Incontrare Eugenio Finardi è un’emozione unica. Profondo, ironico, entusiasta, in un’ora di chiacchierata parla di tutto, e non solo del suo nuovo disco “Tutto”: il futuro che dà senso al passato, la musica come esplorazione, il rapporto coi figli, quello con la natura, la sua spiritualità scientifica, lo stupore davanti al quotidiano.

Prima di tutto, grazie per questa opportunità. Ho qualche anno meno di te e ho seguito tutto il tuo percorso. Qualche settimana fa ero presente alla presentazione del tuo nuovo disco “Tutto” e sentire la tua voce, al di là dei dischi, è un’emozione vera. Ci sono diversi temi che mi hanno colpita, ma quello del futuro sembra attraversare tutto il disco. Sei d’accordo?
Assolutamente sì. Il futuro è sempre stato un filo conduttore nella mia musica, anche quando parlavo del passato. Credo che non esista passato senza una proiezione nel futuro. Il tempo non è lineare: ogni scelta, ogni suono, ogni parola hanno dentro di sé qualcosa che va oltre il presente.
Ho avvertito anche un legame profondo con certe atmosfere di un tempo. Personalmente, ho sentito l’aria di una Milano che si respirava in altri anni, quella degli Area, di Battiato. Sarà che ho studiato alla Statale, quindi un po’ quell’ambiente l’ho vissuto anch’io…hai voluto ricapitolare il tuo percorso?
È bello sentirlo (ride). Sì, ci sono dei richiami. Non tanto come omaggi, ma come materia viva che ritorna. In effetti, nel disco ci sono campionamenti di brani vecchissimi, persino registrazioni degli anni ’80. Ad esempio, in Tanto tempo fa c’è una batteria registrata proprio nel 1980. Il passato diventa una forma di futuro. O meglio, il futuro dà senso al passato. Se ci pensi, il passato non sarebbe “passato” se non avessimo un’idea di futuro. È il tempo a dare valore alle cose, ma è anche il nostro sguardo verso ciò che verrà che ci permette di rileggere ciò che è stato. In questo senso, sì: questo disco è anche una specie di bilancio, una rilettura. Ma non con nostalgia. Semmai con uno slancio, un respiro che guarda avanti, anche se non sappiamo cosa ci aspetta. Poi, viviamo già nel futuro. Giusto poco fa sono tornato a casa, stavo camminando per Milano mentre parlavo con il telefono… eppure, per me è ancora una cosa incredibile. È il futuro, questo. Un futuro che condividiamo, che viviamo ora. Ed è anche per questo che dico: a noi non resta che sognare un “ulteriore” futuro, quello che verrà dopo di noi. Forse non lo vivremo, ma possiamo contribuire a crearne le basi. In questo disco c’è proprio l’immenso, c’è questa tensione verso ciò che sarà. Anche nel mio piccolo: oggi, ad esempio, mi trovavo in Cascina Merlata, in una zona nuova di Milano che prima non conoscevo. Le strade, i luoghi cambiano, si trasformano, e noi con loro. È un po’ come essere Jacques Tati in ‘Monsieur Hulot’ nel caos del traffico…

Anche i suoni del disco sembrano esprimere questa trasformazione. È come se fossero più “fluidi”, pieni di sfumature.
Esattamente. Giovanni ‘Giuvazza’ Maggiore ha fatto un lavoro meraviglioso di sound design. Oggi possiamo creare suoni che non appartengono più a uno strumento specifico: non è più solo il sax o il trombone. La tecnologia permette di creare qualcosa di nuovo, che contiene magari componenti di strumenti diversi, ma non è nessuno di essi. È come avere una tavolozza con milioni di colori: più sfumature, più possibilità. Anche artisticamente. Prima c’erano dei limiti fisici. Ora, invece, la produzione musicale è un mondo dove puoi esplorare frequenze, vibrazioni, riverberi.

In Pentitevi, ad esempio, evochi un personaggio che si aggirava per Milano, o Tanto tempo fa per me è quasi un riassunto della mia adolescenza. Eppure, non c’è nostalgia né passatismo nel tuo disco. Come riesci a mantenere questo equilibrio tra ricordo che non diventa rimpianto, tra memoria e lucidità?
È vero, è un equilibrio delicato. Hai detto una cosa bellissima: il ricordo che non diventa rimpianto. Ecco, è proprio così. Ho ricordi dolci, affettuosi, ma non idealizzo il passato. Non ho avuto un’infanzia completamente spensierata. Anche per motivi identitari: ero figlio di madre americana e padre italiano, avevo due lingue, due religioni, due visioni del mondo. Avevo due “mamme”, perché mia madre era ipovedente e avevamo una governante friulana. Tutto era doppio. L’unica cosa che era “una” era la musica. La musica è sempre stata la mia vera casa.
Una sorta di metalinguaggio universale…
Nasciamo senza conoscere una lingua, ma con la capacità di sentire la musica, di percepirla. Poi crescendo scegliamo, ci chiudiamo. “Io ascolto solo metal”, “io solo classica”, “io solo jazz”… Ma in fondo è tutto lo stesso grande linguaggio. È solo una questione di sfumature. Tornando a casa dal supermercato, avevo in cuffia una playlist fatta nel tempo con i brani che mi piacciono. Era su “riproduzione casuale”: prima Scarlatti, e subito dopo gli ZZ Top, Avicii, un pezzo techno dei primi 2000. Un mix stranissimo, eppure tutto suonava coerente. E mi ha fatto pensare: oggi tutto si mescola, le epoche, gli stili…

In questo senso, anche il video di Futuro mi ha colpita: sembri ironizzare su questa eterna giovinezza artificiale, ma al tempo stesso è una riflessione sottile, anche profonda. Come hai vissuto quell’esperienza?
Guarda, l’idea di Giuvazza di usare il deepfake nel video nasce proprio come gioco, ma anche come spunto critico. Volevo mostrare che possiamo manipolare tutto, anche i corpi, ma non la voce. Quella resta la mia, autentica. Ci sono mille versioni di me in quel video, tutte Finardi, certo… ma quello che sento più vero oggi è quello che ha più vissuto. Per fortuna non ho rimpianti, anche se, rivedendomi a 24 anni, penso: “Ero bello davvero!”. Ma non me ne rendevo conto. Mi fissavo su un dente storto, come se quello invalidasse tutto il resto. È incredibile come siamo spesso i peggiori giudici di noi stessi. Nessuno è più severo di noi con noi stessi. E quelli che si vedono sempre perfetti, lasciamoli pure lì… (ride)
A proposito del corpo: ti ho visto molte volte in concerto, anche a Como con Euphonia Suite. Una cosa che mi colpisce sempre è la tua gestualità. Muovi le mani come se dirigessi un’orchestra invisibile. Ti alzi, sottolinei con il corpo… È una cosa innata, o ci hai lavorato?
Credo che sia nata spontaneamente. All’inizio, forse lo facevo per dare indicazioni agli altri musicisti. Poi è diventato un gesto naturale, quasi un sostegno fisico al canto. È come se dirigessi me stesso. La mano segue la voce: se canto qualcosa di lineare, resta ferma; ma, se la melodia sale o scende, la mano la accompagna. È una specie di danza – la mia danza con la musica. È tutto legato al diaframma, al respiro, al corpo. Il canto è un’azione fisica totale. E questa gestualità mi aiuta a stare dentro l’interpretazione.

E la voce?
La voce è tutto. Un mio spettacolo si chiama ‘Voce umana’, ed è proprio su questo che si concentra. Analizzo il modo in cui cantavano altri artisti – da Franco Battiato a Demetrio Stratos – e rifletto su come ognuno usi la voce in modo diverso. La voce è la nostra identità più profonda, anche quando non ce ne rendiamo conto. Ci sono persone che non uscirebbero mai con una camicia stropicciata, ma parlano in modo sciatto… Eppure, la voce racconta molto più di quanto crediamo. È uno specchio dell’anima, ma anche uno strumento che va capito, esplorato, educato.
Uno dei brani che mi ha colpita di più è La battaglia. Mi ha letteralmente trafitta. Sono madre anch’io, ho due figli: un ragazzo di 28 e una di 25. L’ascolto del brano mi ha fatto riflettere sulla nostra indipendenza da loro, non solo viceversa. È un tema potentissimo.
Sì, si parla sempre della necessità che i figli “spicchino il volo”, ma raramente si dice quanto sia difficile per i genitori fare lo stesso. Distaccarsi, anche solo simbolicamente, è un passaggio doloroso ma fondamentale. Anch’io ho avuto un’educazione molto americana: pensa che a sei anni mi hanno mandato un anno in America, da solo. È stato forse eccessivo, però mi ha anche insegnato l’autonomia. Il problema, in Italia, è il “familismo amorale”, quella rete soffocante di aspettative e presenze costanti. Quando vedo quei condomini dove vivono mamma, zia, cugini tutti insieme… io sarei già emigrato in Nuova Zelanda! Il 30 aprile del 1975 i miei hanno venduto la casa, ho dovuto andarmene e sono diventato uomo. E La battaglia parla anche di questo, del bisogno di entrambi – genitori e figli – di trovare una propria via autonoma, ma mantenendo il contatto.
La mano di uno che sa, invece, mi è sembrata più un dialogo poetico, anche un po’ spirituale. Ci ho sentito un omaggio a De André e Fossati…
È così. È un brano che nasce da un’epifania, una sera, tornando a Milano da Genova. C’erano nuvole che riflettevano la luce della città, un’immagine netta: Nina! Ma Genova va vista dal mare, come dice Fossati. Ho lavorato con entrambi, li porto nel cuore, Genova è una delle mie città del cuore. La scrittura nel disco è “a flusso di coscienza”, come usava spesso anche Battiato. Una tecnica in cui descrivi quello che stai vivendo in quel preciso istante e i pensieri che ti attraversano. È un modo sincero di scrivere, meno costruito, più viscerale. Spesso, in passato, sono partito “a tesi”, mentre molti di questi testi e delle musiche sono nati insieme, lasciando cantare l’inconscio.

Quindi il disco è nato così, in una specie di flusso collettivo?
Alcuni brani – Bernoulli, La mano di uno che sa, Futuro, La Battaglia – sono nati praticamente in parallelo, mentre ci lavoravamo insieme. Non è stato un processo lineare, ma una specie di germinazione simultanea, come un fungo, che si è formato nel tempo, mescolando epoche, suoni e sentimenti.
Parlavamo prima di Pentitevi, un brano che ha una carica diversa, più provocatoria.
Quel brano è un’idea che nasce due o tre anni fa, ma ha trovato forma definitiva solo ora. È uno dei pezzi che conserva una certa energia battagliera, quasi sarcastica, rispetto ad altri più meditativi. In realtà è una canzone di resa, di accettazione della realtà. Credo che i vecchi non possano combattere il futuro: possono solo arrendersi, ma con dignità. E magari con ironia. Quel cartello – “Pentitevi!” – è reale. Lo vedevo spesso, a Milano, zona piazza Castello. Una di quelle apparizioni urbane che diventano visioni: “il clero vi uccide con l’onda!”, che alla fine descriveva ciò che oggi viviamo: l’iperconnessione, il controllo, i persuasori che non sono più così occulti… È quasi più attuale oggi che negli anni ’90. Un po’ come se Internet fosse già stato profetizzato…
Dal punto di vista sonoro, come hai lavorato con Giovanni ‘Giuvazza’ Maggiore? C’è un equilibrio molto raffinato tra elettronico e acustico.

Lavoriamo insieme da tanto, ormai. Il nostro metodo è molto organico: magari io arrivo con un’idea armonica o melodica al piano, lui lavora con la chitarra, molto essenziale. Giuvazza ha creato un design sonoro assolutamente originale e attuale, riuscendo a evocare suoni inusuali. Un brano come Onde di probabilità, invece, è nato in modo più teorico. L’ho “sentito” nella testa prima ancora che suonarlo. L’ho pensato, come facevano i compositori classici: magari scrivevano per strumenti che non avevano davanti, ma sentivano tutto interiormente. Quelli come me hanno il coraggio di sfidare la storia (ride).
Infatti ha qualcosa (molto) di Battiato, in quel minimalismo meditativo…
Me lo dicono in tanti. Ma io e Franco siamo stati, in realtà, contemporanei. Abbiamo condiviso studi, musicisti, tecnici. Registravamo con Titti Denna nello studio di Radius. Con gli stessi musicisti e gli stessi strumenti. La vera differenza tra noi era l’approccio intellettuale: lui veniva dalla musica classica, ha studiato con Stockhausen, ma guardava a Oriente, ai quarti di tono, e alla spiritualità mediorientale. Io, invece, pur partendo dalle stesse radici classiche, dall’Italia, dalla Scala, sono andato verso Ovest e Sud, America, Africa, il blues, il soul, ma anche l’Irlanda e il Giappone… Franco non ha mai toccato la negritudine, non ha mai scritto una blue note. Abbiamo avuto tantissimi confronti, ai tempi di “Pollution” e “Fetus”…

E sul piano più filosofico, vi confrontavate?
Sì, molto. Lui era fondamentalmente esoterico. Credeva nel sapere rivelato, trasmesso dal maestro all’allievo. Io no. Io credo nella conoscenza svelata dalla scienza, non rivelata. La verità non arriva da una folgorazione, ma si costruisce passo dopo passo. Franco cercava la Verità con la maiuscola, io cerco tante verità per comprendere la realtà.
In Onde di probabilità emerge fortissima una riflessione sul rapporto tra scienza e realtà. C’è questo verso: “La misura determina il reale”. È quasi una dichiarazione di poetica.
È proprio così. La scienza, in parole povere, è la possibilità di riprodurre un esperimento. Non c’è stregoneria. È una forma di umiltà enorme. Quando nella canzone La cura Battiato canta “supererò le correnti gravitazionali”, usa quella metafora in modo poetico, non tecnico: quelle onde sono talmente infinitesimali che, per percepirle, servono laser lunghi un chilometro, messi a 90 gradi. Ma un giorno, forse, la tecnologia – magari l’intelligenza artificiale – ci darà accesso a questi sensori. Non direttamente, ma attraverso la macchina potremo percepire l’invisibile. Anche perché la scienza, in fondo, è sempre stata un modo per avvicinarsi al mistero. Questo, per me, è una forma altissima di spiritualità. Non meno profonda di quella sufi o orientale che interessava a Battiato: una sete di comprensione, una disciplina, una bellezza straordinaria. Solo che non ti viene rivelata.
Sembra che tu abbia quasi sposato una spiritualità scientifica…
E ti dico: se proprio hai bisogno di un “divino”, l’universo lo è. È eterno, infinito, ovunque, in noi e attorno a noi. L’unica differenza con il Dio “classico” è che non ci mette al centro. Le leggi dell’universo non le puoi violare. Non puoi disobbedire alla gravità. È una realtà inconfutabile. Non serve crederci: funziona lo stesso.
Durante la presentazione del disco hai fatto anche un forte richiamo alla responsabilità ecologica. Un messaggio molto lontano dagli slogan…
Perché è ora di guardare in faccia la realtà. Non possiamo più salvare tutto, no. Però possiamo prenderci cura. E, per farlo, dobbiamo smettere di obbedire agli imperativi paleolitici, tipo “riempiamo il mondo di figli”. Ma quanti esseri umani servono ancora? Forse ne abbiamo già troppi. La tecnologia che abbiamo creato ci impone una maturità nuova: dobbiamo contenere i nostri istinti, come dicevano già i saggi antichi. Ma invece la politica, la religione, la cultura… Tutti trattano questi problemi “a pezzetti”. Nessuno guarda la totalità. E la verità è che non siamo così fondamentali. Siamo irrilevanti per l’universo. Anzi, forse per la Terra siamo parassiti. Ho sempre avuto rispetto per la scienza. È poetico, se ci pensi. Un’onda infinitesimale che arriva da miliardi di anni luce e ci racconta una storia successa prima ancora che esistessimo. Perché lì ho trovato una spiritualità vera, potente. Non quella che ti viene insegnata come dogma, ma quella che ti costruisci tu, a forza di stupore.

In tutto questo, però, c’è anche una critica forte all’umanità, se non altro a quella contemporanea…
Sì, perché come dicevo, guardando l’universo ti rendi conto di quanto siamo irrilevanti. Eppure continuiamo a comportarci come se fossimo il centro di tutto. Quando arrivano a casa mia i Testimoni di Geova e mi parlano di Dio, io rispondo che il vero peccato è la presunzione. Presumere di sapere cosa pensa l’Universo, pensare che tutto questo sia stato fatto per noi… è presuntuoso, egocentrico. La verità è che stiamo diventando invasivi, siamo una malattia per questo pianeta.
Tra poco inizia un nuovo tour, che hai preannunciato essere un po’ diverso; hai detto che usi tecnologie nuove per proteggerti dagli acufeni…Ti vedo molto sereno, positivo. Come ti stai preparando?
Non sopporto più certi volumi o strumenti amplificati, quindi uso strumenti digitali, che mi permettono di “disegnare” i suoni, di creare esattamente quello che voglio. È una libertà incredibile, che mi ha fatto sentire di nuovo voglia di esplorare. Sono tranquillo, lascio che le cose vadano come devono andare. Abbiamo già 25 date e la data zero è andata molto bene. Per scaramanzia non dico altro, ma sono ottimista. Sai, parliamo sempre di onde… io credo molto nelle onde positive, che generano benessere.
Chiudo con una domanda relativa all’ultima, commovente traccia del disco: La facoltà dello stupore. Eugenio, ora ti chiedo: cos’è che ti stupisce ancora, oggi?
(ride): Lo stupore! Le piccole cose: una farfalla che si posa, un tramonto sul Monte Rosa, una persona che, come oggi in metrò, mi dice “il tuo disco è bellissimo” e poi sparisce nella folla. Io credo che la facoltà dello stupore sia il segreto per restare vivi dentro, nonostante tutto. È la cosa più importante che ho imparato e che voglio trasmettere. Penso che tutti dovremmo restare un po’ bambini, sempre capaci di meravigliarci.

