Dente è tornato. E non è un mero dato cronachistico, quanto un giudizio di valore. Perché di un disco così i fan di Dente avevano dannatamente bisogno. Un lavoro scritto nel giro di pochi giorni: “L’ho scritto quasi tutto di getto in pochissimo tempo perché avevo bisogno di tirare fuori le cose che mi ronzavano dentro e non mi facevano dormire, è un disco di un’urgenza catastrofica, spero si senta”.
E l’urgenza (e il dolore) si sente eccome, perché questo Santa tenerezza è una sorta di piccolo diario dolente di un amore finito, in cui l’Io lirico (lo stesso cantautore) mette a nudo se stesso, senza fronzoli, senza abbellimenti, quasi senza scusanti (“Tu come stai senza di me?/ Io non me lo perdono/ che mi sono distratto per un momento/ e non ti ho nemmeno detto cosa sento”). Musicalmente, proprio verosimilmente per essere stato scritto nel giro di pochissimo tempo, il disco suona come uno dei più orecchiabili e fruibili di tutta la sua produzione. In qualche modo lasciandosi quasi trascinare dal nume tutelare Battisti, Dente ci regala – grazie anche al lavoro di Francesco Nardelli – dieci brani assolutamente essenziali nella scrittura (strofa-ritornello) ma ricchissimi nell’impianto melodico. Un po’ come succede nell’ultimo Corsi, Dente torna alla dimensione più pura (e più semplice) della forma canzone.
Paradossalmente però all’ariosità della musica fa da contraltare il lamento del contenuto testuale. E non a caso, probabilmente, predomina in quasi tutti i brani la congiunzione “ma” che, laddove non è una mera zeppa metrica, assume davvero il suo carattere disgiuntivo: “Che mi viene quasi da ridere/ ma piango”, “Io pensavo di essere cattivo/ ma il cattivo eri tu”. Se è vero che da tempo Dente ha abbandonato i funambolismi linguistici dei primi dischi, qui i testi appaiono ancora più “essenziali”, spogliati di qualsiasi orpello retorico. Insomma, così come la musica torna alla sua essenzialità per rendere in presa diretta il dolore e “colpire” immediatamente l’ascoltatore, così deve fare il testo. Tanto da apparire in alcuni punti persino naif. Ma se, per dirla alla Saba, “il dolore è eterno,/ ha una voce e non varia”, appare coerente che anche il dolore del cantautore si mostri esattamente come è. E così anche la trita rima “amore:dolore” acquista qui dignità (e d’altronde non era proprio Saba scriveva: “M’incantò la rima fiore/ amore,/ la più antica, difficile del mondo”?).

L’album si apre con Senza di me, pezzo sorretto da un sorprendente arrangiamento orchestrale alla Morricone con tanto di coro finale. Battisti fa già capolino, tanto che il passaggio (SIb-REm) “Che mi sono distratto per un momento/ e non ti ho nemmeno detto cosa sento” fa venire in mente subito l’attacco di Gelosa cara. Un pezzo in cui si sentono tracce di speranza: lei non c’è più, ma forse ci sono i margini per un ritorno. È una speranza che viene in gran parte delusa già dal secondo brano, Favola, in cui disperatamente l’Io cerca lei in ogni angolo della città, sia nei posti più bassi (come la metropolitana) sia in quelli più alti (le nuvole, che con effetto della pareidolia sembrano ricordare il volto della donna amata). Anche in questo caso l’arrangiamento è sorprendente, perché di colpo (anche grazie al sax di Enrico Gabrielli) Dente ci rimanda al sound degli anni Ottanta (senza, però, dimenticare – forse per l’accenno a Bologna – al migliore Cremonini).
Molto battistiana è anche Corso Buenos Aires, altro brano con un ritornello fulminante e in pieno stile Dente. La vaga speranza dei primi due brani è spazzata definitivamente via già dall’incipit: “C’ho creduto un’altra volta, è andata male”. E così lui camminando per il corso milanese vede lei abbracciata a un altro. Un vero topos, ma anche un caso analitico emblematico di autolesionismo: cosa diavolo ci fa lui lì se sa che ci abitava lei?
Con M’annegasti assistiamo a un vero e proprio cortocircuito musicale e testuale. Il brano inizia con un potente riff di chitarra elettrica (FA#m-SOL) che viene presto sorretto dalla batteria e da una tastiera distorta che ricorda molto il Battisti di La batteria, il contrabbasso, eccetera. Solo che poi il testo è di chiara ispirazione panelliana, vuoi per quella testa che si stacca, vuoi per i passati remoti disseminati lungo tutto il brano (“Tu m’annegasti ed io annegai/ e la mia testa si staccò”). Ma non finisce qui, perché il pezzo (splendido) ha un’impronta talmente funky che sembra uscito da qualche cassetta nascosta di Enzo Carella, di cui Panella è stato paroliere.
Completamente diverso è il mood di Hey, pezzo che a livello melodico e armonico ha una strofa molto anni Sessanta e al solito un ritornello straordinariamente orecchiabile, che dimostra (ce ne fosse ancora bisogno) la facilità di scrittura di Dente. Ancora una canzone fatta di speranze (nonostante tutto). Lei, al solito, non c’è, ma lui continua a chiederle di passare da lui.

Non ci pensiamo più è una delle tante vette del disco. Una canzone che è un vero e proprio crescendo continuo, con un coro e un inserto di fiati molto smalltown, assolutamente trascinante e coinvolgente. La radiografia impietosa di un amore finito: l’immagine di lei che “Da un’ossessione quotidiana” diventa “un pensiero che mi sfiora/ una volta a settimana, fino a non pensarti quasi più/ solo una volta all’anno, fino a dimenticarmi del tuo compleanno”. In qualche modo il pezzo è l’unico che (nel titolo) rimanda ai giochi di parole del Dente d’antan, perché quel “non ci pensiamo più” può essere letto tanto in senso letterale, quanto come “mettiamoci una pietra sopra”.
Neanche il tempo di riprendersi che Dente ci mette all’angolo con la successiva Andiamo via, la canzone forse più “sofisticata” dell’intero album, quella che più si allontana dagli arrangiamenti più pop, anche grazie allo splendido sottofondo della tromba di Alessandro Bottacchiari. Il testo in qualche modo è una sorta di compendio di Favola: lui da solo di notte, lei con un altro, le fotografie in cui erano insieme da vedere per provare ancora dei brividi, il pianto che stavolta non riesce a sgorgare. Cambio totale di registro con Benzodiazepine, che allenta la possibile “pesantezza” con un ritmo quasi scanzonato, grazie questa volta alle chitarre e ai fiati. Ancora il sogno di poter stare insieme, gli sguardi invidiosi degli altri e soprattutto gli ansiolitici sostituiti da “un po’ di gin e tonica con un po’ di noccioline”. Sarebbe possibile e tutto più facile, certo, basterebbe “che tu non fossi così stronza ed io un idiota”.
Lungomare si apre con una batteria che sembra presa pari pari da Il nastro rosa, anche se poi il pezzo ha semmai il mood musicale del Battisti di Amarsi un po’. Un’altra tenue ballata in pieno stile Dente. Camminare per il lungomare è l’occasione per una sorta di viaggio nel passato, quando ancora ci si teneva per la mano. Forse l’unico pezzo in cui predominano metafore e similitudini (“Chi siamo noi? Siamo degli ulivi/ i bambini degli altri che dormono nei passeggini”) e frasi apodittiche (“L’amore è indivisibile/ non è invisibile”).
Ma è proprio sul finale che Dente ci regala il capolavoro assoluto dell’intero disco, La città ci manda a letto. Il brano vede la partecipazione (alla voce e nella stesura del testo) di una delle cantautrici più rilevanti della nuova leva, Emma Nolde. La canzone trae ispirazione da un fatto realmente accaduto: Dente ed Emma che in piena notte a Milano vogliono ancora fermarsi in qualche locale, ma trovano tutto chiuso. Dente che ci scherza su: “Questa città ci manda a letto”; Emma che ribatte: “Sarebbe un ottimo titolo per una canzone”. E così tutto nasce. In effetti è l’unico brano che si discosta dalla tematica amorosa. Sorretta dalla sola chitarra acustica (che ruota attorno al giro armonico DO-LAm-MIm-FA e da una melodia fruibilissima) la canzone inizia in chiave acustica per poi trovare l’intera band al completo dalla seconda strofa in cui l’impianto armonico e melodico cambia per permettere l’entrata di un ritornello trascinante. L’effetto straordinario è che tutto sembra molto semplice a livello musicale e invece non lo è: la terza strofa per esempio si apre, sì, con la melodia iniziale, salvo che questa volta il DO è seguito da un MIm che cambia tutto; non solo, dopo la seconda ripetizione del ritornello abbiamo una sorta di middle eight in FA7 che fa “scartare” di nuovo la canzone dai suoi binari. Come detto la vetta, probabilmente, dell’intero disco.
Insomma, davvero Dente è tornato. Per ricordarci quanto ancora ci sia bisogno della sua musica e delle sue favole, dei suoi ‘lamenti’ e delle sue rime (anche facili), delle melodie cantabili dopo il primo ascolto senza mai cadere nell’ovvietà della tanta musica che ci gira attorno oggi. Ne avevamo bisogno.
Foto tratte dai profili social ufficiali dell’artista
Dente
INRI Records/Metatron
01 Senza di me
02 Favola
03 Corso Buenos Aires
04 M'annegasti
05 Hey
06 Non ci pensiamo più
07 Andiamo via
08 Benzodiazepine
09 Lungomare
10 La città ci manda a letto (feat. Emma Nolde)
Dente e Federico Nardelli
Dente: voce, string machine, sintetizzatori, chitarra elettrica Federico Nardelli: batteria, basso, percussioni, pianoforte, chitarre acustiche e elettriche, sintetizzatori, programmazione Raffaele Rabbo Scogna: piano elettrico, pianoforte su Emma Nolde: chitarra elettrica su La città ci manda a letto Feyzi Brera: violino, viola Chiara Di Benedetto: violoncello Enrico Gabrielli: clarinetto, flauto traverso, sax Francesco Panconesi : sax Alessandro Bottacchiari: tromba, flicorno Viviana Colombo: cori
2025
31.00
