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La sensazione che provo ultimamente nel leggere recensioni è che siano possibili solo due strade: la mera descrizione formale, da molti affidata a calcolatori freddi e forieri di errori; la celebrazione finalizzata alla vendita. Vorrei provare invece a spendere qualche parola in più per parlare di questo libro che meriterebbe approfondite riflessioni. Una sintesi veloce e gentile, comunque eccovela.

 

Si chiama Rock & cinema, col sottotitolo lungo di 70 anni di colonne sonore, film-concerto, documentari, biopic; è scritto da due studiosi (veri studiosi) del nostro tempo, uno di cinema ovvero Franco Dassisti, e uno di musica, ovvero Daniele Follero; essendo io studioso di musica, conosco molto meglio Follero, di cui è fondamentale il suo volume Concept album, pubblicazione oserei dire scientifica sull’argomento. Rock & cinema è comunque molto coinvolgente; l’ho letto con interesse e si può dire che l’abbia studiato. Compratelo e regalatelo, ve lo consiglio sinceramente!

Bene, ora entriamo nel merito.

 

Franco Dassisti (a sinistra) e Daniele Follero

 

La disamina storiografica, seppur vuole essere come in molte pubblicazioni sensazionalistica, si fonda comunque su assiomi sociologici che negli ultimi anni vengono accantonati da buona parte della critica. La critica militante di Simon Frith che vedeva già negli anni ’70, specialmente col punk, una sorta di tradimento e quindi di morte del rock ‘n’ roll, ha lasciato il posto a studi che si potrebbero definire non “più seri”, ma, senza essere altezzosi, “più competenti”, o almeno più afferenti, stavolta senza virgolette. Nel senso che la prima cosa che non si deve scordare quando si parla di rock è che: essenzialmente è musica. Per cui ridurre la sua cultura a un fenomeno sociologico mette da parte una fetta culturale sicuramente minore negli esordi e nei prodromi di anni ’50 e ’60, ma poi via via crescente, in maniera dirompente già negli anni ’70, e poi sempre più preponderante. Ciò non esclude comunque la creazione del fenomeno sociale; ma questo non prescinde dalla componente musicale, come effettivamente accadeva forse in alcuni tratti degli anni ’60.

 


Faccio un esempio concreto, l’heavy metal: è indubbio che i metallari, o come si vogliano chiamare gli amanti di questo genere, possiedano degli atteggiamenti, dei vestiti, dei riti, insomma un quadro antropologico delineato più o meno in maniera definita; ma è altrettanto vero che questo quadro non prescinde dalla musica, la quale prima di tutto deve essere di qualità, e se ne può discutere di quale qualità (le discussioni nei pub tra diversi tipi di metallari sono un fenomeno sociale che si potrebbe studiare), e si parte dal presupposto che gli autori di questo genere abbiano un progetto culturale, per quanto a volte catastrofista, che applicano in maniera incondizionata da altro.

 


Quando allora ci si approccia alla componente più scenica del rock, anche andando a ritroso, ecco che, secondo me quindi, bisogna prendere le dovute precauzioni. Se io penso a ciò che si definisce oggi il rock più rappresentativo della nostra epoca, posso pensare per esempio ai Dream Theater, oppure ai Queens of the Stone Age, quindi anche ai Greta Ven Fleet. Sono tre fenomeni diversi, presi a esempio nel mare, ma che rappresentano bene uno scenario che dall’assenza quasi totale dei riflettori, arriva invece a una band che pur puntando a musica di qualità non disdegna la visività.

 

Locandina in lingua originale del film “Il seme della violenza”


Quando nel libro si studiano gli anni ’50 partendo da Alan Freed, e poi si arriva a parlare del film Il seme della violenza, si compie un piccolo salto logico (a p. 7, c’è in effetti un brusco «Quanto al cinema…»), che potrebbe far presupporre al lettore meno attento, la dipendenza della nascita musicale del rock da aspetti cinematografici. Direi che è piuttosto il contrario: Il seme della violenza è la realizzazione pop e visiva di una certa cultura, che un po’ per consapevolezza, e, ammettiamolo, un po’ per moda, ingloba il nascente rock ‘n’ roll all’interno di essa.

 

Per cui il salto logico che si compie nella pagina seguente non credo sia del tutto giusto: dire che James Dean sia rock, o ancora peggio Marlon Brando, non è proprio corretto; è un po’ come dire che Napoleone sia musica sinfonica. I rappresentanti di un’epoca e di un luogo, pur se hanno delle matrici culturali comuni, non sono la stessa cosa; sono semplicemente due fenomeni contemporanei, che si influenzano a vicenda sicuramente, ma che potrebbero anche essere del tutto contrastanti. Tant’è che quando si racconta un’altra compagine di film rock, quella legata al surf e quindi i Beach Boys, si racconta di come il bullo con giubbotto di pelle e motocicletta diventi un cretino da prendere in giro (p. 50). Si potrebbe dire che Napoleone cancellato dalla dedica della sinfonia da Beethoven, sia un po’ come Marlon Brando/Harvey Lembeck preso in giro in Beach Party.

 

Harvey Lembeck (Marlon Brando)


La questione è senza dubbio un trip critico-filosofico di noi estimatori e studiosi del genere. Ma non è semplicemente un tratto storico e terminologico; molte volte dobbiamo affannarci per scrollare il rock dalla sua patina di spettacolarizzazione esagerata. Per cui si può senz’altro descrivere il debito che il rock deve al cinema, e viceversa; come si potrebbe fare con la letteratura: scrivere un “Rock & Letteratura” (e la letteratura, insieme alla filosofia, arriva sempre prima di tutti finora nella storia) sarebbe sicuramente realizzabile…e sarebbe una buona idea, se non fosse che ci vorrebbero decenni e soprattutto ore di noiose letture dedicate a volumi interessanti solo perché sono stati toccati da John Lennon.

 

Naturalmente esiste qualche pubblicazione del genere, ma per ammissione degli stessi autori è molto parziale. Comunque sia non è un difetto del libro Rock & Cinema in sé. Anche perché dopo queste pagine che mi sono permesso di criticare in maniera pedante, c’è una disamina di come appunto il cinema abbia sfruttato il troppo largo successo del Seme della violenza. Il fatto è che già quest’ultimo era un modo per schiavizzare a fini moralistici e commerciali una corrente musicale che in quanto a dinamiche era sorta già da un po’, almeno da quando Sister Rosetta Tharpe ha registrato e ancor meglio eseguito dal vivo brani come Rock me (anni ’30).

 

Dico questo perché non ci dobbiamo stupire, come fecero i coevi giornalisti, quando sentiamo la stima smodata e reciproca tra Bob Dylan e i Beatles. Non sono compartimenti stagni che non comunicano tra di loro, anzi: sono proprio due direttrici di ciò che due intellettuali stanno dipingendo riguardo un’epoca dal punto di vista musicale. Per cui la maggior parte delle persone si sente in dovere di criticare perché associano delle immagini non veritiere, ma semplicemente più massifiche, a quegli artisti.

 

Jim Morrison

 

Dopo questi inizi un po’ più ostici da analizzare, il libro procede in maniera spedita a fare una disamina, che mi sento di definire capillare ed esauriente: un setaccio potente che descrive il rock e il cinema, qualsiasi sia l’interpretazione che si voglia dare di questo connubio, che avrebbe gettato nella dispersione critica studiosi meno avveduti. Voglio dire che si nominano, e a volte si analizzano esperimenti azzardati, come quelli dei Pink Floyd col regista Barbet Schroeder (p. 168) o Michelangelo Antonioni (p. 172), e allo stesso tempo si descrivono gli effetti sul pubblico di grandi film biografici, come il capolavoro The Doors di Oliver Stone (p. 122 e sg.), o i più recenti su Elton John, Elvis, Springsteen, eccetera.

 

Proprio il capitolo sui Doors ci fa capire come lavorano i due studiosi: piuttosto che farsi sopraffare dalla dittatura cronologica, usano il film del 1991 per poter compiere una parabola sulla carriera del gruppo; ma non scordano gli esperimenti cinematografici degli stessi che si muovono alla fine degli anni ’60, e che vedono Jim Morrison in primo piano, anche perché egli stesso studioso di cinema all’università e quindi realizzatore di qualche pellicola rara e sperimentale che poco interesse avrebbe se non fosse appunto fatta da Morrison; accanto a ciò, si nominano anche gli interventi documentaristici, qui come per molti altri artisti. Una scorsa veloce ai videoclip e capitoli dedicati a grandi film che utilizzano famose colonne sonore…insomma, come sintetizzavo: capillare ed esauriente.

 

Il tutto viene narrato in una forma che io prediligo molto, tra il divulgativo e lo scientifico; forse ci si concentra eccessivamente sulla trama dei film stessi piuttosto che sulla critica in alcuni punti; ma comunque il tutto è utile e in pochi punti opinabile, se non appunto negli snodi storici più cruciali come la nascita del genere di cui ho parlato. Quello che dispiace a noi che tentiamo di pubblicare con case editrici come la Hoepli che si dedicano a questo connubio tra divulgazione e scientificità, non è tanto l’assenza di note, per carità: non vogliamo scandalizzare il giovane lettore come con la presenza di note, neanche a fine volume: sarebbe davvero troppo! Però anche qui è assente uno strumento che io ho cercato varie volte di inserire nei miei volumi, perdendo miseramente il braccio di ferro, e quindi lo rimprovero a questa così come alle mie pubblicazioni: l’assenza di un indice analitico! In questa pubblicazione densa di nomi e titoli sarebbe stato uno strumento essenziale per districarsi all’interno di un volume che ha tutto ciò che di positivo può contenere l’aggettivo enciclopedico.

 

Freddie Mercury

 

Da pignolo che deve puntualizzare, e da studioso dei Queen, vorrei fare una precisazione: a p. 320, in una scheda sui supereroi, si dice che il film Highlander non ha una pubblicazione come colonna sonora, ma solo l’album dei Queen A Kind of Magic. Esiste in realtà una pubblicazione che si chiama Highlander. Complete original motion picture score a cura di Michael Kamen, in cui è contenuta tra l’altro qualche rarità del gruppo di Freddie Mercury. Al di là di questa precisazione, approfitto per dire che forse si sarebbe dovuto dare maggior rilievo alla colonna sonora di Flash Gordon, prima occasione in cui un regista affida lo score (e non la soundtrack, giusta precisione che si compie nel libro a p. 287) a un gruppo rock senza che questo connubio sia dettato da ragioni artistiche sperimentali, ma proprio come semplici mestieranti. Sono piccoli accorgimenti che mostrano quanto sia difficile gestire un argomento che naviga ancora in pubblicazioni ridondanti che non solo non aggiungono niente alla storia del rock, ma anzi mistificano la realtà; per cui quando si tenta una pubblicazione scientifica come questa, le fonti prese possono poi generare errori.

 

 

Un’altra piccola svista potrebbe essere quando a p. 186 si dice che l’unica aggiunta di canzone al film The wall preso dall’album omonimo dei Pink Floyd, sia la sola When the tigers broke free, mentre in realtà ci sono altre modifiche (le più vistose sono l’assenza di The show must go on e l’aggiunta di Shall we buy?, modifiche che comunque erano già compiute nei concerti live). Ma appunto mostra ancora una volta il grande lavoro dei due autori che si sono messi ad affrontare in maniera esauriente una materia così vasta, tant’è che non mi sento di nominare nessun grande assente.

 

 

Tantissimi altri interventi vorrei fare a proposito di un libro che affronta con caparbietà un argomento singolarmente ambiguo e potenzialmente infinito. Ma il mio compito si deve limitare a suggerire che tra le molte pubblicazioni semplicemente sensazionalistiche, eccone finalmente una che può essere letta con piacere o meno, ma sicuramente può essere consultata ai fini di studi più approfonditi.

Artista:
Franco Dassisti-Daniele Follero
Editore:
Hoepli
Anno:
2025
n° Pagine:
342
Prezzo:
34.90