Sono da oltre trent’anni “sulla cresta dell’onta”: gli Skiantos tornano con un nuovo album dal titolo Dio ci deve delle spiegazioni. Pionieri del rock demenziale di cui sono stati indiscussi capostipite per sei lustri, eccolinel 2009 con un album socialmente impegnato. Provocazione? Cialtroneria? O rivoluzione? Ne abbiamo parlato con Fabio Dandy Bestia Testoni, storico fondatore, insieme a Roberto Freak Antoni, del gruppo bolognese.
Cominciamo subito col parlare dal vostro ultimo disco. Nel 1987 il
vostro motto, nonché titolo di un fortunato album, era “non c’è gusto in Italia
ad essere intelligenti”. Adesso, nel 2009, c’è
gusto a essere intelligenti o ha più senso essere demenziali? Secondo me c’è sempre meno gusto
ad essere intelligenti in Italia. Naturalmente la mia è una provocazione.
Comunque noi ci proviamo lo stesso ad essere intelligenti ma soprattutto dementi.
Però il disco nuovo già dal titolo si preannuncia diverso nel senso che sui
grandi temi del sociale – che non abbiamo mai toccato prima – nel disco nuovo
li abbiamo toccati più o meno tutti, dall’attualità alla cronaca ed è la prima
volta perché non lo abbiamo mai fatto prima. Ovvero ha più senso essere intelligenti…Certo, ha più senso esserlo o
almeno provarci. Siete i primi e i massimi esponenti del rock demenziale in Italia. Ci
sono dei compagni di strada, musicisti che avete individuato o che riconoscete come
tali? Ne abbiamo avuto parecchi di
compagni di strada, anche non proprio riconducibili al rock demenziale. Intendo
cantautori demenziali: ricordo un Vasco
(Rossi, ndr) agli inizi della carriera che in un’intervista rilasciata a
l’Espresso – l’ho conservata ed incorniciata – dice “Gli Skiantos a metà anni settanta hanno
aperto delle porte attraverso le quali sono poi passato io”. In effetti alcune
canzoni sue degli inizi come Fegato
spappolato o I bambini dell’asilo,
erano molto sul genere Skiantos. E poi ovviamente Elio e le Storie Tese. E poi c’è anche Luca Carboni…(ridiamo, ndr) Luca diceva “Se ce l’hanno fatta gli Skiantos ce la posso fare
anch’io”… ogni tanto lo vediamo, abbiamo
anche lavorato insieme. Era un vostro vezzo dire che non sapevate suonare o era vero? Ovviamente non era vero.
Piuttosto la verità è che ci piaceva
spacciarci per cialtroni, faceva parte del personaggio. In realtà non provavamo
mai prima di un concerto e quindi la performance risultava un po’ mediocre all’inizio.
Ma quando entravamo nel vivo, si vedeva poi che sapevamo suonare, solo che
pareva tutto un po’ improvvisato. Quali erano i vostri riferimenti musicali degli inizi? Soprattutto il punk. Ero appena
tornato dall’Inghilterra nel ’76 dove avevo visto suonare i Sex Pistols dal vivo per i quali mi ero
preso una cotta pazzesca, bestiale. Nei primi due nostri dischi si avverte decisamente
questa influenza. Ma più che punk, noi siamo stati il primo gruppo italiano di
rock duro. Però è anche vero che, prima di un vostro concerto – se non mi ricordo
male a Milano nel 1978 – avevate diffuso
un comunicato stampa nel quale dicevate “non siamo punk, siamo rock demenziale”.
Quindi questo termine l’avete inventato voi…Senza dubbio l’etichetta
l’abbiamo inventata noi. Facemmo un comunicato per correggere il tiro perché
non eravamo proprio punk. I nostri riferimenti erano anche altri: Jimi Hendrix, i Beatles, gli Stones e i Led Zeppelin soprattutto. Quindi in un certo senso possiamo dire che siete stati precursori di un
certo tipo marketing della musica…Questo è abbastanza vero. Ma la
vera novità stava nel nostro essere il primo gruppo che faceva rock violento in
italiano e questo non era mai successo prima. E poi la chiave di volta fu il fatto che ci esprimevamo con uno slang
giovanile, e anche lì siamo stati i primi. Un gergo che ha superato le barriere del tempo e che sopravvive ancora
oggi. Da questo punto di vista come vedi
i giovani e la musica attuale? I giovani mi sembrano molto
interessanti: mi piacciono gli Afterhours,
i Subsonica, Daniele Silvestri. In campo musicale c’è molto fermento in questo
momento. Nel vostro ultimo album affrontate temi di attualità per la prima
volta. Come siete arrivati a questo risultato? Perché ci sembrava giusto farlo.
Ci siamo sempre tenuti lontani da questi temi
per il timore di far invecchiare in fretta le cose, se parli della cronaca poi quando ci scrivi
sopra una canzone questa diventa già vecchia e superata dagli eventi. Però
questa volta l’abbiamo fatto perché ci è sembrato giusto farlo visti i tempi
che corrono. Ma in “Dio ci deve delle spiegazioni” ci sono anche pezzi molto
ironici in puro stile Skiantos. Quali sono gli argomenti su cui secondo te ha più senso intervenire e
dire la propria in questo momento storico? La politica ma anche altri temi: l’immigrazione,
il nostro rapporto con l’arte – che affrontiamo in maniera molto provocatoria
in Merda d’artista dedicata a Piero Manzoni. Abbiamo anche scritto
una canzone d’amore, Tu tremi. Testa di pazzo è invece una canzone
autobiografica… Insomma è un album ricco di tante cose, secondo me è un disco
molto bello… mi lodo da solo… (ridiamo, ndr).
E’ uno dei dischi nostri più pensati. Ci abbiamo messo nove mesi, mix compreso…
Ho visto tuoi concerti davanti a migliaia di persone ma anche davanti a
1015 persone (cinema di Arcore seconda metà anni ottanta): quali i
momenti migliori e quelli meno della tua carriera con gli Skiantos? Uno dei momenti più belli è stato
quando abbiamo festeggiato il nostro venticinquennale insieme a molti altri
artisti (Rettore, i Righeira, Vito) che sono venuti a Bologna a farci la festa. Ci siamo
divertiti molto. C’era un pubblico numerosissimo ed è stato una delle migliori
performance che gli Skiantos abbiano fatto. E poi il “Bologna Rock Festival”
del 1979. A questo proposito, proprio sulla vostra esibizione al “Bologna Rock
Festival” esistono molti aneddoti, dei quali non si sa poi cosa sia vero e cosa
leggenda, a meno di non essere stati presenti… Raccontaci la tua versione. In quell’occasione mettemmo in
scena una performance dada, anzi no, direi più futurista. Ci presentammo sul
palco ed invece di suonare ci facemmo da mangiare: avevamo a disposizione una
cucina economica, delle pentole. Poi sarebbe seguito il concerto vero e proprio
ma la gente tirò talmente tanta roba sul palco, anche roba pericolosa che i
fonici si trovarono costretti a staccare tutto per evitare un corto circuito. Quindi noi non suonammo in
realtà. Ma la cosa più assurda che ci è successa è stato quando nel corso di un
concerto al Palasport di Bologna vennero i carabinieri ad arrestarci per
vilipendio all’arma. Tutto nacque da un equivoco mentre eseguivamo Karabigniere blues: durante il
ritornello mentre cantavamo «karabigniere bigniere bigniere blues», le forze
dell’ordine scambiarono blues per «puah». Da qui l’accusa di vilipendio
all’arma. Io mi tirai subito indietro dato che avevo scritto solo la musica
quindi dissi: «Prendete lui (Freak Antoni) perché il testo è suo. Io ho scritto
solo la musica». Ovviamente poi Freak venne rilasciato non appena la polizia
ebbe modo di leggere il testo. A proposito di Freak, correva voce che intorno alla fine degli anni settanta
Roberto stesse vivendo il suo periodo viola, ovvero che viveva in una casa
dalle pareti completamente tinte di quel colore. Era vero o anche questa è
leggenda metropolitana? Non era vero. Non c’era niente di
viola. O almeno io non me lo ricordo (ride, ndr). Secondo te di che colore è il periodo che stiamo vivendo? E soprattutto
era più demenziale l’Italia del ‘78 o quella del 2009? Il ‘78 era multicolore, era un
arcobaleno pazzesco, diversamente da chi pensa a quel periodo come agli anni di
piombo. La violenza, il terrorismo coinvolgevano solo una piccola parte dei
giovani, quelli che poi hanno rovinato tutto. Ma dal punto di vista creativo fu
un periodo grandioso in tutti i campi, basti pensare ad Andrea Pazienza e a Filippo
Scozzari, al teatro. Io stesso avevo l’impressione e la sensazione che fosse possibile fare
tutto. Adesso tendiamo più al marroncino…Cosa è rimasto di quel periodo nella cultura musicale di oggi? E’ rimasto molto. Facciamo
concerti davanti a ragazzini di 18-20 anni. Possiamo dire che con la nostra
musica siamo riusciti a tirare dentro due generazioni. Da una parte può
sembrare che non sia successo granché da allora ad oggi se ancora vanno di moda
queste cose. Ma sono convinto che quando un progetto è buono, quello è un
progetto che resta. Johnny Rotten ha partecipato ad un reality in Inghilterra. Secondo te
Freak potrebbe mai partecipare? O tu anche…No, no io non ci penso neanche.
Se lo facesse Freak, potrebbe essere
divertente e valere davvero la pena: io perlomeno lo guarderei e sarebbe la
prima volta che vedrei queste vaccate colossali…
Skiantos
http://www.skiantos.com
