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Tredici album, per lo più di marca Aut, nusica.org e Caligola, lungo un percorso pieno di spunti degni di un ascolto attento e partecipe

 

 

Una delle etichette più presenti in questa rubrica è certo la tedesca Aut Records, gestita però da un musicista italiano, Davide Lorenzon, e quindi molto attenta al jazz di casa nostra, di taglio assai “contemporaneo”. Proprio da tre cd Aut partiamo oggi, il primo dovuto al clarinettista romano Alberto Popolla, che dedica un intero album (solitario) al suo strumento lungo la storia del jazz, partendo dalla tradizione, come recita il titolo, Really th Blues, lo stesso del celebre brano che apre il cd (e intitola anche l’autobiografia del suo autore, Mezz Mezzrow). Temi a firma di clarinettisti (Popolla incluso) ma non solo compongono un cd di assoluto rigore, suonato benissimo senza mai cercare il facile effetto. Tra le firme in scaletta, citiamo in primis Jimmy Giuffre, presente con due temi (nonché, diremmo, nume tutelare dell’intera incisione, per tono e linea estetica), e poi John Carter e Jelly Roll Morton, Eric Dolphy e Louis Armstrong, in continuo rimpiattino fra avanguardia e tradizione, senza che la musica ceda un’oncia in fatto di coerenza intestina.

 

Un altro lavoro solitario è Resonance del flautista friulano (qui anche alle prese con oggettistica varia) Massimo De Mattia, altra presenza costante di queste righe, che nello specifico firma un cd molto essenziale (poco più di mezz’ora), in cui peraltro ha modo di esprimere una volta di più il suo indiscusso magistero, tecnico ma più ancora espressivo, ispirativo, ribadendo con forza quale assurdo iato esista fra il peso specifico della sua proposta e, magari, la notorietà che dovrebbe conseguirne. Album, come pressoché sempre, splendido, intelligentissimo e mai banale.

 

Per più versi gemello di De Mattia in quanto a forbice esistente fra livello della musica espressa, anche qui di un rigore e una purezza assoluti, e ricezione della stessa è il sopranista pavese Gianni Mimmo, che nel recente Say When incrocia il suo strumento con i clarinetti (basso e contrabbasso) e il flauto del tedesco Ove Volquartz, in un album esso pure assolutamente maiuscolo, per scelta di campo stilistico-espressiva (cinquanta minuti di pura improvvisazione) e bellezza assoluta dei vari impasti timbrici che fioriscono via via. Insomma: un trittico di album fra i quali si farebbe fatica a scegliere il più ricco, avvincente, intellettualmente stimolante.

 

Un altro duo di ance/fiati, qui massicciamente polistrumentale (sassofoni e clarinetti, e poi duduk, ciaramella, flauto, ocarina…) con occasionale ricorso all’elettronica, sta al centro del Respiro di Giotto (Caligola), firmato dal padovano Maurizio Camardi e dal vicentino Francesco Ganassin, album attraversato da più marcati umori di profumo popolare, a sua volta di una bellezza indiscussa, a tratti ammaliante, dondolante, senza mai scadere nel puro citazionismo e in un’adesione di comodo a moduli espressivi invece regolarmente rivissuti, rigenerati con mano assolutamente personale.

 

Non esente da un calligrafismo un tantino incapsulante, pur sempre dall’alto di una proposta di indubbio rigore estetico (forse persino troppo), risulta al confronto (e al contrario) Fragments de la cacopédie (Filibusta) di un ulteriore duo, stavolta fra Achille Succi, sax alto e clarone, e Danilo Blaiotta, pianoforte, che si palleggiano anche compositivamente i dieci episodi lungo i quali il cd si srotola. Manca, in poche parole, la capacità di prendere sul piano emotivo, di fronte a tanta perizia formale, da cui però non sembra trasparire l’anima dei due performers, il che non si può certo dire di un quarto e ultimo duo, formato dal marchigiano Daniele Di Bonaventura, bandoneon (foto in alto), e dal norvegese Arild Andersen, autentica gloria del contrabbasso continentale, che firma Roots (Tuk). In un clima di grande relax, in cui però non si esaurisce mai la pur rilasciata tensione emozionale (tutt’altro), il disco snocciola uno dopo l’altro dieci brani dei due firmatari, insieme o separatamente, lasciando alla fine un gran bel senso di appagamento morbido, lieve, spesso sognante.

 

 

Dopo i tre Aut da cui siamo partiti, eccoci a un altro trittico di cd, targati stavolta nusica.org, altra etichetta a noi assai cara. Il primo è Coglians del trio PDuRN, con Daniele Nasi ai sassofoni, più contrabbasso e batteria (e chitarra aggiunta in due brani). Il cd ha una sua tensione, controllata ma palpabile, che genera un clima particolare, concentrato e scuro (a tratti), certamente identitario, come accade pure, ovviamente, in Lexycon, sesto album (in dodici anni) dell’XY Quartet (foto sopra), gruppo-guida dell’etichetta. Come sempre avvincente la timbrica, col vibrafono (Saverio Tasca) in luogo di piano e chitarra, e quel sax alto (Nicola Fazzini) che, insieme con basso elettrico (Alessandro Fedrigo) e batteria (Luca Colussi), rievoca capitoli storici del jazz che fu (e che è: Threadgill, Berne, Steve Coleman), però da un’ottica personale, riconoscibilissima. Il solito bel disco dell’XY (confermarsi non è mai semplice).

 

Chiude il trittico nusica.org Metronautica, altro quartetto ancora con basso elettrico e batteria, e davanti tromba e tastiere (più ospiti), che in Sublimazione fallita mette insieme quattordici brani anche brevissimi dotati di un sicuro charme, un insieme di sonorità acustico/elettriche mai dozzinali, ora più nette, ora più rilasciate, e proprio in questa loro articolazione capaci di tenere sempre viva l’attenzione di chi ascolta, il che può essere allargato a Prometheus (TDF) del bassista romano Jacopo Ferrazza, alla guida di un quintetto ancora con tastiere varie e batteria, più violoncello e, soprattutto, voce (Livia De Romanis), lungo otto brani dalle strutture variabili in cui le parti vocali possiedono una cifra piuttosto chiara, accanto a sortite improvvisative che più si fanno apprezzare là dove sanno scegliere traiettorie più originali.

 

Sempre una voce femminile (Maria Teresa Leonetti, anche autrice dei testi, per lo più in francese) indirizza il sound di un altro quintetto, Fil Rouge, che in L’île noire (Alfa Music) si muove lungo sentieri fra jazz e canzone (c’è pure Alexander Platz di Battiato) con fare elegante ed evocativo, capace di attraversare scenari diversi con mano sempre lieve e calibrata. Uno dei brani del cd, Les villes cachées, ospita Badara Seck, cantante senegalese nell’orbita di Mauro Pagani, così come dal Mali arriva Baba Sissoko, che in Live in Basel (Caligola) si circonda di un sestetto molto italiano per dare di piglio al suo blues grasso, festaiolo, a tratti tribale, aprendo con un Hey Baby Blues che ricorda non poco Whole Lotta Love dei Led Zeppelin (sic!) e procede poi di conseguenza. Giusta citazione, comunque, per un artista che bazzica parecchio le piazze nostrane.

 

 

Chiudiamo con un cd rivolto a tutt’altro sud del mondo, Dagli Appennini alle Madonie (terzo titolo, anche qui, di Caligola), dovuto a una delle glorie del jazz italiano, Bruno Tommaso (foto qui sopra), alla testa del Barga Jazz Ensemble, nonetto capace di muoversi con identica perizia sia con l’opulenza dell’orchestra (negli obbligati) che con l’agilità del combo (nelle parti improvvisate). Nove anche i brani, sempre in possesso di quell’aplomb e quell’aderenza stilistico-espressiva che la scrittura del bassista romano (qui conductor) vanta da sempre (qui pure con gustose aperture sinfonico-bandistico-cinematografiche, come per esempio in Alla moresca). Album da non perdere, anche per la rarità con cui il Nostro ormai si palesa.

 

 

Fonti fotografiche: Alberto Bazzurro (Di Bonaventura, XY 4tet), musicusconcentus.com (Tommaso).

Artista:
AA.VV.