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Poi uno dice che non bisogna spaventarsi! Ero lì, un pomeriggio apparentemente tranquillo di fine estate, quando ho deciso di mettere su il cd di Simone Galassi, il suo primo album solista, che arriva dopo una vita spesa a portare il suono della sua chitarra al servizio di musiche immortali ed artiste innamorate quanto lui di certi periodi storici (vedi ad esempio la collaborazione con Ellen River nel portare in giro per l’Italia l’album Life vedi recensione), ho schiacciato PLAY e boom! Sono stato rapito da una sorta di macchina del tempo e scaraventato chissà come in un fumosissimo pub di Londra, più o meno a metà degli anni 70.

 

 

Nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo, che è partita These Chains, chitarra ovviamente in primo piano, batteria trascinante a cura di quel prodigio di Carlo Poddighe (che suona tutto quello che non è chitarra in questo album: batteria, basso, pianoforte, organo Hammond, piano Wurtlizer e Clavinet). Tra la nebbia britannica, con una pinta in mano, mi è sembrato di scorgere il caro vecchio Rory Gallagher, mai abbastanza rimpianto, che muoveva la testa a tempo con aria soddisfatta. Rory è da sempre l’eroe di Simone, che in suo onore ha tenuto mille ed una serata, ma l’inizio dell’album in pochi istanti riavvolge un nastro che comprende l’epopea mitica del rock blues, con una esortazione trascinante come il ritmo stesso del pezzo a rompere “queste catene” e a liberarsi.

 

L’espressione “uomo d’altri tempi” sebbene abusata, calza perfettamente su Galassi, che incurante della cosiddetta ‘contemporaneità’, ci immerge in un suono antico ma ancora tremendamente vivo, come il sudore che scorre sulla fronte del pubblico di questo benedetto pub, dove via via fanno capolino i musicisti che hanno tracciato strade e percorsi che, per quanto poco frequentati al giorno d’oggi, meritano di essere conservati e attraversati ogni tanto. I nomi? Beh quelli è facile immaginarli, si va dai Cream ai Led Zeppelin, omaggiati splendidamente in I’ll never, da George Clinton che spruzza con il suo funk brani come I have to tell you all’immancabile Jimi Hendrix. Oggi sono tutti qui, sotto il piccolo palco di questo localaccio che avrebbe bisogno di una rinfrescata, ma che ha uno stile intramontabile.

 

L’album è un compendio di tutto quello che Galassi ama e che da 30 anni ripropone sul palco, luogo dove si trova più a suo agio e “casa” per la sua passione, che si accompagna ovviamente ad una grande bravura. Se i brani più tirati sono vere cavalcate hard-rock-blues, non mancano le ballate struggenti dove a sfidare le corde delle tante chitarre (Simone ha una predilezione per la Fender Stratocaster, ma non manca nella sua collezione la Gibson Les Paul) ci sono le note dell’Hammond e del Wurlitzer, magistralmente suonate da Poddighe. Colpisce anche l’utilizzo del Clavinet, strumento a tasti, nel quale le vibrazioni delle corde vengono rilevate da dei pick-up, in modo analogo alla chitarra stessa. Durante 95 questo strumento viene integrato da un pedale wah wah che amplifica ancora di più l’atmosfera seventies e riporta alla mente oltre a Gallagher, lo Stevie Wonder di Superstition. Shooting Stars ha richiami quasi autobiografici, con l’invito a non tradire sogni ed ambizioni che deve probabilmente essere un mantra che Simone si ripete dalla prima volta che ha tenuto in mano una chitarra.

 

La serata sta per concludersi quando arriva il brano più vicino “all’oggi” e non a caso è un pezzo che trasforma il pub londinese in un locale malconcio di Seattle, pieno di ragazzi con lo stesso tipo di camicia che amava Gallagher, ma con una rabbia sorda che gli cova dentro. Hazy Night è grunge al 100%, qualsiasi cosa voglia dire ancora oggi questo termine. Un riff quasi stoner, pesante massiccio e lavico, al punto che quando Simone attacca a cantare, mi si para davanti Layne Stanley, voce e tormenti degli Alice in Chains, a cui la canzone si rifà in modo evidente.

 

Mentre sfumano le ultime note distorte, strabuzzo gli occhi e mi ritrovo sul divano di casa mia, incredulo che al giorno d’oggi in Italia ci sia qualcuno in grado di far rivivere certe sonorità, con la passione del fan ed il talento del guitar hero. Simone Galassi potrebbe essere l’ancora di salvezza a cui potersi aggrappare, noi nostalgici rockettari di mezz’età, che per certi suoni continuiamo ad emozionarci.

 

Simone Galassi

Foto di Art Distillery

Artista:
Simone Galassi
Etichetta:
Autoprodotto
Elenco Tracce:
01. These Chains
02. I Have Tell To You
03. Lead
04. I'll Never
05. 95
06. In Your Eyes
07. Since You're Gone
08. Damnation
09. Shooting Stars
10. Hazy Nights
Produzione Artistica:
Carlo Poddighe
Musicisti:
Simone Galassi: voce e chitarre - Carlo Poddighe: batteria, basso, pianoforte, organo Hammond, piano Wurtlizer e Clavinet, cori
Anno di Uscita:
2025
Durata:
42:39