
Dopo anni di conduzione compiaciuta e sbrodolona, in cui si sfioravano ore improbabili del mattino, l’edizione 2025 del Festival di Sanremo chiude i battenti, avendo tenuto l’andatura di un corridore di fondo veloce, che va senza lasciarsi distrarre dai rumori e dalle luci incontrati lungo la strada. Al timone della barca, nel cambio di guardia, a dettare il ritmo, i modi, i tempi e gli spazi, non certo in senso aristotelico, ma più militaresco, un Carlo Conti molto compreso nella parte del capobanda, che in un batter di ciglia ha spazzato via la “baldoria” precedente di Amadeus, per riportare tutti in fila per tre.
L’edizione uscente ne viene fuori come un contenitore quadrato, regolare, iscritto in un piano preciso che ha giocato per sottrazione, senza paura alcuna di rischio. Intorno a lui, co-conduttori diversi per ogni serata che, volenti o nolenti, hanno dovuto sottoscrivere questo patto di non belligeranza, accettando una ferrea legge del controllo. Non tutti, ovviamente, ci sono riusciti e vivaddio, ma la paura che un minimo dettaglio potesse andare fuori posto o una battuta far deflagrare il piano superiore, era scritto nella pelle di Conti a fuoco, senza possibilità di sgarro. Piccole bastonate, sarcastiche, ma molto dritte, come solo le persone intelligenti sanno fare, con garbo e ironia, ha ricevuto da Geppi Cucciari, in grande spolvero nella serata dei duetti, da Katia Follesa, e da Cattelan, davvero furibondo nel sabato della finale, dopo i numerosi richiami a fare, dire, andare, tornare, nella necessità di Conti di telecomandare chiunque. Per riuscire a disattivare l’immensa follia nonsense di Frassica, nella misura di un buon 50%, l’atmosfera non doveva essere proprio rilassata.

La settimana di passione ha decretato un podio e un finale non attesi, tenendo tutti col fiato sospeso: uno spiraglio di adrenalina dopo giorni di noia, parola che chiudeva l’edizione 2024, col brano della Mango, profezia e anatema per quella 2025. Ma no, invece, nell’ultima mezz’ora del sabato le carte si sono rimescolate, portando alla vittoria Olly che, baffo e storia d’amore in tasca, sbaraglia tutti, facendo un volo e schizzando in alto, come la glicemia, dopo un vassoio di pastarelle. Incredulo, confuso, supera grandi favoriti come Lauro e Fedez (che metterli nella stessa frase ancora non sappiamo se si può), in gara entrambi con pezzi degni di nota e porta sul podio quello che la quota televoto approva, alla faccia di tutto e tutti, teorie, cabale, previsioni e soprattutto requisiti. Ha un pezzo normale, ma piace a chi investe il suo tempo a guardare e votare da casa, ha la faccia pulita del bravo ragazzo, è intonato e viaggia su frequenze già radiofoniche, studiate mettendo il righello da sinistra a destra, misure prese, tutto a posto. Lascia indietro, soprattutto, Simone Cristicchi, osannato nelle diverse serate dalla gente in sala e sui social per il suo pezzo sulla malattia mentale. Cristicchi da anni spinge l’acceleratore, usando il grimaldello di tematiche delicate in cui la gente rivede le proprie storie, impostando cantato e performance in una certa maniera con l’effetto di scatenare una valanga di retorica e un grave patetismo di cui né Festival, né canzone d’autore hanno bisogno. Soprattutto se la minestra è sempre quella, il gioco inizia ad essere scoperto e chi ci cade fa peccato. Tornerà a casa con un quinto posto e il Premio per la migliore composizione musicale.

Grande esclusa dalla cinquina finale, Giorgia, che quest’anno, a fuoco come poche volte, ha calcato il palco con grande energia, esperienza e divertimento. L’abbiamo vista più rilassata dell’ultima volta e nel duetto, vinto poi, durante la serata delle cover, con Annalisa su Skyfall, ha preso tutte le ali che aveva senza paura di niente. Ritira il premio Tim, crollando in un pianto incoercibile, tenerissimo, una nota di umanità in un Festival robotico, sotto gli applausi di un Ariston in piedi che la abbraccia decretandole la vera vittoria. Terzo posto per un Brunori Sas in prima esperienza a Sanremo: Darione, intanto, ha lasciato il supersantos, è cresciuto, è diventato padre ed è proprio a questa pupa che dedica il suo albero delle noci. Arriva pulito, ingiacchettato, canta bene una canzone a forma di canzone, ma si porta dietro sempre qualcosa di già visto e sentito, come una macchinina del tempo che ripete a loop pezzi di cose rimediandoli dal suo continuo girare. Un prezzo da pagare, il contrappasso de La verità.
Arriva invece da un mondo alieno, cadendo giù dagli alberi, direttamente sullo scranno del pianoforte, Lucio Corsi, folletto dolcissimo, intonato, dai modi giusti, dai passi giustissimi, che in questo Sanremo di mostri coi coltelli tra i denti, case discografiche, lustrini, cuoricini (il pezzo dei Coma Cose è già il nuovo tormentone delle nostre future estati), madri padri e bimbi prodigio tirati fuori, uno ogni sera, da una scatola diversa, squarcia la tela grazie ad un’arma semplice ma difficilissima da portarsi appresso. Lucio Corsi è se stesso, in tutto quello che canta e che fa. Si mescola con i cartoni animati, duetta con Topo Gigio il venerdì, indossa giacche con le ali piene di pacchetti di patatine, ma soprattutto porta un pezzo che scardina la vita di tanti di noi, in modo onesto, dichiarato, cantando, con intelligente autoironia, la difficoltà di sopravvivere in un mondo di bulli, quando si ha poco amore intorno o troppo sole negli occhiali. Corsi dà voce alla sensibilità a pelle nuda, alla necessità di provare ad essere medaglia d’oro di sputo per imparare a difendersi, ben consapevole che chi nasce Gatto Silvestro tale resta e ci deve fare i conti per tutta la vita.

Il suo secondo posto, non assolutamente scontato, apre scenari luminosi sulla nuova vita della canzone a Sanremo. Bassissimi in classifica arrivano Marcella Bella e Massimo Ranieri e questo dispiace, valutando le loro spalle da giganti, la fatica fatta, ma forse conviene ridurre o annullare il gap generazionale ormai e comparire meritatamente da ospiti, senza tentare una gara improbabile con dinamiche nuove e nuove generazioni lontane anni luce dalla sensibilità di questi mostri sacri. Rivelazione, senza dubbio, di Sanremo 2025 è Serena Brancale, che, dalla Puglia con furore, approda in riviera, con un pezzo che è meticciato tra lingua barese e omaggio alla Napoli di Pino Daniele, lasciandosi definitivamente conoscere al grande pubblico. Lei, usa al canto jazz, artista completa, sceglie una veste nuova, quella che da un annetto si sta portando addosso come una pelliccia sintetica e che proprio a pennello non le sta. Avremmo tanto voluto vederla come dieci anni fa, quando cantò Galleggiare proprio su quel palco, tremante, ma con la consapevolezza di oggi: ai posteri.

Resteranno di questa edizione indimenticabili il cambio di sigla, voluto da Conti, che elimina lo storico jingle per sostituirlo con un ossessivo giro di parole in veste tricolore scritto da Gabry Ponte (qui sopra nella foto un frame della sua esibizione), l’apparizione dei Duran Duran imbolsiti e fuori fuoco, Achille Lauro che canta dietro le quinte tutti i pezzi di Venditti inseguendolo come una groupie innamorata, la perfomance delicatissima di Joan Thiele e Frah Quintale su Che cosa c’è di Gino Paoli, le trofie al pesto portate dalla Clerici, che non rinuncia a questo marchio a fuoco abbastanza stucchevole, gli abiti di Malgioglio, ma soprattutto la comparsa di Fru dei the Jackal, a sorpresa, dietro la performance dei The Kolors nella serata finale. Un lampo di vita, che ci ha fatto saltare sul divano, ballando come i pazzi.
Cosa ci aspetta per il Sanremo 2026 ancora non si sa, ma speriamo sparisca per sempre questo piatto movimento ben studiato che accomoda coscienze.
Aridatece cavallo pazzo.
(tutte le foto presenti nell’articolo sono prese dal sito ufficiale di Sanremo/Rai)

Festival di Sanremo 2025
