Incontriamo il cantautore romano, fresco di un nuovo contratto discografico che gli ha permesso di proporre, in un clima di libertà artistica e serenità personale, il nuovo lavoro Solo un uomo, un disco di grande profondità che potrebbe dargli quei riconoscimenti della critica che mancano dai tempi degli esordi. Odore di Tenco? Chissà, ecco intanto il punto della situazione sul suo percorso artistico.
“Solo un uomo” è un album raro, prezioso, di quelli che magari riescono
una volta sola nella vita di un artista, lo avevi detto che saresti ritornato
con canzoni nuove solo quando avessi avuto materiale di grande qualità, come
sei arrivato al suo concepimento? Questo disco è irripetibile ed
unico in quanto tutte le coincidenze temporali ed esperienziali che sono
avvenute e che sono la causa o alla base della nascita dello stesso non capiteranno
più. Questo posso dirlo con certezza perché è la cesura della prima parte della
vita con la seconda, sono di fronte ad un giro di boa fondamentale, che
professionalmente si esplicita con la fine di un ciclo rappresentato
simbolicamente dalla chiusura di un contratto con la casa discografica
precedente, e non lo dico solo da un punto di vista tecnico ma anche da un lato
complessivo di certezze professionali e di vita. Quando ho chiuso il mio
rapporto discografico precedente era il 2006 e ho firmato con la Universal solo
pochi mesi fa, quindi quando ho concepito “Solo un uomo” ero senza contratto,
Universal ha sentito i pezzi e devo dire onore e merito a loro che hanno deciso di accordare al disco,
indipendentemente dal fatto che fosse stato concepito lontano dall’interazione
con loro, la fiducia che è sfociata nella pubblicazione. Le canzoni sono nate
in questo clima d’incertezza, anche rispetto alla loro pubblicazione, ciò le
rende particolarmente libere, inoltre, il fatto che io abbia compiuto
quarant’anni e sia da poco diventato genitore per la prima volta, fa si che
alcune incertezze tu sia costretto a raddrizzarle in qualche modo, a operare definitivamente
una scelta e nelle canzoni c’è questa evidente presa di posizione, anche nei
confronti del pubblico, come dire: io sto qua, questo è ciò che mi sento di
dire e quello che ho voluto realizzare, tu, che ascolti, sarai magari in
disaccordo ma il dialogo, qualunque esso sia, sarà più chiaro tra di noi. Su questo aspetto c’è un bel passaggio, mi pare in Nella mia fortuna. Sì, è in quella canzone e dice
più o meno che c’è rispetto nei vostri confronti però sgombriamo il campo da ogni
dubbio. I testi hanno un ruolo determinante nell’economia del disco, sono
importanti, ritraggono un uomo nell’età in cui si iniziano a sommare gli
addendi della vita, con i loro segni più e meno, nell’ansia e nella speranza di
non avere un totale in rosso. Stai facendo i conti con te stesso? Per questo lo
ritieni l’album della maturità? Da una parte concordo che è un
album maturo in quanto sono diversi anni che faccio questo mestiere, quindi,
essendo questo l’ultimo prodotto in ordine temporale, banalmente dovrebbe
essere il più maturo, in realtà gli riconosco una consapevolezza ed un’irruenza,
nel modo di averlo scritto e realizzato, che lo rende in qualche modo più “giovane”
rispetto ad altri fatti ultimamente, tanto che quasi lo fa assomigliare al
primo disco, pur senza avere quell’ingenuità. Chiaramente mi riferisco ad
un’irruenza che mi contraddistingue, con il mio linguaggio da persona non
aggressiva nella vita, non avrà pertanto la foga che può avere l’urgenza punk,
per capirci. Dal punto di vista del mio linguaggio è più ruvido, tutte le
esecuzioni sono state fatte in maniera casalinga, non nel senso deteriore del
termine, proprio con una condizione ambientale il meno formale possibile,
cercando di non allontanarsi dal calore originario dell’ispirazione, di quel
momento magico durante il quale la canzone è nata. Spesso i dischi sono la
bella copia dei provini e questo è come se fosse un provino generato da una
voglia di catturare la prima emozione rispetto a ciò che volevo dire, infatti,
nell’arte c’è il rischio che la scrittura immediata sia più forte pero anche
meno leggibile, un po’ come quando scrivi di corsa e devi ricopiare per mettere
ordine, inevitabilmente perdi in freschezza perché vai ad imbellettare il tuo
lavoro. Oggi la tecnologia, negli studi di registrazione, fa sì che tu possa,
se vuoi, rendere il provino di una qualità talmente buona da utilizzarlo per la
stampa finale. Stilisticamente il tuo nuovo lavoro mi trasmette suggestioni di Nick
Drake, Sufjan Stevens ma anche di Lucio Battisti, sarà per le atmosfere nel caso
dei primi due e per certi passaggi vocali e soluzioni melodiche nel secondo, ti
ritrovi? Mi fa piacere che tu abbia colto
questi aspetti, infatti, ciò fa parte di quella scelta di campo di cui
accennavo prima, senza dubbio stiamo parlando della tradizione del cantautorato
folk americano dove quando parlo di folk intendo un’interpretazione moderna che
è contaminata da jazz, blues, country e rock. Un chiaro esempio di quello che stai dicendo mi pare sia La mia fortuna che in fatto di scrittura
va molto in quella direzione, non credi? Sì, quell’arrangiamento, un po’
roots, è da ricondurre a certe cose di Tom
Petty però, come hai detto tu, gli epigoni di questo cantautorato
rispondono appunto ai nomi di Sufjan
Stevens, Andrew Bird, e molti
altri. Questa è la musica che ascolto di più ed è quindi automatico che abbia
questo retaggio e trovi lì fonte d’ispirazione; in Italia ciò accade un poco di
meno, come tradizione, indubbiamente il Battisti
dell’epoca di mezzo ha tutto quell’insieme di sperimentazione musicale, quelle
code strumentali, gli arrangiamenti molto liberi, un po’ di funk sotto nella
ritmica però con grande musicalità, sicuramente è il riferimento che sento più
vicino, l’ho respirato, mio padre ha lavorato alla Numero Uno, viveva al dosso
a Molteno, dove stavano anche Mogol
e Battisti, quell’atmosfera degli anni
’70 la sento profondamente mia e quindi quei riferimenti nel mio lavoro di
quell’epoca non sono delle operazioni nostalgiche e vintage ma credo siano
molto giustificate dalle influenze giovanili. Sotto l’aspetto degli arrangiamenti tu spazi molto, mi interessava
capire perché vai da quella specie di suite di Attesa ed inaspettata con quella coda molto lunga, bellissima ma
anche quel crescendo di Parti di me che
dopo una partenza acustica e leggera finisce in modo grandioso. Ti è servita e
ti ha influenzato l’esperienza fatta con “Violenza 124”? Tantissimo. Hai citato Parti di me che è il pezzo che suono
insieme a Mokadelic che è questo
gruppo di Roma di post-rock che avevo conosciuto ascoltandoli suonare e con cui
ho suonato le tastiere per un anno e mezzo ed insieme abbiamo fatto la colonna
sonora del film di Salvatores “Come Dio comanda”. Hanno un linguaggio
tipicamente ipnotico supportato da grosse suite psichedeliche, come appunto
quella della coda di Parti di me e
loro sono anche nel progetto “Violenza 124” che non avendo parole è stato tutto
una sperimentazione musicale attraverso l’unione di linguaggi musicali diversi,
da qui quello spirito si è riversato in parte nelle canzoni, ovviamente, ciò
che ritenevo omogeneo alla forma canzone e comunque parti strumentali usate
anche per rendere più leggero il distacco dalle parole di una canzone e
preparare all’ascolto di un nuovo testo, un po’ come fa, tirandolo di nuovo in
ballo, Sufjans Stevens il quale tra un brano e l’altro inserisce frequentemente
brani strumentali. Vorrei parlare del video collegato al singolo Solo un uomo. E’ molto bello, coinvolgente, trasferisce una suspense
notevole, quasi un’angoscia, c’è questo uomo che deve attraversare sopra un
filo il precipizio tra un grattacielo ad un altro, mentre tu ti concentri e partecipi
da un ufficio con la mente, quasi a trasferire l’energia perché lui ce la
faccia nella sua impresa. Che relazione c’è tra te e questo uomo? Da dove viene
e dove sta andando? Quale è il tuo ruolo? Il video è una forma espressiva
di supporto alle canzoni che io non amo molto ma questo mi piace parecchio, sai
un conto è fare un video su un pezzo dei Chemical
Brothers o dei Daft Punk, non
c’è testo, c’è una successione musicale ed il video può essere una forma d’arte
a prescindere, mentre la canzone ha già tante immagini al punto che sovrapporne
altre non mi pare essenziale. In questo caso ecco la metafora dell’uomo sul
filo, tutte le sue esitazioni, le ansie ma anche le sue gioie che trova alla
fine del percorso, è un po’ il senso della canzone, l’uomo che deve saper stare
in equilibrio tra tutte le sue porcherie ed i suoi gesti eroici, quindi è ovvio
che sia emozionante ed intenso perché parla lo stesso linguaggio della canzone e
comunque lo trovo aereo e lucente: “solo un uomo” non significa “solo” nel senso della solitudine
neppure “è solo un poveraccio”, è meravigliosamente solo un uomo, è un universo
a forma di persona, è qualche cosa di più. Condivido il messaggio positivo, infatti, ad un primo ascolto il disco
mi aveva lasciato una sensazione circa un approccio pessimistico alla vita,
cosa che invece ad una lettura attenta dei testi e del clima complessivamente
di speranza che comunque le canzoni trasferiscono mi ha fatto rapidamente
ricredere. Forse mi avevano sviato anche le due ultime canzoni che affrontano
il tema dello stato di salute del pianeta e della nostra società, qui l’analisi
è abbastanza impietosa o sbaglio? Purtroppo è così, io provo un profondo
imbarazzo e non sono l’unico, ognuno lo rappresenta a modo suo, chi nelle
conversazioni a cena, chi cerca di dimenticarselo guardando una partita di
pallone, c’è chi scrive ed inevitabilmente finisce per trasferirlo in quello
che fa. È vero che il disco è diviso in due, da un lato il calore che mi deriva
all’interno delle mura domestiche con le persone che amo e che mi danno gioia
infinita e le persone che incontro quando esco di casa in poi e che non
necessariamente mi danno lo stesso motivo di conforto in quanto l’essere umano
medio è permeato di valori rispetto ai quali mi sento profondamente estraneo.
Viviamo sia nei rapporti umani che nella politica una forma di appiattimento ed
omologazione di linguaggio e comportamento, carica di superficialità,
approssimazione e distorsione dell’evidenza dei fatti che è pericolosissima. Ad
esempio ci istigano alla paura della differenza senza permetterci di capire che
nella differenza delle culture sta il valore che genera la capacità di sviluppo
della società. Se ci fai caso il linguaggio del politico è uguale a quello
dell’uomo di spettacolo che fa la parodia del calciatore che fa la parodia di
qualcun altro. La visione che hai dello stato della Pianeta Terra, che mi pare emerga
da Questo Pianeta, non sembra
particolarmente edificante, che ne pensi? Non mi pare migliore il tuo giudizio
sulla qualità complessiva di vita nel nostro paese, usi parole che fanno male
in Parole che fanno bene, scusa il
bisticcio lessicale, l’immagine che ne esce è molto deprimente, c’è speranza
secondo te di cambiare lo stato delle cose o sei pessimista sul futuro? Io per natura non sono pessimista e nemmeno mi sono mai riconosciuto in
colui che gioca socialmente, in senso vanitoso, la carta della negatività, però
se è vero che mi distanzio da quel tipo di personaggio, mi trovo a non sapere
quale possa essere il grimaldello per interrompere il meccanismo. Storicamente,
purtroppo, l’inversione di tendenza si è sempre verificata dopo eventi tragici,
quali le guerre, evidentemente non me lo auguro spero ci possa essere una
modalità diversa per cambiare lo stato delle cose. Vorrei concludere con una speranza che è anche un augurio, credo che
questo disco sia così cospicuo da poterti portare ad un riconoscimento al
Premio Tenco, ci fai un pensierino? Magari, sarebbe il coronamento di
un duro lavoro di anni, spero che la giuria se ne accorga, grazie comunque per
l’augurio.
Niccolò Fabi
