In memoria di Lamante. Sembra quasi da leggere così, questa copertina. Una bambina di sei anni sorride. Indossa un berretto con una stella rossa. L’unica nota di colore in un’immagine sgranata ma intensa nei suoi contrasti. Non si tratta, però, di una foto ricordo. Anzi. La filigrana evoca tutta la vitalità di quella potenza capace di accendere un dialogo non solo con il passato ma anche con l’aldilà. Nel suo disco d’esordio “In memoria di”, finalista alle ultime Targhe Tenco nella categoria Opera prima, Lamante mescola senza fatalismo il senso primigenio della memoria a una lacerata biografia personale e famigliare. A parere sindacabile di chi scrive, il miglior esordio del 2024.

Giorgia Pietribiasi è nata nel 1999 a Schio, provincia di Vicenza. La provincia è il collante emotivo di tutto il disco, è custode della memoria e la tiene viva anche nella distanza. È lo scenario da cui ci si allontana ma è anche una meta nella direzione opposta. Padre chitarrista, nonno paterno fotografo, bisnonno paterno pittore. Dalla parte della madre, bibliotecaria, la famiglia affonda invece le radici nelle lotte operaie degli anni Settanta. Un nonno contadino, una sorella che parte sempre, una zia vittima dell’eroina e sempre in fuga da un padre controllore. Una di quelle morti di cui nelle famiglie rimane lo strascico doloroso, una di quelle assenze percepibili anche se non c’è stato mai un contatto diretto.
Il disco centra la sua architettura sonora e semantica sull’assenza di mezze misure e sulla continua esplosione generata da una lotta tra giganteschi opposti: vita e morte, amore e morte, morte e rinascita, guerra e pace, donne e uomini. Nella sua agitazione selvaggia, Lamante rimesta la sua genealogia perché è da lì che fuoriesce il suo grido. Descrive una sorta di tradimento a una vicenda che ha visto sempre e solo gli uomini portare avanti l’arte e la politica. Alza la voce di fronte alla violenza e al controllo dei padri che si impongono sulla storia e disegnano per le donne la società, calcando forte i confini entro i quali possono, anzi, devono muoversi. È una guerra intesa come distruzione. Non come sconfitta ma quasi come liberazione.
Il disco è stato lanciato da un trailer molto evocativo (clicca qui). In un cimitero, una donna anziana legge a una bambina la storia di come è iniziata la guerra tra uomini e donne: gli uomini non sopportavano il canto di libertà delle donne e hanno iniziato a ucciderle. Per addormentare questo demonio, il mondo è stato diviso in due. Attorno alle due protagoniste c’è un gruppo di donne che gridano e alzano un melograno. Quel melograno che Lamante ha sognato di trangugiare – così ha raccontato – mentre passeggiava per i campi, finché un gruppo di uomini non ha cominciato a urlarle addosso. Così lei, per difendersi, ha gridato più forte. Cosa possono fare i sogni, certe volte.

Guerra e pace, morte e vita. Gli estremi che trovano spazio nel disco sono racchiusi proprio nella simbologia del melograno. Il frutto che condanna Persefone all’inferno e getta nella disperazione Demetra che, per vendicarsi, gela la Terra con l’inverno. Il frutto piantato da Afrodite ma anche nato dal sangue di Dioniso, fatto a pezzi e bollito dai Titani per volere di Era. Le pulsioni vitali della sua azione di memoria si traducono in canzoni ruvide, quasi indigeste. È un disco in cui stare scomodi, soprattutto quando l’autrice prende quasi le sembianze di Salomè, che fa decapitare Giovanni per poterlo baciare a proprio piacimento.
Lamante rifugge le etichette associate al genere. Canta una femminilità non ammansita dalla storia. In questa guerra sottolinea una visione diversa del mondo che investe anche l’amore e il sesso. Quella statica e quasi fotografica degli uomini, quella dinamica e fluida delle donne. È la mante, la mantide religiosa. L’insetto che divora i suoi amanti e che è destinato a vivere da solo. Questo è un disco che parla anche della solitudine come dell’unico mezzo con cui è possibile partecipare alla vita degli altri, che «allo stesso modo sono stretti in una solitudine uguale», come scriveva Natalia Ginzburg in ‘Lessico famigliare’. È questa la solitudine che accompagna l’amore, qui concepito come sentimento anticapitalista. È la solitudine quasi eremitica che accompagna la vita in una metropoli, Milano, di una ragazza cresciuta in provincia.

Dal punto di vista compositivo, Lamante cerca di allontanarsi dalla forma canzone più tradizionale anche quando scrive ballate, puntando alla psichedelia, alle lunghe introduzioni, alle code strumentali e all’acidità dei suoni per rafforzare le contraddizioni che racconta con le parole e con la voce. Il suo lavoro raccoglie l’eredità quasi sopita del rock alternativo degli anni Novanta e anche la sua genesi può essere collocata in questo solco. È la storia di un produttore – Taketo Gohara, non uno qualunque – che ascolta il provino di una sconosciuta e decide di produrre insieme a lei le sue canzoni. Nessuna ricerca di numeri e visualizzazioni. Solo idee, voce e canzoni. Tante, tantissime canzoni dalla cui scrematura sono rimaste queste 12 tracce (11 all’uscita del disco alle quali si è aggiunta Il mio risveglio lo scorso dicembre).
Lamante non fa pace con le cose e con le persone della sua memoria. Nel mondo in cui si punta solo a insegnare a vincere senza dare peso al come, canta di voler imparare a perdere e le cose che ha perso le porta sulle mani come uno specchio. La bambina in copertina è quella che in qualche modo ha perduto scrivendo il disco ma è anche in difesa della sua memoria che lo ha scritto: la sua storia personale si lega, anche separandosene, a quella del luogo e della famiglia in cui è cresciuta. È la bambina diventata donna a cui rivolge, forse, la domanda su cui ruota l’apertura dell’album: «cosa volevi essere?».
La memoria non consente passività, è azione. Nel disco di Lamante è un canto che nasce con la voce di una bambina – è la prima voce che sentirete mentre dice «sono io, sai» – e si ingrandisce fino a diventare un ruggito adulto. È un tentativo di non minimizzare le proprie ferite e di superare un’erosione intima, quello strappo che ci impedisce di essere soli senza isolarci. Oppure, molto più semplicemente, è un modo per esistere.

Foto fornite dai canali ufficiali dell’artista
Lamante
Edizioni MeMe / Artist First
01. Come volevi essere
02. Non chiamarmi bella
03. Rossetto
04. Prima di te
05. Ed è proprio così
06. Guerra & Pace
07. Ebano
08. Annamaria
09. L'ultimo piano
10. La nostra prova di danza
11. Ciao cari
12. Il mio risveglio
Taketo Gohara
2024
39:50
