elaborazione. In che rapporto ti poni rispetto a queste pratiche? Che significato hanno per te?
Non sono una grande appassionata dei tributi. Così come non sono appassionata di storia, mi annoia. Nel tempo ho visto tanti artisti portare in scena il repertorio Gaber-Luporini. Alcuni di loro, devo ammettere, mi hanno sorpreso proprio perché, a mio avviso, superavano il concetto stesso di tributo. Parlo ad esempio di Paola Turci, a cui mi sono ispirata molto (per non dire che l’ho copiata spudoratamente nella versione che porto in scena di C’è un’aria). Un altro fu Ligabue. Non sono una fan di Ligabue ma rimasi impressionata dalla sua operazione al Festival Gaber del 2003: rese Qualcuno era comunista” un pezzo di Ligabue. Era diventato talmente suo che un ignaro del teatro-canzone glielo avrebbe attribuito senza riserve. Questa, per me, è identità artistica e penso che sia l’unica qualità che consente di creare una ripresa che possegga tutta la dignità per diventare reale tributo.

Per quanto mi riguarda affermerò qualcosa che, preso in senso assoluto, può sembrare strano: ho una grande fortuna: sono una donna. Per forza di cose quindi, malgrado le smorfie allo specchio da piccola, non sembro Giorgio. E questo aiuta parecchio perché è difficile staccare il repertorio da chi lo incarna. È pazzesco, a volte mi trovo a provare pezzi del repertorio e mi accorgo quanto sia difficile cambiare quella nota particolare che faceva lui, quell’intonazione, quella cadenza. Insomma, l’esercizio è complesso. Soprattutto per chi ci è cresciuto dentro. Ciononostante, la mia soluzione è stata quella che ho detto prima: andare via per poi tornare. E questo argina il pericolo della mimesi.
Il tuo lavoro in questo spettacolo si distingue proprio perché fugge ogni rischio di “effetto nostalgia” e legge alcune perle del repertorio Gaber-Luporini in chiave attualizzante. A proposito di attualizzazione, se la loro “generazione ha perso”, come vedi la tua?
Questa domanda mi fa pensare ad una vicenda specifica. 2011, Piccolo Teatro Strehler di Milano, vado con la famiglia a vedere lo spettacolo di Luca e Paolo, ‘Non contate su di noi’. In una sorta di ripresa ironica del pezzo di Gaber-Luporini i due dicono: “la vostra generazione ha perso, ma la nostra non ha nemmeno sfiorato il pallone”. Alla fine dello spettacolo mio cugino Lorenzo Luporini, nipote di Gaber – sì, per uno scherzo del destino come sai le famiglie Gaber e Luporini si sono imparentate! –, mi fa una domanda che suona più o meno così: “Noi che vogliamo fare? Lo calciamo ‘sto pallone?”. Lì per lì non capii la portata della sua scaltra osservazione e rimasi pensosa. Riflettendo adesso direi che, continuando e estendendo la metafora calcistica, la mia generazione ha ereditato un campo da gioco alla fine del primo tempo. Un mite pareggio. Poi però, al fischio d’inizio del secondo, si è trovata davanti a una partita molto più complessa e, sotto certi aspetti, persino catastrofica. È lì che iniziano a emergere gli errori del primo tempo, la sottovalutazione del rischio.

E oggettivamente i risultati sono sotto gli occhi di tutti…
Siamo la generazione del crollo delle certezze: sicuramente economiche, forse anche etiche. Non dico che sia necessariamente un male, perché spesso quando qualcosa crolla, qualcos’altro rinasce. Credo che la mia generazione abbia adottato un approccio più pragmatico, meno romanticizzato e quindi, in un certo senso, meno fallimentare rispetto a quello di chi ha creduto nei grandi ideali politici. Un approccio che, ad essere onesta, non mi sento neanche di demonizzare come fanno in tanti, soprattutto delle generazioni precedenti. Il rischio reale, però, è quello del dribbling in solitaria, che di solito innervosisce tutti: la squadra, l’allenatore, i tifosi. Come dico in una delle mie riprese del repertorio: “siamo due memorie in un corpo solo”. C’è il primo tempo dei nostri genitori, e poi ci siamo noi a giocare il secondo, ma ognuno gioca per sé. Il corpo è uno solo ma è, soprattutto – appunto – solo. Mi sono lasciata prendere la mano perché sono una grande fan del calcio, tifo (ahimè) Fiorentina.
La produzione Gaber-Luporini ha, forse, come elemento centrale di poetica, il dubbio; la capacità di discutere tutto, di non dare mai nulla per scontato e, soprattutto la volontà di discutere tanto anche le posizioni più progressiste, rivelando che spesso dietro alle bandiere del cambiamento si trovano solo nuovi conformisti, nuove mode. Tu oggi intravedi degli eredi nel campo del teatro o della canzone, di questa poetica del dubbio? Pensi che ce ne sia bisogno?
Non vivo in Italia e, anche se può sembrare strano dato che ormai c’è molta omologazione, le cose in alcune parti dell’estero sono diverse. Posso quindi parlare di quello che vedo riguardo agli eredi del teatro nel luogo in cui vivo. A Ginevra sono i giovani, perché i giovani fanno teatro e vanno a teatro e, contrariamente alla tendenza che vedo in Italia, ce ne sono tantissimi. I giovani a teatro portano tanta leggerezza. C’è la presa in giro, c’è tanto gioco, seppur trattando di dinamiche serissime. In questo modo il dubbio è celebrato perché niente viene mai risolto in una tesi definitiva e lo spazio resta aperto, abitabile.

Il dubbio di Gaber-Luporini mi è sempre sembrato un dubbio in qualche modo più serio. Penso sia, anche questo, un fatto generazionale, o quanto meno lo specchio di una generazione che “voleva davvero cambiare le cose”. Quanto a me, ho studiato filosofia, la culla del dubbio, ma sono comunque portata all’azione. Il dubbio persiste ma non lo sento un mostro sacro come l’hanno, a mio avviso, percepito Giorgio e Sandro. In una conversazione scherzosa ma profondamente polemica che avviene spesso fra me e Sandro, lui mi dice: “Tu fai, agisci, poi – forse – pensi”. Io rispondo: “sì, tu pensi, pensi, pensi e poi non fai mai un ca***”. Ecco, non è vero, è uno scherzo. Sandro ha fatto eccome. Ma la mia risposta cela la mia paura: quella che il dubbio porti all’immobilismo. O forse infondo la solo spiegazione adeguata è da cercare in una scienza suprema, l’astrologia: io sono Ariete, lui è Cancro. Io sfondo le porte con la testa, lui nuota in acqua e riflette. Anche questo dell’astrologia è uno scherzo. O forse no? Spazio al dubbio.

Cosa ti porti nei tuoi lavori teatrali della poetica di Gaber-Luporini?
Mi piace separare i due artisti perché mi aiuta a fare chiarezza, anche se poi ciò che è stato messo in scena — e che è diventato il teatro-canzone — è il risultato di una fusione in cui le sensibilità artistiche di Giorgio e Sandro sono diventate inscindibili, quasi come se due individui avessero generato un’unica entità, ancora più potente. Provando comunque a operare questa separazione, direi che da Gaber vorrei aver assorbito il ritmo, la sua musica interna, i monologhi incalzanti, i silenzi tesi. Non so se ci riesco davvero; spero in qualche modo di sì, anche se è una materia difficilissima da imparare. Lui era un genio: ce l’aveva dentro, non gliel’ha insegnata nessuno. Ed è, quindi, un miracolo. Ciò che invece mi porto dietro di Luporini è più difficile da definire, perché la risposta si intreccia con qualcosa di genetico. In ogni caso, vorrei portare con me la sua onestà intellettuale: sapere cosa vuoi dire e dirlo, anche quando è scomodo. Sandro è così. Non so se davvero ci riesco, ma è questo che vorrei portare nei miei lavori.
Senza fare troppi spoiler, si può dire che questo spettacolo che porterai in giro non è esattamente un mastodontico “Best of”, ma piuttosto una raffinata e distillata selezione di brani. Ti piacerebbe realizzare un ‘Volume II’ di ‘Gaber sotto le stelle’? Il confronto con il repertorio di famiglia lo senti completato o senti il bisogno di aggiungere altro?
Si è soliti dire: mai dire mai. Io sono solita dire: no. Sento che ‘Gaber sotto le stelle’ sarà l’unico mio spettacolo dedicato al teatro-canzone di Gaber-Luporini. Questo non vuol dire che la mia ripresa del repertorio sia conclusa. Come dicevo, si tratta di un percorso senza inizio e senza fine. Sono sicura che ‘Gaber sotto le stelle’ sarà ancora ripreso, rivisto, modificato, approfondito. Questo avverrà inevitabilmente con il tempo perché uno spettacolo teatrale è un essere vivente: una creatura in perenne evoluzione.

07 FEBBRAIO ore 21.00 | Teatro Vertigo, LIVORNO
08 FEBBRAIO ore 17:00 | Teatro Vertigo, LIVORNO
14 FEBBRAIO ore 21.15 | Fuoricentro Spazio Teatro | LUCCA
15 FEBBRAIO ore 17.15 | Teatro Ordigno | VADA (LI)
Valentina Luporini
