Mica vero che la nebbia se ne guarda bene di frequentare i posti di mare. Prendete Genova, per esempio. In primavera è facile imbattersi in quella che viene chiamato popolarmente caligo. Una sorta di foschia che esce fuori, quasi fosse un demone, improvvisa dal mare e tutto inghiotte. Roba di pochi minuti e quel mare che sembrava aprire spazi all’infinito diventa luogo inaccessibile e impenetrabile. Luogo misterioso. Si racconta che il caligo altri non sia che lo spirito dei morti che vengono a prendere chi è rimasto incastrato tra il cielo e il mare. E soprattutto in quel momento – che può durare anche ore – che il mare sembra davvero raccontare storie attraverso i suoi spiriti e le sue voci. Ci sono molte voci e molte storie (e molto caligo, già a partire dalla bella copertina disegnata da Stefano Biglia) in questo nuovo album del gruppo genovese Mandillä, dal titolo – appunto – Voxi do mä (Voci del mare). Ognuna delle dieci tracce che compongono l’album racconta una vicenda, spesso legata a un sentito dire (in genovese è il “cæto”). Emblematica in questo senso, A néssa (la nipote) che apre il disco, in cui l’Io narrante instilla nel “Signor Brigadiere” il dubbio che una vecchia del paese sia stata avvelenata dalla nipote. Ma in generale in tutto il disco predomina un senso di soverchieria – tra chi ruba il terreno al vicino (A prîa-La pietra) per debiti non pagati, amanti che non possono sposarsi per la denuncia del prete (Sciallin) ed ebrei costretti a forza ad ascoltare la messa (da cui dovranno ripararsi con tappi di cera, Tappi de çéia) -, di dolore e rancori anarcoidi (Manco un papệ-Nemmeno un foglio). Interessante – e non sappiamo se ciò sia voluto o meno – come gran parte delle canzoni siano poi legate da una sorta di fil rouge: la presenza di termini tratti dalla religione cattolica, tra vespri, rosari, bibbie, cristiani, preti, chiese. Gesù sembra spesso chiamato in causa. Come il povero Cristo che, assopito dalla litania di qualche vecchietta, se ne sta tranquillo sul suo crocifisso in una chiesa di paese, e viene poi svegliato a forza per essere portato in processione (Santo Cristo) da peccatori impenitenti che in quell’occasione però gli danno del “tu”.
I mandillä, capitanati da Giuseppe Avanzino, hanno iniziato il loro percorso musicale come una sorta di tribute band di Fabrizio De André. Ma nel corso del tempo hanno saputo evolversi, riuscendo a trovare una loro strada musicale autonoma, con un proprio repertorio personalissimo. E mai forse come in questo lavoro la diversa attitudine musicale dei componenti del gruppo ha portato a scelte musicali eterogenee. Certo predomina il folk e la canzone popolare, ma non mancano inserti più legati alla canzone d’autore, alla musica balcanica e persino al jazz (penso alla bellissima coda strumentale della title track). Un disco davvero molto ben suonato che risente dell’influenza e dalla bravura non solo dei membri fissi dei Mandilla (Marco Raso, Pierpaolo Ghirelli, Laura Merione, Michele Marino e Marco Vaccarezza), ma anche dei molti ospiti (tra gli altri, Alberto Napo Napolitano, Vladi dei Trilli e Mike FC) e del prezioso lavoro in sede di registrazione di Roberto Vigo e Gabriele Ruggeri.
Insomma, un disco pieno di tante storie e di tanta bella musica che – come detto – sembrano uscire direttamente dal mare, come il caligo…
Mandillä
Autoprodotto
01. A néssa
02. A prîa
03. Moæ aditîva
04. Sciallin
05. appi de çéia
06. A stanga
07. Santo Cristo
08. O testamento da végia
09 Manco un papệ
10 Voxi do mä
Giuseppe Avanzino: Voce - Marco Raso: Fisarmonica, pianoforte - Pierpaolo Ghirelli: Chitarre - Laura Merione: Violino - Michele Marino: Basso, contrabbasso - Marco Vaccarezza: Batteria
2024
47:00
